Pubblichiamo di seguito una breve nota bio-bibliografica.
Vincenzo Consolo nasce a S. Agata di Militello (Messina) nel 1933.
Nel 1963 pubblica il suo primo romanzo "La ferita dell'aprile". Nel 1976 trova fama europea con "Il sorriso dell'ignoto marinaio", confermata da "Lunaria" (1985) e "Retablo" (1987). Nel 1988 e` la volta di "Le pietre di Pantalica". Nel 1992 vince il premio Strega con "Nottetempo casa per casa". Il suo ultimo romanzo, "L'olivo e l'olivastro", e` del 1994.
L'autore vive e lavora dal 1968 a Milano.
Incontro con Vincenzo Consolo
di Matteo Reale
"Noi siciliani siamo fortemente segnati da questa nascita. Non so bene spiegare il perche' di questi segni cosi` profondi che ci portiamo appresso: probabilmente e` la storia siciliana che e` molto forte, molto ricca, molto stratificata per cui il modo d'essere siciliano e` molto piu` inquietante, credo, rispetto a qualsiasi regione italiana. E' un'inquietudine ma anche una ricchezza culturale. Questo Pirandello l'ha capito e l'ha espresso nella sua opera: noi siciliani siamo uno, nessuno e centomila. Siamo in costante ricerca della nostra identita`, perche' la Sicilia e` fatta di tante culture, di tante anime, e` passata attraverso tante dominazioni. E' un'isola di un'infelicita` sociale molto forte, che non ha mai conosciuto, nel corso della storia, armonia e pace. Percio` nasce il bisogno di fuggire da questa condizione, ma nel momento stesso in cui si fugge questi segni sembrano diventare piu` forti fino ad impedire un distacco definitivo."
Cosi` Vincenzo Consolo, scrittore messinese, descrive il particolare e indissolubile legame che si stabilisce tra il siciliano e la Sicilia. Legame che emerge come tratto caratterizzante dell'opera di ogni artista di quest'isola, nella letteratura come nelle arti figurative.
Il mio incontro con l'autore avviene nella sua abitazione durante un periodo di riposo tra un viaggio e un altro, in occasione dell'uscita del suo ultimo libro "L'olivo e l'olivastro" (Mondadori). Questa conversazione mi permette di appagare un'esigenza profonda, quella di rispondere al richiamo di sirena della Sicilia, al suo stesso bisogno di essere capita e accettata, anche attraverso la letteratura.
"Una letteratura connotata come la nostra, seppure su altri versanti, e` la triestina: i triestini sentono come noi una condizione di marginalita`, in bilico come sono tra il mondo italiano e quello mitteleuropeo (si veda per esempio Svevo, Saba, Slataper, Magris). Quella siciliana, pero`, e` molto piu` realistica, si rivolge ai problemi storico-sociali, da Verga al Pirandello de "I vecchi e i giovani", a Lampedusa, a Sciascia."
L'olivo e l'olivastro, racconto-romanzo sulla Sicilia di ieri e di oggi, e` frutto di un approccio poetico e al contempo di una riflessione intorno al trapasso dalla millenaria civilta` contadina alla civilta` della Europa odierna, figlie di una cultura greca della quale, spiega Consolo, oggi non rimangono che necropoli, pietre inaridite.
"Il compito dello scrittore e` quello di recuperare la coscienza del passato e del presente. Il segno piu` importante della nostra epoca, infatti, e` quello della perdita della memoria. Si vive in un presente assoluto privo di passato e senza prospettive per il futuro. E non soltanto nella civilta` occidentale, ma anche nel mondo orientale, che fu dominato dal cosiddetto socialismo reale. C'e` un tentativo da parte del potere economico e di quello politico di cancellazione di quelle che sono le piccole identita` culturali: un processo di uniformazione, di omologazione. Si rischia di cadere in una sorta di distacco dalla realta`, in una condizione di alienazione. Noi dobbiamo cercare di ricordare anche attraverso il linguaggio, perche' anche il linguaggio viene cancellato: oggi siamo privati di un nostro linguaggio e siamo sottoposti ad un altro a noi estraneo."
Cosi` la concezione del tempo e dell'esistenza che fu di Joyce, di Eliot, di Hemingway, la linea del "perpetuo presente" viene rifiutata sul piano storico e letterario da Consolo, che vi oppone la memoria, intesa come strumento linguistico e culturale. Il linguaggio di Consolo, un impasto colto e inclita (l'olivo e l'olivastro!), utilizza le inesauribili risorse del dialetto, delle lingue straniere, del latino, di tutti gli strati linguistici che si sono accumulati nel corso dei secoli e hanno arricchito il patrimonio culturale siciliano. Il suo lavoro lessicale consiste in una sorta di scavo filologico, di ricerca in profondita` e nel tempo, per recuperare e vivificare. Si svolge quindi, come lui stesso ebbe occasione di dire, seguendo due movimenti: uno verticale, storico e filologico, l'altro orizzontale, ritmico e sonoro. Stile personalissimo, che e` stato definito barocco (Brancati disse che il barocchismo e` una costante, un umore della letteratura siciliana), che ha fatto pensare ora a Gadda, ora a D'Arrigo: tuttavia esso diviene struttura portante dell'impianto narrativo, non resta mero esercizio di stile. Cosi` ne "Il sorriso dell'ignoto marinaio" (1976), nel quale e` riempito il divario tra realta` e finzione e reinventato il romanzo, cosi` in "Retablo" (1987), nel quale la "prosa d'arte" e` di per se' uno schema, un gioco narrativo che crea una Sicilia remota ma viva e ironica.
"La mia matrice culturale e` nel solco della tradizione siciliana. Lo schema letterario dei miei primi racconti e` di tipo verghiano: non si puo` prescindere da una figura "sacra" come quella di Verga. Ho pubblicato solo quando ero sicuro di avere una mia identita`. Il mio modo di scrivere non e` casuale: d'altronde e` stata la sperimentazione linguistica che ha reso grande Verga: egli ha preso l'italiano e lo ha immerso nel dialetto, senza peraltro usare parole in siciliano."
Quindi quello di Consolo e` un linguaggio calato interamente nel mondo siciliano e appartenente forse ad entrambi i filoni in cui lo stesso autore distingue la letteratura della sua isola nella prefazione al saggio "Sirene Siciliane" di Basilio Reale (Sellerio, 1986). Quello occidentale di Pirandello, Sciascia e Lampedusa, storico e razionale, "e giu` giu` quelli del periodo normanno,svevo, aragonese, etc.", e quello orientale, esistenziale e poetico, "a partire dal periodo bizantino, e quindi romano, greco, e indietro fino ai punti piu` profondi e insondati del passato, ai piu` arcaici e indecifrati come i loculi rupestri di Pantalica."
Consolo svolge la sua ricerca sia sul versante storico-sociale, sia su quello lirico-poetico, addentrandosi nei crucci e nei dubbi esistenziali di una Sicilia assurta a metafora. Emergono cosi` dai suoi romanzi, dai suoi racconti problemi costanti nella "sicilianita`": la ricerca della propria identita`, perche' "i siciliani", affermava Sciascia riprendendo il Lampedusa del Gattopardo, "sono stati del tutto impermeabili alle dominazioni straniere, e un'autentica identita` sicula e` riuscita a conservarsi attraverso i secoli"; "il fatalismo individualista",e` ancora Sciascia a parlare, "che ci viene dalla nostra anima araba. La paura del domani e l'insicurezza qui da noi sono tali che si ignora la forma futura dei verbi"; la dissoluzione del mondo mitizzato del passato e la conseguente alienazione di cui parla il nostro autore.
"In Sicilia questo smarrimento e` dovuto ad un'identita` molto fragile, proprio perche' abbiamo molte identita`: per questo e` difficile essere siciliani. Fin da piccoli viviamo in quel maremoto che e` la realta` siciliana. Si rischia continuamente il naufragio, la perdita della ragione. "Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione." Io, questa frase di Sciascia la intendo in senso esistenziale: quando il siciliano non impazzisce diviene un uomo con una disperazione dentro. Pirandello questo lo fa dire a Mattia Pascal. Il tema della disgregazione l'ho sempre affrontato. Ci sono due modi per uscire dalla ragione: si puo` uscire dall'alto con la fantasia creativa (e` il destino dell'artista, che non si muove su piani razionali ma poetici) o con l'impegno politico. Ne "Il sorriso dell'ignoto marinaio" una ragazza sfregia in un momento di follia il quadro col sorriso (che rappresenta la ragione dell'uomo maturo che si puo` permettere l'ironia) perche' nutre ansie politiche e vuole la realizzazione di istanze sociali. Dalla ragione si puo` anche uscire dal basso per disgregazione della stessa: la follia del monaco nel capitolo "Morti sacrata", ancora ne "Il sorriso dell'ignoto marinaio", e` la corruzione della ragione."
"E cosa non e` forzatura, cosa non e` violentazione in quest'Isola? Che cosa non arriva al limite della vita, della follia? Tutto quello che non precipita, che non si disgrega, che non muore, e` verdello, e` cedro lunare, e` frutto aspro, innaturale, ricco d'umore e di profumo, e` dolorosa saggezza, disperata intelligenza" (Le pietre di Pantalica).
La stessa attivita` dell'artista, pur nutrita dalla fantasia poetica, rimane sempre sospesa tra l'afasia di chi trattiene un grido di fronte alla corruzione del presente e l'affabulazione continua, logorroica, accumulativa di chi butta fuori tutto, come unfolle, in un impeto liberatorio. "Ora non puo` narrare. Quanto preme e travaglia arresta il tempo, il labbro, spinge contro il muro alto, nel cerchio breve, scioglie il lamento, il pianto. Solo puo` dire intanto che un giorno se ne parti` con un bagaglio di rimorsi e pene. Parti` da una valle d'assenza e di silenzio, mute di randagi, nugoli di corvi su tufi e calcinacci." (Da "L'olivo e l'olivastro")
I personaggi religiosi come quello di "Morti sacrata", sono centrali e ricorrenti anche nell'ultima opera: ad essi Consolo associa dolori, ribellioni, pazzie. "I preti, i frati, le monache sono frequenti nel panorama della letteratura italiana (in Boccaccio e in Manzoni). Nella mia opera c'e` una frequenza maggiore per via dei miei primi anni di studio all'Istituto religioso. Mi hanno sempre incuriosito: per me e` impensabile come un uomo possa lasciare la vita quotidiana per accettare un ordine costituito: e` tale poi la soggezione a queste regole che si ribellano, impazziscono o si innamorano (come frate Isidoro in Retablo)."
Il cattolicesimo ha dunque segnato la formazione dell'autore, come uomo e come artista. Egli, attratto dal mito di Verga e Vittorini, si trasferi` a Milano per iniziare gli studi universitari proprio all'Universita` Cattolica.
"Mi si offri`, presa la licenza superiore, l'opportunita` di fare gli studi fuori. La mia scelta di Milano fu motivata dal fatto che segretamente avevo fin da allora aspirazioni letterarie. Ma mi iscrissi a giurisprudenza perche' non osai chiedere a mio padre di iscrivermi a lettere. Andai all'Universita` Cattolica perche' c'era la possibilita` di vivere in un pensionato (ricordo che costava ventimila lire al mese). Arrivai a Milano nel novembre del 1952, era seconda volta che uscivo dalla Sicilia: questa citta` mi colpi` molto. Mi impressiono` il fatto che potevo guardare il sole a occhio nudo di giorno: mi sembrava la luna siciliana.
Io frequentavo, oltre a Giurisprudenza, anche i corsi di letteratura italiana del professor Apollonio, su Pirandello per esempio. In quegli anni alla Cattolica c'erano i fratelli Prodi, i fratelli De Mita, e anche Emilio Isgro`, Raffaele Crovi, Basilio Reale, che ancora frequento."
Consolo fini` gli studi a Messina e si laureo`. Risali` a Milano anni dopo, nel 1968, per restarvi. Ma senza abbandonare la Sicilia, dove e` sempre ritornato per godersela e visitarla.
"Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all'interno, sostare in citta` e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove.
Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Ma sospetto sia questo una sorta d'addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca." (da "Le pietre di Pantalica").