"Eremita a Parigi", antologia di semi-inediti di Italo Calvino, avrebbe potuto certamente beneficiare di un titolo migliore, se non altro perche` scorrendo qua e la` l'ampia silloge che sta davanti ai nostri occhi vien spontaneo pensare ad un instancabile viaggiatore in giro per il mondo piuttosto che un "isolato" segregato in una determinata capitale europea. E ci si immagina un signore che con gli occhi sgranati osserva, seleziona, costruisceun patrimonio di rapporti di forza interiori mutuati da esterni gridati e deliranti o esageratamente silenziosi. Protagonista del libro e` indubbiamente la dimensione privata dell'uomo, non di rado nettamente separata da quella dello scrittore/redattore/uomo di cultura e di successo (e proprio il rapporto con il successo e` alla base di un'analisi apparentemente leggera, in realta` spietata), con un'attenzione sottotraccia al rapporto esterno/interno dalle sfumature quasi kantiane. Non serve dire che la qualita` della scrittura e` altissima: non e` un mistero per nessuno che Calvino sia stato uno dei tre geni della letteratura italiana del Novecento. I testi di "Eremita a Parigi"riluccicano separati eppure compatti come piccoli sentieri diamantiferi, cristallininella loro purezza e tuttavia per nulla sgrezzati, proprio perche` imbottiti di quella spontaneita` che costituisce la loro cifra. Scritti informali che brillano, a volte, del "grado zero" barthesiano, gemmette fresche e a volte estemporanee, molte delle quali non concepite per la pubblicazione. I resoconti americani, composti con quell'asistematicita` propria della narrazione diariesca in una splendida e ultralibera gergalita` colloquiale, offrono ai colleghi della Casa Editrice (i redattori dell'Einaudi ai quali gli scritti erano destinati nel 1959) un efficacissimo panorama del Grande Paese, certamente quanto di piu` moderno e spregiudicato si possa immaginare nelle memorie di un italiano all'estero. Il ritmo della scrittura e` quasi insostenibile per il brio della narrazione, per la sintassi libera e inventata, per l'uso frequente di vocaboli inglesi e persino "slangati"alla maniera di NYC.
Ma e` il grosso faldone autobiografico, illustrato in questo volume attraverso diverse parentesi, a rivestire il ruolo principale, massimamente rivelatore com'e` della personalita` di Calvino. Troviamo quindi alcuni abbozzi di autobiografia e, connessi, gli sforzi per farla risultare qualcosa di neutro e in qualche modo obiettivo. Troviamo una certa, massiccia dose di travaglio interiore rivolta all'impegno politico ed ai difficili rapporti con il PCI in relazione anche alle rivelazioni della Russia di Stalin. Troviamo soprattutto piccoli e grandi problemi, interrogativi non solo esistenziali, cose alla "ma non avro` sbagliato tutto?", clamorosi scontri tra ragione privata e dovere pubblico e civile, insomma, la coscienza rivelata di un uomo che in una notte d'inverno ha scelto di essere prima di tutto un viaggiatore e poi, semmai, un eremita.