Lieto d'inaugurare questa rubrica nuova di zecca, devo confessare un certo imbarazzo proprio nell'affermare che non provo alcun imbarazzo. Stilare un elenco di libri che non mi sono piaciuti genericamente avrebbe avuto poco senso, per me e per un eventuale lettore. Trova invece una piu` profonda ragion d'essere un'autobiografica analisi di delusioni amorose, ultrapersonale, laddove l'amore e` da intendersi con l'eterno confronto, sentimentale per l'appunto, con la carta pensata, organizzata, scritta, riveduta e data alle stampe. I libri di cui ci si accinge a parlare (male) in questa rubrica fissa sono gli stessi libri per i quali abbiamo avvertito un'insopprimibile urgenza di lettura, un fremito anticipatorio che ci prometteva mirabilie emozionanti, confronti con gusti nuovi e secolari, revisioni della sensibilita` letteraria corrente, insomma, opere da cui ci si attendeva il massimo (o comunque un che di buono) e che invece ci hanno precipitato in quell'annichilimento astioso che spinge spesso a piantar li` tutto e dire "uffa, lo finiro`, semmai, un'altra volta". Libri con i quali si e` partiti bene, libri il cui unico preconcetto era forzatamente positivo. Per molti e` andata bene, si sono realizzate quelle aspettative la cui ricchezza ci catapultava nel mondo del capolavoro, per altri...no. Cominciamo con un tipico caso "psicologico", vale a dire una situazione ove pesava un particolare mood intriso di negativita`, una foschia che doveva per forza insinuarsi tra me ed una serena valutazione critica: ho letto "I turbamenti del giovane Torless" di Robert Musil in un momentaccio, lo ammetto. Conservo un ricordo vividissimo di me, psicologicamente defenestrato e sdraiato sui sassi deserti e umidicci di Camogli, intento a calarmi nel mondo di questo ragazzo imploso dagli avvenimenti ma colossalmente instupidito da sterili maniacalita` perverse e inserito in un contesto di vacuita` assordante (il suono del silenzio). Solo irritazione, dall'inizio alla fine. E stavo cosi` male che l'ho pure finito, il libro. Torless instupidito ma libro intelligente, niente da dire. Solo che siccome ero instupidito anch'io...
Non ho retto per nulla, nello stesso periodo, le famigerate "101 Storie Zen", praticamente la punta dell'iceberg di tutta una letteratura mistico-elegiaco-orientalista. A tredici anni avevo letto "Siddartha", e mi era anche piaciuto, ma sette anni dopo avrei buttato dalla finestra queste 101 stupidaggini che trovavo sospese in precario equilibrio tra cieca saccenza (non sapienza) e pura, purissima idiozia. Assolutamente irritante. Di qui tutta la mia avversione per la letteratura mistica genere edizioni Astrolabio (per gli intellettuali) e Mediterranee (per gli ideologicamente desublimati ma con gravi problemi psichiatrici), colme di collane vendute molto, ma molto piu` di quel che pensavo.
Con "Cattedrale", lodatissima silloge di Raymond Carver, ho perlomeno scoperto due cose: la noia e la totale incomprensione di quel relativamente recente movimento letterario chiamato minimalismo. Non mi serve a nulla conoscere la mistura di "Twinings"usata da Christopher o le gocce di sudore sulle scapole di Jayne mentre fa jogging se poi non succede assolutamente nulla. A Carver ero arrivato da Leavitt, scoprendo che le sfighe della mia famiglia sono piu` interessanti di quelle che capitano ai suoi personaggi. Non e` che la mia famiglia sia piena di omosessuali, anzi, manco uno, ma li` tutto e` veramente troppo. Troppi cancri, troppi noduli, troppe lacrime trattenute, troppi strazi gratuiti, troppe soaps. Dopo cinquanta pagine di Leavitt ti sembra di aver vissuto tre vite e mezzo e quando metti giu` il libro ti viene voglia di andare a cercare l'eterno riposo.
Da qualche anno la semiologia e il mondo che le ruota intorno sono tra i miei principali interessi. Ho adorato "I Mandarini"di Simone de Beauvoir. Quindi, quando e` uscito "I Samurai" di Julia Kristeva (allieva di Barthes e Lacan, peraltro raffigurati nel romanzo), trasposizione del romanzo della De Beauvoir in ambiente non piu` esistenzialista ma antropo-semiologico, ho fatto i salti di gioia. Bene. Quel libro e` una maledizione, provate a leggerlo. Non si capisce niente, ogni sei righe bisogna ricominciare con l'ultimo capoverso letto e quasi subito si riperde il filo. Non e` scritto male e le vicende sarebbero anche interessanti se non fosse che si tratta di un'opera paragonabile ad uno psicoanalista che viene analizzato da un altro psicoanalista: cerca di prevenire tutto, obiezioni, domande incresciose, richieste di spiegazioni, e` di una torbidita` impressionante. Questo e` il guaio dei libri ossessionati dalla propria hubris, libri che cercano di dire tutto e alla fine si fanno comprendere solo dal proprio autore (ma ho dei dubbi: ci sono un paio di costrutti che sono sicuro che perfino la Kristeva avrebbedei problemi a spiegare).
Poi ci sono anche i libri che ruotano intorno ad una sola, poverissima idea, e che malgrado gli sforzi per svettare nel cielo come aironi cullati dal vento devono rassegnarsi ad accettare la propria realta`, quella di tacchini imbolsiti che non riescono a spiccare il piu` timido dei saltelli. Tra questi posso personalmente annoverare "Sonno Profondo"di Banana Yoshimoto (mai titolo fu piu` rivelatore!), raccolta di tisane nippoabuliche, grande delusione dopo le promesse di "Kitchen"e la notevole conferma di "N.P."
Concludero` -nonostante sia virtualmente in grado di andare avanti per pagine e pagine- citando la mostruosa considerazione di se` (e dei suoi lettori, mi viene da dire) di cui fa sfoggio il pur grande maestro Giuseppe Pontiggia in un libro completamente allucinogeno e del tutto incomprensibile, probabilmente una delle letture preferite di Timothy Leary, ovvero "L'Arte della Fuga". Invito chi legge queste righe a procurarselo senza farsi beccare dalla Narcotici e a farmi sapere, su FABULA, come gli e` andato il trip durante e dopo la lettura.