CLASSICI



Thomas Mann
La montagna incantata

di Michele Ridi


Allora, per questo primo appuntamento con quelli che si e` soliti definire "classici" abbiamo scelto un romanzo di Thomas Mann.
Non c'e` una ragione precisa per questa scelta; semplicemente, chi vi scrive e` rimasto a tal punto colpito da questo capolavoro che non ha saputo resistere alla tentazione di parlarne. Tra l'altro, per quelli che hanno avuto la pazienza di leggere l'editoriale di questo numero sara` ormai chiaro che un autore come Mann, che tentava spesso di far coincidere letteratura e filosofia, era l'ideale per iniziare.
Perche' sia chiaro fin dall'inizio quale sia la mia posizione vi diro` schiettamente che "La montagna incantata" e`, naturalmente secondo me, un libro bellissimo; un libro che miha saputo "trasportare" dolcemente nei tempi e nei luoghi della narrazione e mi ha reso cosi` familiari personaggi immaginari come il consigliere Beherens o l'incredibile Myneer Peepercorn, che mi sorprende non incontrarli tutti i giorni per strada.
Naturalmente, visto che ogni individuo possiede una propria sensibilita`, a voi potrebbe importare poco delle mie emozioni; e allora cerchero` di assumere un punto di vista un po' meno personale anche se sono convinto che nel giudizio su un libro di narrativa non si possa prescindere dalla capacita` di quest'ultimo di comunicare emozioni.
Le vicende che hanno portato Mann a scrivere questo grande romanzo "di formazione" tra il 1912 e il 1924 sono estremamente curiose: pensate che "La montagna incantata", piu` di mille pagine, era nato come breve racconto umoristico-satirico sul tema della morte; una specie di compendio alla "Morte a Venezia". Successivamente il testo ha, come dire, preso vita tra le mani dell'Autore, ed e` cresciuto non solo nel numero delle pagine, ma anche e soprattutto dal punto di vista dello spessore dei temi trattati.
Come ogni bildungroman che si rispetti, anche la montagna incantata e` centrata sullo sviluppo della personalita` di un giovane: il protagonista e` un promettente ingegnere amburghese, Hans Castorp, che si reca a fare una visita di tre settimane ad un cugino malato ricoverato presso il Sanatorio Internazionale Berghof a Davos -Platz.
La visita si trasformera` in una lunga degenza e il romanzo dara` conto degli anni fondamentali per la formazione di Castorp.
Fin dalle prime pagine e` chiaro al lettore che uno dei temi centrali di questo grande romanzo, e` il tempo. Il ritmo stesso della narrazione sta in un continuo oscillare tra tempo "interno", quello soggettivo, e tempo "esterno", quello oggettivo; basti pensare che le prime 117 pagine del libro sono dedicate al racconto di una sola giornata, e le rimanenti 1000 coprono addirittura sette anni.
Proprio il tempo e` uno dei primi problemi "assoluti" ai quali si dedica la mente di Castorp, e le riflessioni del protagonista rivelano uno degli assunti fondamentali di Mann: il tempo non e` una misura assoluta e indubitabile, e` qualcosa che varia al variare delle circostanze, qualcosa di enigmatico e misterioso che troppo spesso crediamo di poter controllare a nostro piacimento, lo diamo, come si dice, per scontato. E' buffo che la prima "scoperta" di Castorp avvenga grazie al termometro: come tutti i pazienti del sanatorio, anche il nostro giovane in visita e` costretto a misurarsi la temperaturatre volte al giorno, operazione che richiede sette minuti; ora, proprio questi sette minuti sono la chiave della riflessione di Hans: sette minuti sono pochi, in genere non ci si accorge nemmeno della durata di un tempo cosi` berve, eppure con il termometro in bocca, tutto puo` cambiare, sette minuti possono diventare un tempo infinitamente dilatato, un tempo nel quale si "ha il tempo" di cosruire lunghe riflessioni, catene complesse di ragionamenti, insomma molto di piu` di quanto si e` soliti credere si possa fare in sette minuti.
Pagina dopo pagina, il lettore si accorge che la figura principale del romanzo e` una figura in divenire, in "costruzione"; Castorp comincia realmente ad osservare se' stesso e il mondo che lo circonda sorprendendosi ogni volta a riflettere intensamente su questioni che non l'avevano mai sfiorato prima: la scienza, la morte, il tempo, la vita, la malattia, la psicanalisi, la medicina, la religione, la musica e l'arte. E' ovvio che questi argomenti non sono argomenti da poco, eppure Mann riesce quasi sempre ad appassionare il lettore, la scrittura non e` mai pesante, mai scontata o pomposa, al contrario, ci si trova immersi in un modo di vedere le cose potremmo dire da "principiante del pensiero astratto" con la conseguente semplicita` di linguaggio; come Hans e con Hans, anche chi legge affronta grandi temi filosofici in prima persona, senza una base di nozioni precostituita e spesso deviante. Forse e` proprio questo il segreto fascino della montagna incantata, la possibilita` di astrarsi dai nostri preconcetti e dalle nostre "pre-nozioni" per il tempo che dura la lettura (un tempo quindi potenzialmente infinito, considerato il fatto che si puo` leggere quante volte si vuole uno stesso libro). Questa possibilita` ci libera in un certo senso dalle angoscie e le pressioni del quotidiano, ci fa entrare in una dimensione piu` elevata, nella quale esistono le stesse cose che siamo abituati a vivere ma che non contiene il carico di minacce che la nostra vita comporta. Leggendo la montagna incantata possiamo guardare in faccia la morte e la malattia senza sentirci in pericolo, possiamo valutarne, o meglio tentare di valutarne l'effettivo significato liberi, come Hans, di riflettere su cio` che vogliamo.
Ma perche' Hans Castorp e` libero? Perche` improvvisamente si scopre pensatore? La risposta a queste domande svelera` un'altro punto centrale del romanzo. Il Sanatorio e` un non-luogo, uno spazio astratto che rivela la sua essenza perfino dalla posizione geografica che occupa; Berghof infatti, sta piu` in alto di qualsiasi altro edificio di Davos, e` isolato dal mondo, in un certo senso e` esso stesso un mondo a parte, con le sue regole e le sue leggi. E una di queste leggi, forse quella che maggiormente lo "stacca" dal resto del mondo, e` il differente scorrere del tempo; cio` che e` in questione e` il tempo della malattia, profondamente diverso dal tempo della salute. E' un tempo "rallentato", dilatato e paradossalmente piu` libero. Il malato infatti, prima ancora di essere privato della vita, e` strappato egli stesso alla vita cosi` come viene normalmente pensata; ed e` strappato di conseguenza anche al tempo della vita, il tempo scandito dai ritmi del lavoro, del "fare", del futuro. Percio` Berghof in quanto dimora della Malattia e` un non-luogo in cui vige un tempo differente rispetto al nostro e nel quale i "residenti" sono liberi dall'assillo dell'Azione. La montagna incantata in fondo e` una grande rappresentazione della fuga dal nostro secolo, dal nichilismo, dal mito del progresso illimitato, in una parola da tutti i dubbi e le certezze dell'uomo occidentale.
Un'altro protagonista del libro e` senza dubbio il '900, inteso dal punto di vista filosofico. Due erano le grandi tendenze dominanti all'inizio del secolo: nichilismo e mito del progresso; nel romanzo sono rappresentate da due figure centrali che si contendono l'anima del giovane Hans Castorp, Nafta e Settembrini. Il primo e` un gesuita "esiliato" a Berghof che vive la propria esistenza con una coerenza distruttiva inquietante; i suoi discorsi tendono alla dissoluzione di qualsiasi valore, nulla viene risparmiato. L'umanista Settembrini al contrario e` un ottimista, e` convinto che il progresso ci portera` a vivere in un mondo perfetto, che l'uomo stesso un giorno sara` perfetto. Due posizioni opposte, inconciliabili che affascinano in uguale misura il protagonista; ma e` inevitabile che prima o poi si arrivi ad una scelta. Castorp rispetto ai due intellettuali si comporta inizialmente come una spugna, assorbe teorie e assunti filosofici senza giudicare, senza prendere partito per nessuno dei due; ma in quello che senza dubbio e` il capitolo piu` importante del romanzo, Castorp sceglie. Sceglie una terza via, una posizione che non concilia quelle dei due intellettuali, una posizione personale. L'esistenza e` unione degli opposti, la vita e la morte non si possono scindere, fanno parte di un unico processo generativo e degenerativo senza inizio ne' fine; l'uomo non si puo` arrendere alla constatazione del carattere doloroso dell'esistenza, deve agire, ma agire solo con la consapevolezza di appartenere al ciclo vita-morte, solo cosi` infatti da` un senso alle proprie azioni. In sostanza Castorp sceglie una via di superamento del nichilismo distruttivo di Nafta senza cadere nella visione ingenuamente ottimistica di Settembrini, unavia che deve portare l'uomo ad un nuovo livello di coscienza e, perche' no, di esistenza.
Da cio` che ho scritto fin qui potreste aver avuto l'impressione che quest'opera di Mann sia un'opera prettamente filosofica, magari un po' troppo filosofica; eppure, e qui sta la grandezza dell'autore, "La montagna incantata" e` un libro piacevolissimo alla lettura, non stanca e, pur essendo piuttosto voluminoso, quando lo si e` finito viene perfino voglia di rileggerlo. La vicenda e` appassionante ed emozionante almeno quanto quelle di libri considerati piu` "leggeri" e di facile lettura, e in piu` se vi va potete scavare tra le pieghe del racconto trovando una serie infinita di significati.
Che dire di piu`? Chi ha gia` letto questo romanzo sapra` indubbiamente che ci sarebbero altre mille cose da dire; perche' "La montagna incantata" e` uno di quei romanzi che possono essere letti in molti modi diversi, come dicono quelli che hanno studiato, e` un libro che ha diversi piani di lettura. Ma io non posso pretendere ne' di essere in grado di esaurire i temi trattati, ne' tantomeno che voi abbiate la pazienza di leggere una trattazione che richiederebbe molto piu` delle tre cartelle che avete di fronte. Spero soltanto che abbiate capito che il mio articolo non voleva essere qualcosa di assolutamente esauriente, casomai spero che a chi non ha letto questo romanzo sia venuta magari un pochino di voglia di leggerlo perche' vi assicuro ne vale la pena.