JAZZ



Pat Metheny Group
<<We Live Here>>

di Figiazzi


Here to Stay / And Then I Knew / The Girls Next Door / To The End Of The World / We Live Here / Episode D'Azur / Something To Remind You / Red Sky / Stranger In Town.


Pat Metheny (chit.- chit. synth), Lyle Mays (p.- tast.), Steve Rodby (cb.), Paul Wertigo (batt.), David Blamires (voc.), Mark Ledford (voc.- t.- fl.- wisth.), Luis Conte (perc.), Sammy Merendino (prog. batt. elett.).
New York, 1994. 67 min.
GEFFEN PROD. 24729, distr. BMG.

I musicisti:

PMG, ovvero Pat Metheny (chitarra) e Lyle Mays (tastiere) accompagnati da diverse sezioni ritmiche, e` la band che piu` ha contribuito a definire gli stilemi dell'"altra fusion" degli anni ottanta, quella che si e` contrapposta alla scuola davisiana.
Formatasi nel 1977 intorno alla personalita` del chitarrista di Lee's Summit, si presenta al pubblico con il disco "Watercolors" registrato per l'etichetta tedesca ECM. Una scelta ben precisa quella di dedicarsi alle cure del tecnico e padrone Manfred Eicher; ne scaturisce infatti un suono limpido cristallino intriso di sonorita` folk che diventera` il marchio di fabbrica del gruppo. Le composizioni del team creativo Meth-Mays sono spontanee, frutto del gusto per una musica gioiosa evocatrice di atmosfere campestri della provincia americana ("Watercolors", "Pat Metheny Group", "As Fall Witchita"), e l'amore per la tradizione rock ("American Garage"). Mentre Metheny si cimenta in progetti solisti di natura diversa (dal free jazz di 80/81, al trio classico di"Rejoicing") la musica del gruppo si evolve arricchita anche dalle esperienze del leader. Negli ultimi album per la casa tedesca ("Offramp"e "First Circle") tra gli strumenti compare per la prima volta la chitarra synth e le percussioni; ci si avvicina lentamente alla scelta stilistica che pare essere quella definitiva per il gruppo. Con "First Circle" si inaugura la serie finora ininterrotta della musica di sapore latino-sudamericano. Il passaggio alla Geffen sancisce questo cambiamento ("Still Life Talking", "Letter From Home", "The Road To You"e "Secret Story", quest'ultimo a nome del solo Metheny) e il definitivo trionfo a livello commerciale.

Il CD:

Ed eccoci al nuovo "We Live Here".
PMG mi e` sempre piaciuto per quella capacita` di mescolare sonorita` eterogenee, degli strumenti elettronici con quelli tradizionali, di catturare i tratti caratteristici dei vari generi riplasmandoli nel proprio stile senza mai scadere nell'ovvio o nel banale, senza cavalcare mode ma imponendole, privilegiando l'effetto di insieme all'esaltazione delle singole personalita`. Ed e` proprio questo forse la maggiore qualita` del PMG, un affiatatissimo insieme di musicisti che suonano per la musica; nulla di fondamentale, si intende, ma almeno nel piatto panorama delle contaminazioni stilistiche, il gruppo dimostrava buon gusto.
Di tutto questo non c'e` nulla nel nuovo lavoro del PMG; il gruppo ha perso l'identita`, e` scomparso tra le pieghe del suono digitale preconfezionato, sacrificato da un mixaggio che comprime l'insieme per dare maggiore risalto al suono del solista. Metheny fa la parte del leone, ormai e` un campione da stadio, la sua chitarra e` sempre piu` potente e ineffabile, meccaniche le progressioni sui temi orecchiabili e indistinguibili.
Le composizioni sono nello stile degli ultimi cd, fusionlatino-americana di scarso valore, gradevole al primo ascolto, monotona e ripetitiva ai successivi. I contenuti si esauriscono nella performance del leader.
La nota negativa di maggior peso pero`, che degrada la musica a prodotto di bassissima qualita`, e` nell'utilizzo sistematico della batteria elettronica; una moda quella di automatizzare i ritmi, di avvicinare la complessita` ritmica del jazz a quella piu` orecchiabile della disco music che sta sempre piu` dilagando sull'onda del successo di quel genere musicale chiamato "acid jazz" (una strana e non sempre riuscita fusione tra il rap e l'improvvisazione di matrice jazzistica). Al di la` del giudizio che si puo` dare sul genere succitato non si puo` negare che in questo contesto, la scelta di introdurre batteria elettronicae` completamente fuori luogo. La natura dei pezzi infatti, cosi` strettamente legata al ritmo e all'accompagnamento delle percussioni di gusto latino, viene impoverita dallo stridio e dai colpi vuoti dei suoni campionati. Metheny dice che l'accompagnamento della batteria elettronica gli permette di essere piu` libero nell'improvvisazioni; noi pero` ci permettiamo di dubitare, dal momento che in ogni brano il ritmo metronomico non varia mai e il chitarrista lo segue pedissequamente. Se e` vero l'assunto per il quale l'unico modo di improvvisare nella massima liberta`, e` quello suonare fuori dal ritmo.
Meglio negli ultimi brani dove viene recuperata la batteria dell'ottimo Wertigo e il piano di Lyle.
Mi sembra che il tono del lavoro sia improntato piuttosto che alla scoperta di nuove possibilita` espressive, all'intenzione di allargare il panorama dei fruitori della musica del gruppo. E' probabile che il PMG stia pagando il pegno del passaggio ad una major come la Geffen che, a fronte di ingaggi faraonici, pretende l'allineamento alle tendenze del pubblico.
Una trasformazione di tal genere aveva coinvolto, parecchi anni or sono e forse con un po' piu` di gusto, un altro giovane chitarrista di belle speranze, un certo George Benson, quando si lancio` in un progetto simile a questo per i risvolti economici che ne derivarono.
Oltre tutto Metheny ha perso molta della sua personalita`, scimmiottando a tratti lo stile dello stesso Benson (And Then I Knew), ci sembra di ascoltare uno degli epigoni del genere "contemporary jazz" (un modo raffinato per etichettare quelle contaminazioni che hanno annientato tutta la tradizione del jazz per mantenerne solo alcuni e lontani suoni), un qualsiasi Ronnie Jordan o uno Zachary Breaux (due dei chitarristi che attualmente vanno per la maggiore).
Nel complesso un lavoro scadente, prono alla logica del soldo e privo di spessore creativo.