SOCIETA`



In metro`
di Giovanni Reale


- Zio, - strilla, - si piglia il metro`?
- No.
- Come no?
Si e` fermata. Anche Gabriel frena, si volta, posa la valigia e fa la spiega:
- Gia` si`: no. Oggi, nix. Sciopero.
- Sciopero?
- Gia`, si`; sciopero. Il metro`, questo mezzo di trasporto eminentemente parigino, s'e` addormentato sotto terra, perche' gli addetti alle pinze perforanti hanno interrotto qualsiasi lavoro.
- Ah, porci, - esclama Zazie,- ah cialtroni. Farmi una roba cosi`!
- Mica solo a te, - Gabriel, perfettamente oggettivo.
- Me ne sbatto. E' a me che succede, io che ero tanto felice, beata e tutto, di scarozzarmi in metro`. Eh, c...!

Qualcuno avra` riconosciuto uno dei primi dialoghi sull'oggetto "misterioso" del divertentissimo romanzo di Queneau " Zazie nel metro`", nella traduzione del 1960 di Fortini.
Si, la ragazzina di provincia della fine degli anni cinquanta, posteggiata per pochi giorni dalla madre dal fratello "artista", ha un sogno: prendere il metro`. Un mezzo a cui i parigini allora non facevano piu` caso, come noi ora.
Si parlera` appunto di questo mezzo di trasporto, che si usa tranquillamente nelle grandi citta` di tutto il mondo ma forse troppo poco sviluppato in Italia. Non parleremo pero` dello sviluppo tecnico o di piani di trasporto futuri, ma del suo utilizzo dal punto di vista psicologico ed antropologico.
Immagino che siate saliti almeno una volta su una vettura della metropolitana. Ma vi si potrebbe anche chiedere se siete mai scesi in una stazione del metro`?
Sostanzalmente vi e` una differenza minima tra le due domande, se si suppone che non siate mai andati nei negozi che vi sono in alcune stazioni della metropolitana senza viaggiare sulla subway. La differenza non e` in realta` minima, in quanto si puo` salire su vetture di diversi tipi senza per forza prendere il metro`, ma difficilmente si puo` scendere per prendere un treno, un autobus, ecc...
Si` perche' la differenza forte rispetto l'uso di altri mezzi e` il fatto che si debba scendere nelle viscere della terra per viaggiare. E questo da` fastidio ad alcune persone o comunque non piace molto. La mancanza di un paesaggio durante il viaggio, che siano campi oppure strade, persone, negozi sicuramente determina una visione meno variata e quindi piu` triste. Vi e` meno la distrazione del guardar fuori, dell'osservare (pur se il viaggio
e` breve) che i tram, i filobus danno come possibilita` alternativa al leggere un libro o rivista, o rileggere innumerevoli volte le scritte pubblicitarie o rivedere il percorso da effettuare od uno immaginario, ovviamente se non si e` in compagnia.

Spesso questi mezzi si usano da soli, ed allora non si parla con estranei, ma si pensa ai fatti propri, anche se si hanno le persone vicinissime, come nelle ore di punta.
E' proprio in casi come questi che possiamo osservare i nostri simili, coloro che ci circondano, alcune volte molto appiccicati a noi, le loro facce, il loro abbigliamento, le loro espressioni, i loro movimenti.
Vale la pena qui ricordare quanto scritto nell'introduzione di Many are Called, libro di fotografie del 1966, sulla metropolitana di New York (citato da J.Luft 1975):
" Appartengono ad ogni razza e nazione della terra. Sono di tutte le eta`, di tutti i temperamenti, di tutte le classi sociali e con tutte le occupazioni immaginabili. Ognuno e` integrato in un cosi` denso e vario concentrato di esseri umani quali il mondo non ha mai conosciuto prima. Pure, ognuno e` un'esistenza individuale inconfondibile come un'impronta digitale o un fiocco di neve. Ognuno indossa abiti che sono uniformi, estrememente differenziate, simboli del loro essere sociale. Ognuno porta dell'atteggiamento del corpo, nelle mani, nel volto, negli occhi, la firma che un momemto ed un luogo del mondo hanno impresso su una creatura...".
Questa descrizione richiama quanto scritto in quegli anni dal sociologo E.Goffman, (in quel periodo molti studiosi si stavano occupando delle interazioni sociali e dei rapporti spaziali) per il quale vi e` una sorta di "teatralita`" nelle nostre relazioni con gli altri, teoria che poi lui stesso abbandonera` quasi totalamente, ma che e` molto suggestiva. Per l'autore la rappresentazione che un individuo da di se stesso nella interazione con gli altri si svolge nel territorio detto la Ribalta; esiste poi un territorio detto Retroscenain cui avvengono invece azioni non pertinenti con l'apparenza che si cerca di dare, ed in fine il territorio Esterno e` invece il luogo degli estranei.
La metropolitana e` appunto il luogo in cui si e` a contatto con gli estranei. Ma estranei per cui generalmente non abbiamo nessuno interesse, a cui non dobbiamo presentarci in nessuna maniera, nessun capo o selezionatore o amante su cui dobbiamo guadagnare "dei punti", delle chances.
Tutto cio` si vede non solo dalle espressioni facciali che si fanno o dalle frasi di circostanza che si dicono davanti a personaggi che non ci interessano rispetto ad altri piu` significativi, ma anche dallo spazio che "usiamo". Vi sono molte teorie negli ultimi 40 anni che definiscono le caratteristiche del nostro comportamento spaziale, ovvero l'uso dello spazio detto personale, del territorio che noi occupiamo. E' stato piu` o meno stabilito che ognuno di noi ha una sua distanza personale che tiene con gli altri, che varia a secondo delle culture, dell'intimita` tra le persone, i ruoli sociali e di "potere", il sesso, l'eta`...
Il nostro spazio personale, altrimenti detto secondo alcune delle piu` recenti teorie Distanza Interpersonale per rimarcarne l'aspetto sociale, si modifica secondo le situazioni e quindi anche in metropolitana:
"Durante l'ora di punta, i viaggiatori della metropolitana, abbassano gli occhi e talvolta si "congelano" o diventano rigidi come forma di riduzione al minimo dei non desiderati rapporti sociali" (trad. personale).
Cosi` scrive R.Sommer in "Personal Space" (1969), opera fondamentale per questi studi, e sembra che quanto detto allora valga ancora ogni giorno.
E' comunque difficile stabilire una regolarita` di comportamento delle persone in luoghi come una vettura della metropolitana, in quanto, come detto, agiscono molti fattori diversi che determinano la spazialita` personale.
Rimane lo stesso interessante notare quanto i nostri viaggi siano, anche in mancanza di una lettura avvincente, poco "sociali", ed avvengano in un luogo che non sembra esprimere, nelle sue caratteristiche fisiche, aggregazione; differente e` lo scompartimento di un treno, piu` raccolto e intimo, con molta meno gente, oppure un autobus o tram, ma non nell'ora di punta: in quel caso l'interazione e` probabilmente maggiore che nella subway, ma ugulamente forzata ed "innervosente". La situazione dell'affollamento in metropolitana e i frequenti viaggi che hanno caratterizzato la sua vita, fanno dire all'antropologo M.Auge' (1992):
" Se e` certo vero che attraverso la frequentazione quotidiana dei trasporti parigini noi non smettiamo di sfiorare la storia degli altri (nelle ore di punta, tra parentesi, questa espressione e` evidentemente un eufemismo) senza incontrarla, sta di fatto che noi non sapremmo immaginarla cosi` differente dalla nostra" (pag.28). La sua storia personale passa attraverso le
fermate del metro` di Parigi, secondo percorsi reali e mentali che rammentano ricordi, persone, azioni.
Ma "in questo i miei itinerari sono simili a quelli degli altri al cui fianco mi trovo tutti i giorni nel metro`, senza sapere che scuola hanno frequentato, dove hanno vissuto e lavorato, da dove vengono e dove vanno, e mentre i nostri sguardi si incrociano e si distolgono, a volte dopo essersi attardati un istante, anch'essi stanno forse abbozzando un bilancio, facendo il punto o, chissa`, prefigurando un cambiamento di vita e, in via accessoria, di linea
di metro`.
Le linee del metro`, infatti, come quelle della mano, si incrociano non solo sulla mappa ove si spiega e si ordina l'intreccio dei loro percorsi multicolori, ma nella vita e nella testa di ciascuno." (pag.22)
L'autore, in passi successivi conferma quanto detto indirettamente in precedenza, e parla della solitudine: " questa e` senza dubbio la parola chiave della descrizione che un osservatore esterno potrebbe essere tentato di fare del fenomeno sociale del metro`" (Auge',1992,pag.53); ed appunto noi ci stavamo arrivando. Ma l'antropologo giustamente parla di solitudini: tante solitudini sommate, tante vite assieme, con storie differenti, che si incrociano, ma senza mettersi in relazione. Esse si trovano assieme in un "luogo" particolare, che lo stesso Auge', in un altro libro (1993), definisce paradossalmente "non luogo", come le autostrade, le stazioni, gli aeroporti e i loro mezzi di trasporto.
Nonluoghi in cui si e` in tanti ma nello stesso tempo soli, in cui ci si sfiora, ma senza entrare in relazione, in cui si e` estranei, quando non "nemici".
Luoghi che non sono "luoghi della memoria" ovvero storici e difesi come patrimoni culturali, ma luoghi senza memoria-storia, che non sono relazionali per la solitudine degli uomini e che non danno un'identita` precisa alle persone che vi passano: sono per Auge' appunto i nonluoghi. E' l'anonimato che li definisce. "Paradosso del nonluogo: lo straniero smarrito in un Paese che non conosce (lo straniero "di passaggio") si ritrova soltanto nell'anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere" (Auge', 1993, pag.97).
Gli spazi anonimi di ogni giorno sono spazi usati e non vissuti, in cui solo alcuni giovani affermano la loro presenza attraverso il disegno dei graffiti, indicandoci che questi luoghi, che noi frettolosamnete usiamo, sono spazi "aperti", senza etichetta, senza storia sociale (se non come somma di storie individuali) espressione dell'individualismo della nostra societa`.


BIBLIOGRAFIA
:

M.Auge', "Un etnologo nel metro`", 1992, Eläuthera, Mi.
M.Auge', "Nonluoghi", 1993, Eleuthera, Mi.
J.Luft, "Psicologia e comunicazione", trad. it. 1975, ISEDI,Mi.
E.Goffman,"La vita quotidiana come rappresentazione", 1969,
Il Mulino, Bo.
R. Queneau, "Zazie nel metro`", 1960, Eninaudi, To.
R.Sommer, "Personal space", 1969, Prentice-Hall,Engelwood Cliffs.