Chiunque frequenti con una certa passione le "serre" magnifiche della musica barocca, paradisi (spesso) di infinita pazienza ricostruttiva dove vengono ricreate le musiche di una tradizione che e` soprattutto italiana, non puo` che essersi imbattuto nel "Giardino Armonico". Esiste dal 1985, questo ensemble milanese, ma e` solo negli ultimi tempi che la sua notorieta` e` assurta a livelli europei. E, questo, per merito delle vivaldiane "Quattro Stagioni", incise in uno studio svizzero nel 1993 ed uscite sul mercato, con prepotente fragore, l'anno successivo (Teldec).
Qualcosa, negli scorsi decenni, si era intravisto con le "Stagioni" di quel "filologo" di Harnoncourt: finalmente, si disse, ecco un approccio al Barocco veneziano che sappia di autentico, di "filologico" appunto, che non sia filtrato dall'ossessione per il "legato", dalle smussanti, melliflue pratiche esecutive che il Romanticismo ci ha tramandato. Finalmente, in sostanza, ecco, si disse, lo spirito vivace e spigoloso della musica barocca "a programma".
Ma con il "Giardino Armonico" (tutti gli strumenti sono originali o copie da originali) si assiste ad una vera rivoluzione. Il loro Barocco e` il piu` radicalmente italiano, pomposo, facondo, fiorito, opulento, elettrizzante, sfacciato e strabordante che, fino a questo punto della storia discografica, si sia potuto ascoltare. Scioccati, insospettiti da atteggiamenti esecutivi che parevano, a prima vista, snobistiche ricerche ad effetto, edel tutto artificiose, gli appassionati intelligenti, col tempo, si saranno pur ricreduti. Vediamo su cosa, e perche'. Vediamo cosa vuol dire "musica a programma".
Antonio Vivaldi pubblico` ad Amsterdam, nel 1725, "Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione": le "Stagioni", che facevano parte di questa raccolta, venivano abitualmente eseguite in pubblico gia` negli anni precedenti, ma nell'edizione a stampa furono arricchite di un particolare che si definisce, unanimemente, fondamentale.
Quattro sonetti, uno per stagione, scritti con ogni probabilita` dallo stesso Prete Rosso. Abbastanza scadenti dal punto di vista metrico, approssimativi, ma non e` questo cio` che conta o interessa. Questi sonetti sono, in se', indicazioni imprescindibili sul modo corretto di interpretare l'opera piu` popolare e meno fedelmente eseguita del Genio veneziano.
E' questa la musica "a programma"; una musica descrittiva, poi, nella fattispecie, di un testo poetico scritto in un secondo momento, ma non per questo meno cogente. Quindi: il fatto che Vivaldi abbia aggiunto i sonetti solo dopo aver composto i concerti,non vuol dire che la musica sia slegata dalle loro indicazioni espressive.
Giovanni Antonini, direttore e fondatore del "Giardino Armonico", flautista, nemmeno trentenne ma gia` con idee chiarissime in testa, dice di aver fatto, per le ovvie e necessarie ragioni di completezza, un confronto fra l'edizione a stampa, di Amsterdam, e il manoscritto (quello autografo e` perso, purtroppo), ora a Londra, appartenuto al cardinal Ottoboni, il protettore di Vivaldi. Il risultato, sul piano della musica suonata, puo` stupire, ma e` aderente in tutto e per tutto alla semplice "realta`".
Primavera: "E quindi sul fiorito prato/Al caro mormorio di fronde e piante/Dorme 'l caprar col fido cane a lato"; Antonini: "La presenza del cane e` sottolineata dal 'Molto forte e strappato' che tocca alla viola". Sembra incredibile, vero? Qui ci viene proposta, nientemeno, una viola che abbaia.
Estate: "...Toglie alle membra il suo riposo/ Il timore de' lampi e tuoni fieri/ E de' mosche e mosconi lo stuol furioso..."; anche qui, descrittivismo a piene mani. Fermiamoci alle mosche e ai mosconi. Le mosche sono fatte vibrare nell'aria, con tutto ilfastidio che ne comporta, da Enrico Onofri, il cui violino "fischia", intonatissimo, come se avesse l'alette; mentre i mosconi vengono rappresentati dai tremoli, efficacissimi, degli altri archi, che danno il massimo di se' in una "forcella" micidiale.
Ma il caso piu` clamoroso e` quello dell'Inverno, dove i violini suonano "al ponticello" (sprigionando non "musica", quindi, ma un suono acre, si direbbe "rumore"): il sonetto parla di "agghiacciato tremar fra nevi algenti", e sembra di sentirlo questo ghiaccio che sfrigola, che crocchia, e che rivive nella saggia visione di questi milanesi, cari concittadini, pionieri della Riscoperta.
In definitiva, di queste particolarissime "Stagioni" tutto stupisce: l'accentuatezza, veramente inaudita, della dinamica; il passaggio rapidissimo e disinvolto dal "pianissimo" al "fortissimo" e viceversa, cio` che in musica si chiama, come gia` detto prima, "forcella"; le "strappate" pazzesche degli archi (pratica che, come dice lo stesso Antonini, "non deve insospettire ne' stupire piu` di tanto, inserendosi nel filone del Capriccio stravagante di Carlo Farina, dove sono espressamente previsti, per gli archi, passaggi 'al ponticello' o 'col legno', in modo che le corde siano percosse con l'archetto"); la raffinatezza di certe soluzioni (nell'Allegro introduttivo dell'Estate, l'ingresso dei due violini a tempo decisamente rallentato, cosa permessa dalle normali "licenze" del tempo; oppure, poco piu` avanti, la ripresa del tema iniziale, anche qui, sensibilmente rallentata perche' in minore, quindi necessariamente "languida"); il Largo dell'Inverno, mai cosi` veloce e, soprattutto, mai con un violoncello, che funge da basso continuo, suonato cosi` "forte" (ma e` ad imitazione e descrizione della pioggia battente di cui parla il sonetto); l'utilizzo spigliato, fantasioso, del basso continuo, per la cui strumentazione, tanto per dire, si e` ricorsi non solo all'organo o al cembalo, ma anche all'affascinante tiorba e, nell'Autunno, perfino ad un fagotto non "scritto" ma ugualmente (legittimamente) inserito.