ARTE - MOSTRE



Alberto Giacometti: disegni e sculture
di Matteo Reale



Il Palazzo Reale di Milano ha ospitato fino al 2 aprile una importante mostra dedicata alle sculture e ai disegni dell'artista svizzero Alberto Giacometti. L'esposizione ha riscosso un buon successo di pubblico, nonostante fosse stretta tra due allestimenti di grande richiamo, anche se di valore sicuramente inferiore: le fotografie di Richard Avedon e La terra dei Moai, dedicata alle forme artistiche dell'isola di Pasqua. Era curioso vedere una lunghissima fila sulla scalinata dell'Arengario, adiacente a Palazzo Reale, per la mostra di Avedon, solo parzialmente interessante e male allestita, e invece libero e facile accesso ai capolavori di Giacometti.
Dico questo perché Giacometti è senz'alcun dubbio uno dei grandi di questo secolo, un'artista che ha attraversato e profondamente influenzato il panorama culturale europeo. La sua formazione artistica infatti ha luogo in Italia dal 1920 (Venezia, Padova, Roma) e a Parigi dal 1922, a contatto con le avanguardie. Conosce e frequenta Prèvert, Queneau, Miro, Calder e altri. Dopo avere esposto alla galleria di Pierre Loeb con Miro e Arp, entra a far parte del gruppo dei Surrealisti (Dali, Breton, Aragon) e partecipa al movimento fino al 1935, anno in cui rompe i rapporti con Breton. La sua vita si fa appartata ma si arricchisce di incontri che peseranno sul suo lavoro: penso a Jean Paul Sartre. Dopo il 1950 lo raggiungono anche un vasto successo di pubblico e la notorietà internazionale: vince il Premio Internazionale alla Biennale di Venezia nel 1962 e il Premio Guggenheim a New York nel 1963.
Il merito della mostra di Milano, non grande ma raccolta, e ben allestita, è quello di riproporre alcune opere esemplari. Il mondo artistico di Giacometti, nonostante la vivacità della sua vita culturale, si restringe a poche figure e a pochi luoghi a lui cari. Abbiamo disegni che raffigurano il suo studio, sculture che ritraggono la vecchia madre, il fratello Diego, la moglie Annette. La mano dell'artista si posa sulla materia morta in bronzo per modellare l'essenzialità della figura, spogliata di ogni elemento superfluo. Così sono bellissime quelle figure di Uomo che cammina, scarne, isolate dall'ambiente circostante, indifese anche davanti all'occhio dell'osservatore più disattento. Oppure i busti come la Testa di Diego, nelle quali la massa informe della base si assottiglia via via verso il capo, magro e affilato, percorso da rilievi e scanalature.
Ma un'altro aspetto rende queste opere inquietanti: l'immobilità. Al contrario di diverse impostazioni stilistiche, come quella cubista o quella futurista, la scultura dell'artista svizzero non mira ad aggiungere, a ritrarre il moto, la velocità e la vita, ma riesce a sottrarre ogni forza vitale all'oggetto rappresentato, a renderlo una sorta di stele funebre. Ma non vorrei essere frainteso: le sensazioni che quelle sculture suscitano non sono cupe, buie o crepuscolari: sono di desolazione e di abbandono.
Per questo fu importante l'amicizia con il filosofo francese dell'Esistenzialismo, Sartre. Non so chi dei due sia stato influenzato dall'altro, ma si può ritrovare nelle opere della mostra un legame comune. I lavori di Giacometti sono concentrati sulla condizione dell'uomo, sulla disperazione che nasce dall'essere al mondo: ogni individuo si trova improvvisamente sulla terra e deve cercare di dare un senso alla sua presenza così poco opportuna. E Giacometti sembra suggerirgli di cercarlo dentro di sé, nei suoi dolori, nelle sue sconfitte e nella sua solitudine. E' perciò bellissima la foto di Ugo Mulas che ha fatto da manifesto della mostra per le vie di Milano, che accosta il viso di Giacometti alla testa di una sua scultura, rassomiglianti come due gocce d'acqua.


MIART '95, fiera d'arte.
di Grisù



Fabula review è andata a curiosare al Parco Esposizioni di Novegro, alle porte di Milano, che ha ospitato dal 25 al 29 maggio Miart, un'importante mostra di arte contemporanea, giunta alla sua seconda edizione. La scelta è caduta su Milano proprio perché il capoluogo lombardo è centro di una fervida attività culturale e mercantile, punto di incontro di artisti provenienti da tutt'Italia e da tutto il mondo.
Miart è sicuramente un progetto riuscito: non solo per l'accuratezza dell'allestimento, che ospita una selezione di gallerie tradizionali e di gallerie di ricerca, ma anche per l'attenta organizzazione. E' dotata infatti di un ampio parcheggio, di un (udite! udite!) "Children's corner" per accogliere i bimbi tra i 6 e i 14 anni, un servizio informatico che illustra il percorso della fiera e fornisce informazioni, un collegamento gratuito con un bus navetta dal centro della città e dalla Stazione Centrale.
Ma passiamo a considerazione più propriamente tecniche: va ricordato che il salone ha voluto anche offrire una vetrina per artisti sotto i trent'anni, nel "Salone dei Giovani", e una selezione di artisti inglesi emergenti curata dalla rivista londinese "Art Line". Accanto, uno spazio espositivo, il cosiddetto "Spazio Forum", nel quale si sono svolti incontri e dibattiti. Tra questi voglio segnalare quelli forse più utili per comprendere il clima del mondo dell'arte odierno: "La Biennale di Venezia e il mercato dell'arte: dagli anni '20 agli anni '50" e "I grandi di domani", un incontro organizzato dalla rivista "Arte" (particolarmente vicina a Miart) in occasione dell'uscita del volume "Nuova scena. Artisti italiani degli anni '90". Come ebbi modo di far notare in occasione dell'Arte Fiera di Bologna (vedi Fabula Review ndeg. 1), il problema di questi ultimi anni non sembra tanto capire dove vada l'arte, poiché troppo instabili sono le tensioni e troppo vaghe le direttrici di un panorama un po' stanco e che deve fare i conti, ossessivamente, con se stesso, ma più proficuo è conoscere per prima cosa da dove viene. Vuol dire riconsiderare gli sviluppi della società in questo decennio, che hanno colto di sorpresa gli stessi artisti, comprendere come mai l'arte contemporanea sembri ora ai margini del rinnovamento e goda di fama sicuramente meritata, e immortale, solo grazie ai protagonisti degli anni passati.
Girovagando tra i molti stands mi sono imbattuto, con una certa sorpresa, in quelli informatici, che offrivano softwares per la catalogazione di opere d'arte ad uso di collezionisti, musei e gallerie. Questi sistemi permettono di inserire per ogni opera le notizie fondamentali, la bibliografia, la documentazione fotografica, una sua riproduzione ridotta in un'immagine a milioni di colori (con una qualità pari a un fotocolor) e anche la possibilità di inserire brevi filmati a documentare eventuali installazioni e conferenze.
Per finire vorrei ricordare, tra le molte presenze, la mostra "Non solo Lenin", itinerante in Italia e già presente all'Arte Fiera di Bologna, nella quale espongono sei artisti russi finora sconosciuti all'Occidente e non tutti inquadrabili nel Realismo socialista: si va perciò da un Godgoldt, in linea con l'iconografia di partito, a un più coraggioso DvoretsKij. Affianco ad essa un nome di artista italiano che mi ha colpito: Gianluigi Antonelli, autore di opere di forte impatto, cuori sottovuoto, teste bendate rinchiuse, gelide ferite e grida rimaste in gola.




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