Intervista a Giuseppe Culicchia
di Lupus


Salone del libro, Torino 21/5/95

Metti che una bella mattina di maggio tre individui si predispongano ad un'alzataccia domenicale (cosa MAI completamente piacevole) per recarsi di buonissima ora al Salone del libro di Torino, metti che questi tre individui viaggino in qualità di inviati dello Staff di Fabula (Figiazzi, Michele Ridi, Lupus), metti che i suddetti non siano proprio eccitatissimi per l'avvenimento essendone già stati partecipi due giorni prima e non avendone riportato un'impressione esattamente entusiastica, metti che di domenica il Salone (già normalmente tranquillo come può esserlo un serraglio) sia avvolto da un discreto frastuono sensoriale di gente vociante, code, casino, ascelle pezzate e altre amenità che ora risparmiamo, insomma, impasta tutte queste cose, infornale ad una discreta temperatura di sonno pregresso ed avrai il quadro della giornata in cui il sottoscritto ed i suoi compari hanno avuto l'onore di incontrare una delle maggiori promesse della nostra letteratura, il valente Giuseppe Culicchia. Il quale, dopo un romanzo (Tutti giù per terra) datato 1994, pluripremiato e anche ben venduto, ha pensato bene di continuare la storia ivi narrata -ovvero le vicende di Walter, obiettore di coscienza particolarmente aggredito dalle vicende della vita- in un nuovo, eccellente parto letterario, Paso Doble, un libro che chi scrive non esita a porre nei primi posti della sua personale classifica dell'anno in corso. Culicchia è in questi giorni assediato dai fans nello stand della Garzanti e mostra una resistenza almeno pari a quella del suo eroe. E'simpaticissimo, cordiale, affabile e dispiace poter offrire solo un segmento di quella che è stata una piacevolissima chiacchierata, finalmente all'aria aperta, finalmente liberi da quel sontuoso baraccone dove la gente si ammassa, dove paga per poter pagare. (Avvertenza: si dà per scontato che il lettore abbia già letto la recensione di "Paso Doble"che analizza meglio l'ultima fatica di Culicchia, pena una scarsa comprensione degli argomenti trattati nell'intervista che segue.)


Il tuo itinerario ha preso l'avvio da un incontro con Pier Vittorio Tondelli. Vorrei che mi parlassi del Tondelli che hai conosciuto tu.

In realtà io l'ho conosciuto pochissimo, anzi, l'ho incontrato una volta sola, proprio qui al Salone del Libro. Sapevo che lui si occupava di scrittori giovani, sconosciuti e gli ho dato un paio di miei racconti. Qualche tempo dopo fu lui stesso a telefonarmi, per dirmi che cinque dei miei racconti gli erano piaciuti e che li avrebbe pubblicati su una delle antologie che stava preparando (Papergang - Under 25, NDR). In seguito ci siamo risentiti per telefono: io gli ho chiesto se sarebbe stato il caso di continuare a scrivere racconti e magari cercassi di pubblicarli su riviste oppure no. Lui mi ha risposto che a suo parere sarebbe stata solo una perdita di tempo e che avrei dovuto invece impegnarmi a scrivere un romanzo. Cosa che più tardi ho fatto. Il rimpianto è che non ho mai potuto farglielo leggere perché lui nel frattempo è scomparso. Tondelli era una persona di una generosità incredibile, si occupava di giovani che scrivevano in maniera assolutamente disinteressata, perdendoci tempo e fatica. Adesso va di moda scoprire giovani talenti e, soprattutto, rende. Lui invece lo faceva gratuitamente ed infatti era considerato una specie di pazzo. Il mio grande rimpianto è stato di non averlo potuto conoscere meglio.


Quindi è stata proprio la suggestione tondelliana a spingerti verso Tutti giù per terra...

Si, fu lui a consigliarmi di scrivere qualcosa che avesse più respiro di un racconto. Io però all'epoca non avevo dentro di me una storia che potesse diventare un romanzo, né ero convinto di possedere il passo necessario per tenere avvinta l'attenzione del lettore per più di un certo numero di pagine. E'una cosa che poi è venuta da sola: un giorno ho provato a immaginare l'inizio e la fine di un romanzo, ho cominciato a scrivere e quello che c'era in mezzo è venuto fuori praticamente da solo. Io ho cercato di scrivere nella maniera più diretta possibile, ho cercato di dare dignità alla lingua parlata, che nella letteratura italiana, fondata su un linguaggio prevalentemente alto, non ha mai avuto molta fortuna. Mi è sembrato giusto compiere questo tipo di operazione perché si tratta pur sempre della lingua che parliamo tutti i giorni e perché questo tipo di trasformazione è stato da decenni compiuto in altre letterature. Penso, ad esempio, ad Hemingway, il cui stile fu additato come giornalistico, e che ha pubblicato un libro come Fiesta nel 1926.


L'uso della lingua parlata si avverte subito nei tuoi libri, e si notano immediatamente periodi molto brevi, spezzati, oltre ovviamente all'assenza della sovra-aggettivazione a cui la consuetudine letteraria ha abituato un po' tutti noi.

Si, infatti. Ho cercato di togliere tutto quello che non è essenziale, tutte le sovrastrutture. Certe volte ti capita di leggere dei romanzi e poi dire "Beh, molte delle cose che ho letto non c'entravano niente con la storia però ho capito che chi ha scritto il romanzo è molto erudito". Sarà perché io non sono "erudito", ma sono convinto che un personaggio deve essere prima di tutto una persona e non può fare o dire delle cose che non c'entrerebbero niente con la sua vicenda.


Da qui discendono automaticamente due interrogativi classici: quali sono le tue letture preferite e se per caso ti sei ispirato a qualche autore che prediligi.

Le due cose vanno insieme: il primo amore - che continua - è Hemingway, e poi tutti quelli che in qualche modo si sono richiamati a lui, scrittori come Carver, Bukowski, Ellis, eccetera. Credo che imparare a scrivere sia come imparare a giocare a tennis, uno deve guardare un altro, imitarlo... io ho iniziato imitando Hemingway, ovviamente senza riuscirci, però proprio a forza di provare e non riuscire mi è venuta fuori una voce che era la mia. Hemingway mi ha insegnato proprio l'essenzialità, cioè sfrondare da un testo tutto quello che non serve, oltre a strutturare i dialoghi in maniera credibile. Hemingway è stato il primo ad adoperare dei dialoghi che erano veramente dialoghi, non erano delle cose letterarie, e infatti era stato accusato di usare il "giornalese", una sorta di lingua mutuata dal giornalismo. Cosa evidentemente non vera, era di tutt'altra natura l'operazione da lui svolta.


Tu hai citato poco fa Brett Easton Ellis. Leggendo Paso Doble si trovano dei richiami ben precisi, dei riferimenti che svelano una progressiva costruzione del personaggio non tanto tramite la psicologia (cosa che rappresenta la prassi normale) quanto attraverso studiate contingenze e particolari comunemente ritenuti di contorno, come possono essere le descrizioni minuziose di vestiti, accessori, gadgets, insomma un'attenzione rivolta agli oggetti in generale. Come se la marca di un paio di calzoni potesse dirci tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere su un personaggio. American Psycho di Ellis è quasi completamente costruito su questo particolare modulo narrativo e mi sembra che esso non sia estraneo nemmeno al tuo ultimo libro...

Beh, American Psycho è in effetti un libro costruito interamente sulla modalità che citi. Io mi limito a dirti che il personaggio è vestito con una giacca di Armani, laddove invece Ellis si sarebbe lanciato a descrivere taglio, tessuto, bottoni, asole e così via. Io asciugo di più, mi fermo molto prima. Penso però che questo modo di pensare e scrivere le cose faccia capire come il problema della spersonalizzazione, della mancanza di identità coinvolga veramente tutti, noné più una realtà solo americana o giapponese, si tratta di qualcosa che non esclude nessuno. Nel libro utilizzo, non a caso, questo tipo di descrizione per tutti quei personaggi che arrivano da Milano (Paso Doble è per buona parte ambientato a Torino, NDR) in quanto città che assume la valenza di centro del potere, dell'immagine e così via... Il mio primo libro era ambientato alla fine degli anni ottanta, un decennio di cui ero molto contento di aver visto la fine...allora mi dicevo che il decennio più merdoso della storia ce lo eravamo lasciati alle spalle, mi sono accorto che gli anni novanta sono la replica IN BRUTTO degli ottanta...e tutto questo grazie a un milanese! E tengo a dire che non ho nulla contro i milanesi, ho parenti ed amici in quella città, ma ce n'è uno che veramente non sopporto. Ecco, quel milanese ho scoperto che veste da Caraceni... (e chi ha orecchie per intendere, intenda, NDR).


Un paio di giorni fa ero, qui a Torino, allo stand di Garzanti. Stavo aspettando di parlare con te e nel frattempo ascoltavo le domande che un paio di ragazzi ti rivolgevano riguardo a Tatiana (personaggio femminile di Paso Doble, NDR), se fosse davvero così bella, eccetera. Ho anche parlato con altre persone che hanno confermato la mia impressione: buona parte dei tuoi lettori leggono i tuoi libri convinti che il protagonista sia tu stesso sotto altro nome e che, di conseguenza, le vicende ed i personaggi da te raccontati siano reali ed esistenti. Hai avuto anche tu un riscontro di questo tipo, e, se si, perché accade questo secondo te?

Io penso che la spiegazione di ciò derivi dal modo in cui questi libri sono scritti: torniamo di nuovo al discorso della lingua diretta, parlata, che fa evidentemente in modo che qualcuno possa pensare che si tratti di autobiografie, quando non lo sono affatto. Certo, in ogni libro c'è un po'di vita di chi lo scrive, basta solo pensare a Stevenson ed all'Isola del Tesoro. In realtà questi due romanzi parlano di un ragazzo, Walter, e di una serie di esperienze canoniche, banali: l'adolescenza, una serie di lavoretti precari, poi la maturità, il lavoro "sicuro", l'integrazione eccetera. Io ho cercato di rovesciare il classico romanzo di formazione, dove il protagonista arriva alla maturità accettando in maniera positiva i valori del vivere comune, civile, lasciandosi alle spalle l'adolescenza ed i suoi sogni proprio perché riconosce che erano solo sogni infantili. Nel mio romanzo è esattamente il contrario, perché credo che oggi integrarsi in questo tipo di società corrisponda ad una grande perdita di identità. In ogni caso, i miei NON sono romanzi autobiografici anche solo per il fatto che la mia vita non è - ahimè- così interessante da poter diventare l'oggetto di un romanzo, e quindi l'invenzione ha grandissima parte in quello che scrivo.


Però il servizio civile l'hai fatto...

L'ho fatto e mi sono risparmiato i milioni di fotocopie che si è invece beccato Walter...


Passiamo ad altro. Per come l'ho visto io, "Paso Doble" è un libro per tre quarti comico, nel senso che situazioni se vogliamo anche drammatiche vengono descritte con tratti marcatamente umoristici. E' un libro che fa ridere, insomma. Arrivato alla fine invece, mi ha preso una bella botta di tristezza...

Scusa! (scoppio di risa)


No, è che è veramente frustrante: tu segui questo personaggio che per tutto il tempo lotta per resistere, per rimanere integro, candido, coerente con se stesso e il suo mondo, lotta per non sputtanarsi quell'angolino privato che gli rimane per potersi guardare allo specchio senza farsi schifo...e poi alla fine, senza il minimo preavviso, distrugge tutto quello per cui aveva lottato e in cui aveva creduto.

Anche a me è spiaciuto... pensa che ad un certo punto avevo pensato di lasciare Walter ad allevare le renne in Finlandia con la Tatiana. Solo che siccome il romanzo è ambientato in anni che, come dicevamo prima, sono anni di merda, mi sembrava giusto far fare a Walter una fine altrettanto di merda. Io non sono affatto un pessimista, però la situazione in cui ci troviamo è veramente brutta e non sarebbe stato giusto scrivere un finale di sogno, un happy end da film americano che poi a me ha sempre dato fastidio. In ogni caso sono stato contento perché pare che alla fine il romanzo diverta. Per me la cosa importante era riuscire a far passare cose che divertenti non sono in maniera comica. Ho fatto anche un altro tipo di tentativo. Ho cercato di mostrare il positivo attraverso il negativo. Dire, per esempio "Va bene, Walter ha fatto questa fine, però, proprio perché ha fatto questa fine, proviamo ad immaginarcene una diversa, proviamo ad immaginarcela noi e non sulla carta".


Un'altra cosa interessante del tuo libro è il modo in cui viene rappresentato il rapporto dell'uomo con il lavoro, un rapporto che si autofagocita e che diventa né più né meno di una costante battaglia per la mera esistenza sulla faccia della terra...

Forse perché viviamo in un'Italia in cui più della metà dei giovani è senza lavoro, un'Italia in cui chi lavora sempre di più, chi non lavora prima dei trent'anni finisce per non lavorare più perché poi ti manca l'esperienza e nessuno ti assume...mi sembra una situazione paradossale poi anche vedendo tutto quello che abbiamo intorno, anche nello stesso mondo occidentale. Guarda per esempio cosa succede in Francia e in Germania, dove i corrispettivi della nostra Confindustria hanno applicato una drastica riduzione dell'orario di lavoro, mentre qui ancora leggiamo che i consigli di amministrazione sostengono che, guai!, in Italia non si potrà mai arrivare a soluzioni così DRASTICHE, che le aziende andrebbero subito in perdita, eccetera. E tutto questo è assurdo, perché non possiamo immaginarci di vincere in un mondo in cui la gente, una minoranza, che lavora lo fa in modo tale da non aver più tempo per se stessa, quando la maggioranza non sa come fare per arrivare alla fine del mese e deve dipendere dalle pensione dei nonni. Il tutto è determinato dalle "leggi di mercato", che ti dicono essere la grande chance di libertà per tutti e che, al contrario, a me non sembrano affatto tali. Un'altra cosa che mi ha impressionato, e mi viene in mente quando mi dici che quest'intervista andrà a finire su Internet, è che Bill Gates abbia aperto questa fabbrica, quest'azienda da favola circondata da un parco meraviglioso, dove i suoi dipendenti hanno la libertà assoluta per quanto riguarda gli orari di lavoro, non lavorano dalle nove alle cinque. Però hanno delle scadenze: se non si presenta il lavoro finito entro quella certa data, si è immediatamente licenziati. Io penso che questo, invece che essere -come a prima vista potrebbe sembrare- una forma estrema di libertà, ne sia l'esatto contrario. Uno, invece che lavorare otto ore al giorno, finisce per lavorare per dodici, quattordici, perché ha l'angoscia della scadenza da rispettare. Mi sembrano tutti dei controsensi, prendi ad esempio il computer, una macchina inventata per facilitare, velocizzare, ridurre il lavoro all'uomo. In realtà sono mezzi che ti lasciano sempre meno tempo perché, paradossalmente, quello che una volta si faceva in una settimana adesso si fa in dieci minuti grazie al computer, però in quei dieci minuti tu sei lì che dici "ecchecazzo, dovrebbe farlo in cinque.. come mai non va avanti..?!" e sei stressato solo perché lui non ti fa quel che dovrebbe fare in dieci minuti...




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