La bella addormentata
di Emilio Capodeski
Gli alberi, i campi, i pali della luce, le fabbriche, le fattorie e le automobili gli sfrecciavano davanti agli occhi, come risucchiate da una forza irresistibile. Rapidissime le cose vicine, più lentamente quelle lontane.
L'uomo distolse lo sguardo dal finestrino per posarlo nuovamente sulla donna che dormiva sul sedile di fronte. Di mezza età, i capelli accuratamente pettinati da un lato nel vano tentativo di coprire la radura sulla sommità del capo, che si faceva inesorabilmente ogni anno più vasta, il volto incolore precocemente avvizzito, l'uomo indossava un abito di taglio dozzinale, un po' liso ma perfettamente pulito e stirato.
Quella mattina di buon'ora aveva preso il treno alla stazione del suo paese, che abbandonava malvolentieri per recarsi al funerale di un lontano parente. A casa aveva lasciato la madre, una vecchia malata costretta su di un letto dal quale non si sarebbe più alzata se non per andare a raggiungere il marito, che da anni l'attendeva paziente nel cimitero sulla collina, all'ombra di un olmo rachitico al quale le sue spoglie mortali non fornivano sufficiente nutrimento. Era un uomo riservato e schivo, di cui la gente era portata ad approfittarsi a causa della sua mancanza di carattere, privodi ambizioni, non troppo sveglio ma preciso e metodico, animato da una religiosità fervida e ingenuamente superstiziosa. La madre gli aveva inculcato una educazione rigida e severa, non disdegnando, quando ci voleva, l'uso della cinghia. Un impiego di ragioniere in una piccola ditta di import-export che intratteneva rapporti d'affari poco chiari con certi paesi dell'est, gli forniva un modesto stipendio, appena sufficiente per tirare avanti stringendo la conghia. Era scapolo e non aveva amici. La sera usciva raramente, perché il lavoro era faticoso, sua madre aveva bisogno di assistenza continua e, in ultima istanza, perché non avrebbe saputo dove andare. Gli unici svaghi che si concedeva erano recarsi, la domenica dopo la messa, al bar della piazza a guardare le trasmissioni sportive e, una volta al mese, fare visita al bordello locale. Lo scarso piacere che ricavava dai goffi traffici su quei corpi sfatti e inerti sopiva i sensi di colpa da cui, dopo, veniva colto, facendogli sembrare per ciò stesso meno grave il suo peccato. Se non si lamentava della vita grigia e vuota che conduceva, era perché non aveva sufficiente immaginazione per sognarne una diversa e migliore.
Quando era salito sul treno la donna era già là. L'aveva intravista mentre attraversava faticosamente il corridoio, carico di bagagli come se avesse dovuto star via dei mesi (in verità contava di essere di ritorno già due o tre giorni dopo ma, meticoloso e apprensivo com'era, non poteva partire tranquillo se non era sicuro di avere con sé tutto ciò di cui poteva immaginare di aver bisogno). Lei era sola, immersa nella lettura di una rivista di moda. L'uomo era entrato nello scompartimento presentandosi con un impacciato saluto, ricambiato da uno sguardo in cui si poteva leggere il fastidio per l'indesiderata intrusione e da un meccanico contrarsi delle labbra che si sforzava di assomigliare ad un sorriso.
Dopo aver issato tutti i suoi bagagli sul portapacchi - operazione piuttosto lunga e laboriosa durante la quale ebbe modo di guadagnarsi, a giudicare dai sospiri e dagli sbuffi che si levavano alle sue spalle, la più viva antipatia della donna - si lasciò ricadere sul sedile, ansimante e congestionato in volto, e si passò il fazzoletto sulla fronte. La donna aveva così potuto riprendere la lettura, non senza aver prima scosso vigorosamente il capo, a eloquente conferma del suo disappunto. Era un po' in là con gli anni, ma ancora decisamente appetibile. Il suo corpo formoso costituiva un felice compromesso tra procacità e snellezza, e sembrava resistere ancora egregiamente all'azione congiunta del tempo e della forza di gravità. Aveva grandi occhi scuri e labbra rosse e carnose, appena segnate, agli angoli, da rughe leggere. La sua bellezza aveva l'intensità particolare delle cose che, toccato l'estremo apice del loro sviluppo, già si volgono verso il declino: come il rosseggiare sontuoso e infuocato di un tramonto, oppure il gusto dolcissimo della frutta molto matura ma non ancora passata.
Intimidito, per un po' l'uomo l'aveva sbirciata di sottecchi. Quando lo sguardo di lei, che ogni tanto si levava dalle pagine e vagava distrattamente per lo scompartimento, incrociava il suo, egli ne trasaliva, e subito abbassava gli occhi.
Poi la donna aveva posato la rivista con uno sbadiglio e si era allungata sulla poltrona, chiudendo gli occhi. Da quel momento egli aveva potuto osservarla a suo piacimento, senza doversi più limitare ad occhiate timorose e furtive. Ciocche disordinate dei lunghi capelli neri le ricadevano sulla fronte, sulle guance, sulle spalle. Il capo arrovesciato rivelava la carne morbida e bianca della gola e il collo affusolato. Dietro le labbra socchiuse rilucevano i denti grandi e regolari e oltre i denti, acquattata nell'oscurità del palato come un'animale nella tana, si intravedeva la lingua umida e palpitante. La scollatura della camicetta di lino, a causa di un bottone slacciatosi durante il sonno, scopriva parte del seno pieno e sodo.
Quella vista era senza dubbio incomparabilmente più interessante del paesaggio che si srotolava, monotono e sbiadito, davanti al finestrino. Aveva avuto perfino il potere di fargli scordare le mille piccole preoccupazioni che quel mattino, da quando aveva chiuso la porta di casa, con ancora sulle labbra la sensazione gelida del contatto con la scarna guancia della madre, lo avevano seguito fino alla stazione e poi sul treno. Si era ricordato di avvitare il cappuccio della stilografica (un ricordo del padre a cui teneva moltissimo) dopo avere redatto la lunga e minuziosa lista delle cose da fare mentre eravia, per la donna di servizio? Sarebbe bastata fino al suo ritorno l'acqua che aveva dato ai geranei (la donna si dimenticava sempre di innaffiarli)? Sua madre non avrebbe avuto una delle sue crisi? E il permesso che aveva dovuto prendersi, non gli avrebbe causato problemi in ufficio? Il principale, che non lo aveva mai avuto in simpatia, non avrebbe sfruttato quell'assenza per negargli il piccolo aumento per ottenere il quale aveva fatto mesi di strardinario? Ma soprattutto: come avrebbe dovuto comportarsi, al funerale, nel momento delicato e imbarazzante di fare le condoglianze alla vedova? Avrebbe dovuto dirle qualche parola di circostanza, stringerle la mano in silenzio, oppure addirittura abbracciarla? Che importava adesso? Era tutto così lontano e sfocato rispetto alla prorompente evidenza di quel corpo morbido e rigoglioso che giaceva abbandonato a pochi passi da lui.
Il treno scivolava pigro attraverso la pianura riarsa, sostando brevemente in paesini polverosi, abbacinati, immoti. Il sole, ormai alto, risplendeva indisturbato in un cielo denso e biancastro. A tratti, lo scintillio del mare si lasciava scorgere all'orizzonte, oltre colline lontane. Dallo spiraglio del finestrino filtrava un soffio torrido e umido. Nello scompartimento cominciava a fare molto caldo e, dove era esposta ai raggi del sole, la plastica marrone dei sedili si arroventava. L'uomo, ormai proteso in avanti senza più alcun ritegno, continuava insistentemente a fissare la donna assopita. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Era davvero attraente. Certo nulla a che vedere con la gracile e scialba Veronica, sua unica, deludente conquista di gioventù e con le prostitute che era solito frequentare. Una signora di città, senza dubbio. Un boccone raro e prelibato. Qualcosa a cui lui non avrebbe mai potuto neanche lontanamente aspirare. I suoi sguardi avidi e quasi increduli non si saziavano di sfiorarla, carezzarla, frugarla. La pelle di lei, imperlata di minute gocce luccicanti, emanava un odore pungente di sudore misto a profumo, che lo stordiva e lo inebriava.
Si smarrì a lungo nella contemplazione di un neo piccolo e scuro che la donna aveva alla base del petto, che compariva e scompariva oltre l'orlo della camicetta per gli sbalzi che il movimento sussultorio del treno trasmetteva al corpo addormentato. Ne salutava ogni apparizione con un silenzioso giubilo, per poi attendere impaziente quella successiva.
Poi, con un mugolio languido e prolungato, la donna si riscosse e cambiò posizione sul sedile. In quel movimento la gonna salì denudandole le gambe. L'uomo fu percorso da un fremito: se si chinava un poco e allungava il collo, poteva intravedere, tra le cosce divaricate, il candore delle mutandine. Prese ad agitarsi sul sedile come se fosse seduto su dei tizzoni ardenti. Aveva la gola secca, e la lingua gli si appiccicava al palato. Non sapeva capacitarsi di quanto stava accadendo: c'era qualcosa di spudoratamente lascivo, osceno addirittura, nell'atteggiamento della donna. Si stava esibendo, sembrava quasi che gli si porgesse, gli si offrisse. Era come se, ora che lei dormiva, il suo corpo, seguendo una propria volontà misteriosa e indipendente, si fosse proposto di provocarlo e sedurlo, mostrandosi in tutta la sua conturbante sensualità.
Mentre il cuore prendeva a rullargli impazzito nel petto, si sorprese ad immaginare che la donna si svegliasse, lo guardasse con occhi torbidi di desiderio, si sfilasse i vestiti e gli si gettasse addosso premendogli i grossi seni contro il volto. D'un tratto il nodo della cravatta era diventato così stretto da soffocarlo. Si passò un dito nel colletto per allentarlo e si tolse la giacca. Grosse chiazze di sudore gli si allargavano sulla camicia.
Fu allora che quella idea assurda prese forma nel suo cervello. Forse accadde perché era stanco per la levataccia, forse per quel senso di ebbrezza, incoscienza e libertà che la partenza gli aveva istillato, rompendo la monotona abitualità della sua vita di tutti i giorni, oppure fu a causa della prolungata vicinanza di una donna così seducente, fatto sta che non seppe resistere a quella tentazione che in un altro momento avrebbe ritenuto indecente e riprorevole. Voleva toccarla. Si, voleva disperatamente toccare la donna. Non riusciva a pensare a nient'altro, non c'era più spazio in lui che per quel desiderio travolgente, morboso, ossessivo, da cui era completamente posseduto e soggiogato. Avrebbe dato qualsiasi cosa per potere, almeno una volta, insinuare le mani sotto i vestiti e affondarle in quella carne morbida, sentirne tra le dita la levigatezza ela consistenza, percorrerne la superficie in lungo e in largo esplorandone le anse, le pieghe, i rilievi.
Si alzò, ma nella foga calcolò male lo slancio e perse maldestramente l'equilibrio. Evitò di franare addosso alla donna aggrappandosi con tutte le sue forze alla sbarra del portapacchi. Poco mancò che si slogasse una spalla: una fitta lancinante gli lacerò la carne. Si impedì di urlare mordendosi le labbra. Poi sporse la testa nel corridoio per sincerarsi che non ci fosse nessuno in giro, e si chiuse dentro tirando le tendine.
Tornò al suo posto in punta di piedi. Guardò la donna. Le sue palpebre abbassate fremevano, e aveva il respiro affrettato. Chissà quali visioni di sogno stavano scorrendo in quel momento davanti ai suoi occhi. Protese la mano verso il braccio di lei che pendeva scompostamente dal bracciolo. Ma a mezza strada si bloccò. Tremava. Per qualche istante fu come se una lotta silenziosa si stesse svolgendo dentro di lui, poi la mano gli ricadde in grembo, come spossata da uno sforzo sovrumano. Fece qualche altro tentativo, ma niente. Non ci riusciva. Non osava. Erano soli nello scompartimento, nessuno avrebbe potuto vederli e la donna giaceva là, davanti a lui, inerme, accessibile, indifesa, in sua completa balia. Tuttavia gli mancava il coraggio. Quei pochi centimetri che li separavano parevano una distanza incolmabile. Scoraggiato, si afflosciò su se stesso. Lo stomaco gli si torceva per il nervosismo. Si prese la testa tra le mani ripetendosi che doveva stare calmo. Poi ci riprovò. Lentamente, per piccoli gradi, avvicinò la mano al braccio della donna. Ecco, ce l'aveva quasi fatta, solo un altro piccolo sforzo. Ancora un poco, ancora un poco e le sue dita brancolanti avrebbero potuto toccarla. Già sentiva la peluria dorata dell'avambraccio che gli vellicava i polpastrelli.
Il rumore della porta dello scompartimento che si apriva di scatto lo fece balzare indietro sulla poltrona. Si lasciò sfuggire un grido strozzato. Era il controllore. Mentre questi gli pinzava il biglietto, l'uomo lo aveva scrutato ansiosamente, con le guance infiammate, cercando di capire se si fosse accorto di qualcosa. Nulla però traspariva dal suo volto impassibile. Solo, prima di uscire, gettò un occhiata alle gambe della donna per poi fissarlo un istante negli occhi, in un modo che gli sembrò strano, ma che non seppe come interpretare. Se ne andò senza svegliare la donna, alla quale doveva aver controllato il biglietto in precedenza.
Lo spavento lo fece tornare in sé: fu come se gli avessero gettato addosso una secchiata d'acqua gelida. Cosa stava facendo? Come aveva potuto abbandonarsi ad un impulso così basso e riprorevole? Quale follia si era impadronita di lui, accecandolo a tal punto? La vergogna e il disgusto lo sommersero. Non riusciva più nemmeno a pensare, leidee gli si disfacevano nella testa in un turbinio di schegge impazzite. Si sentiva sprofondare in un gorgo vorticante, trascinato verso il fondo di un abisso dal quale si sprigionavano lingue di fiamma. L'immagine infantile del diavolo che lo veniva a prendere, cornuto e peloso, con gli occhi iniettati di sangue, che sua madre evocava per spaventarlo quando era stato cattivo e che da allora gli era rimasta indelebilmente impressa nella memoria, gli si presentò davanti agli occhi con la forza di un'allucinazione.
Sgomento, si precipitò fuori dello scompartimento. Aprì il finestrino e spinse fuori la testa, inspirando boccheggiante l'aria che lo schiaffeggiava. Lo colse un accesso di nausea. Inginocchiato sulla tazza, nella angusta toilette sudicia, cercò di liberarsi, tra rantoli e singulti. Ma poiché era a stomaco vuoto, non gli riuscì di sputare fuori altro che un misto di catarro e liquidi gastrici. Dopo essersi sciacquato il viso, si guardò allo specchio. Era ridotto in uno stato pietoso: i suoi vestiti erano stropicciati e madidi, il nodo della cravatta sfatto, la camicia fuori dai pantaloni, aveva i capelli spettinati, con il riporto che gli pendeva tutto da un lato, gli occhi rossi e strabuzzati e un'espressione stravolta, da pazzo. Cercò di ricomporsi alla bell'e meglio. Aveva voglia di piangere e, per un attimo, gli venne anche l'impulso di gettarsi giù dal treno, ma la sola idea gli fece venire una tale paura che soprassedette subito.
Non se la sentiva di ritornare al suo posto, così si diresse verso la carrozza ristorante. Mentre avanzava barcollando lungo i vagoni, gli sembrava che ogni persona che incrociava gli rivolgesse sguardi accusatori, carichi di disprezzo, come se gli si leggesse in viso il peccato di cui si era macchiato, come se portasse impresso in fronte, ben visibile a tutti, il marchio infamante della sua colpa.
Seduto al bancone, ordinò una birra, poi un'altra. Solitamente astemio, tantò bastò perché un'ebbrezza leggera e ovattata si impadronisse di lui. La tensione insostenibile che lo possedeva si sciolse poco a poco, ed egli cominciò a calmarsi.
La ferrovia correva ora lungo la costa. Davanti al finestrino sfilavano spiagge brulicanti di gente. Il treno si fermò ad una stazione. L'uomo pensò, non senza qualche rimpianto, che forse in quel momento la donna stava scendendo, e che comunque ormai doveva essersi svegliata.
Rinfrancato e un po' brillo, tornò allo scompartimento. La donna c'era ancora, addormentata e sola. Seduto nuovamente di fronte a lei, con la complicità dell'alcool che aveva allentato i suoi freni inibitori e le sue remore morali, il desiderio si riaccese in lui, più violento di prima. Ma questa volta decise di attuare una strategia diversa, più prudente e indiretta, per attuare i suoi propositi.
Cominciò allora a muoversi nervosamente sul sedile, come se fosse in cerca di una posizione più comoda. Mentre si agitava, andò a sfiorare più volte col ginocchio le gambe di lei, ogni volta esercitando una pressione più forte e prolungando il contatto, per saggiare la profondità del suo sonno. Se aveva inscenato quella ridicola pantomima era stato più per giustificarsi di fronte a se stesso, che ad un eventuale risveglio di lei. Incoraggiato dal fatto che la donna non dava alcun segno di vita, chiamò a raccolta tutto il suo coraggio e, poco a poco, con delicatezza e cautela, allungandosi sul sedile fino quasi a scivolare giù, insinuò la gamba tra quelle di lei. Fu questione di pochi attimi. La carne di lei, attraverso la stoffa dei pantaloni, era morbida e calda, scottava. L'eccitazione montò, crebbe in lui come una piena inarrestabile. Chiuse gli occhi stringendo i denti e piantando le unghie nei braccioli del sedile. Una scarica di piacere, breve e lancinante, gli attraversò il cervello. Dopodiché, spossato e col fiato mozzo, l'uomo ritirò la gamba.
Le mani gli tremavano ancora quando la donna si svegliò. Aprì gli occhi, sbadigliò coprendosi con la mano e si guardò attorno, intontita e spaesata. Mentre si stiracchiava, inarcando la schiena e sollevando le braccia sopra la testa, si accorse del bottone slacciato e subito lo riallacciò, gettando un'occhiata ostile e diffidente all'uomo. Lui guardava apparentemente fuori dal finestrino, cercando invece di seguire i movimenti di lei dal fioco riflesso sul vetro.
Appena il treno cominciò a rallentare, alle porte di un grazioso paesino arroccato su una scogliera, la donna si alzò e, allungandosi in punta di piedi, prese la propria borsa dal portapacchi. Offrì così per un istante all'uomo la vista delle generose rotondità che riempivano la sua gonna attillata, quasi fosse una sorta di ultima, compassionevole concessione che il corpo di lei gli faceva come regalo d'addio.
Scesa dal treno, la donna attraversò con pochi balzi i binari e si fermò sulla piazzola, posando la borsa. Nello stesso istante un ragazzo alto e robusto, che portava una cannottiera e dei bermuda vivacemente colorati, uscì dal bar sventolando la mano. Si diresse verso la donna che gli sorrideva e si chinò su di lei, sfruttando quell'unico movimento per baciarle il collo e afferrarle la borsa.
Col naso schiacciato sul vetro, l'uomo li guardò allontanarsi abbracciati mentre il treno riprendeva la sua corsa.
Perché Viaggi?
Giulio Rapiello
Una rilettura di "In viaggio"di Emilio Capodeskj
Gli alberi, i pali della luce, le automobili, gli sfrecciavano davanti agli occhi, come risucchiati da una forza irresistibile. Rapidissime le cose vicine, più lentamente quelle lontane, come a velocità media quelle in mezzo.
L'uomo distolse lo sguardo dal finestrino, anche perché il treno era ancora fermo in stazione, come a posarlo nuovamente sulla donna che dormiva.
Come sul sedile di fronte.
Di mezza età, i capelli accuratamente pettinati da un lato nel tentativo di coprire l'oasi alla sommità del capo, la donna indossava un abito. L'uomo anche: un classico grigio cocktail fra Gregor Samsa e il ragionier Ugo Fantozzi.
Era salito in treno, nello scompartimento già occupato dalla donna, carico di bagagli come se avesse dovuto stare via dei mesi (ci teneva ad essere sicuro di avere con se tutto ciò di cui avrebbe potuto immaginare di essere sicuro di voler avere bisogno).
Dopo aver issato tutti i suoi bagagli sul portapacchi, si rese conto dell'errore e li disissò. Poi riissò i bagagli sul portabagagli e issò i pacchi sul portapacchi. La donna diceva "Oh issa" ma si capiva che le scocciava.
L'uomo finalmente si sedette e lei riprese una lettura che aveva interrotto, non senza aver prima scosso vigorosamente il capo, una buona abitudine che nei luoghi angusti le provocava spesso violenti ematomi. La donna era ben messa: formosa e snella, grassa e insieme magra, bassa ma alta, la sua bellezza aveva la particolare intensità delle cose che hanno toccato l'estremo apice del loro sviluppo: come un infuocato tramonto, o come un brufolo-vulcano sulla schiena, gonfio e pronto da strizzare.
Lui la sbirciava di sottecchi.
Lei mangiucchiava dei biscotti.
Lui sforbiciava un giornaletto.
Lei sonnecchiava dirimpetto.
Egli ne trasalì.
Ora che ella dormiva poteva osservarla a suo piacimento. Ciocche di capelli neri le ricadevano addosso e sul pavimento del vagone ferroviario. Il capo arrovesciato rivelava la carne della gola e il collo affusolato, e questo lo preoccupo' un poco. Anche lui, ricordava, aveva desiderato arrovesciare il capo, una volta: due mesi al reparto ortopedia dell'ospedale del suo paese lo avevano dissuaso dal tentare nuovamente l'operazione.
Dietro le labbra socchiuse di lei rilucevano i denti, grandi e regolari, e oltre i denti si intravedeva come uno strano animale, che inizialmente egli scambiò per la lingua umida e palpitante, ma che ad un secondo sguardo si rivelò un Leptopelis Flavomaculatus, piccolo anuro appartenente alla famiglia dei racoforidi.
La scollatura della camicetta scopriva parte del seno pieno e sodo. Egli ne trasalì (amava trasalire, anche se a volte ne rimaneva congestionato) e dimenticò i suoi problemi, mentre il paesaggio, davanti al finestrino, si srotolava...
Si era ricordato di avvitare il cappuccio della stilografica? Sarebbe bastata l'acqua per i gerani? E' veramente possibile muoversi alla velocità della luce?
Esiste Dio?
Tutto questo ormai non aveva importanza rispetto alla prorompente evidenza di quel corpo rigoglioso e verdeggiante che giaceva relitto a pochi passi da lui. Il treno scivolava tra la pianura riarsa, tra bacinelle polverose e immote. Il sole alto splendevanel cielo bianco e insomma faceva molto caldo. L'uomo guardava la donna e non riusciva ad aspirare. La donna sudava parecchio ed emanava un odore pungente che lo stordiva.
Improvvisamente, un simpatico neo piccolo e scuro che la donna aveva alla base del petto saltò fuori con un balzo dall'orlo della camicetta.
Egli lo salutò con giubilo, ma il neo, che aveva altro per la testa, preferì andare a bere qualcosa al vagone ristorante.
Arrossendo come un peperone, l'uomo si sorprese allora ad immaginare che la donna si svegliasse, si sfilasse i vestiti, si spogliasse, lo guardasse, gli si gettasse addosso e gli parlasse totalmente al congiuntivo per ore e ore.
Il cuore allora prese a rullargli impazzito nel petto.
Poi la donna si riscosse e nel movimento, la gonna salendo, si denudò le gambe, che lo colpirono con la violenza di un pugno!
Era eccitatissimo: se si chinava un poco, allungava il collo, poggiava un gomito su un bracciolo e con il piede faceva perno contro il soffitto del vagone, poteva intravederle le mutande fra le cosce divaricate. Al pensiero del termine "divaricate"però svenne, perché non era preparato.
Non sapeva capacitarsi di quanto accadeva: lei si stava esibendo, come se gli si porgesse, quasi come se, ora che lei dormiva, il suo corpo seguisse una propria volontà, quasi forse come se si fosse proposta di sedurlo, addirittura come forse quasi se!
Fu allora che quella idea assurda prese forma nel suo cervello: scalare il K2 in pigiama, con solo una scorta di frozen daiquiri! Poi tornò in sé e decise di toccare la donna che aveva di fronte.
Voleva affondare le mani nella carne morbida di lei, sentirne tra le dita la consistenza e la qualità, esplorarne le anse, le pieghe e i rilievi, gli avvallamenti e le grotte naturali, ricche, ne era sicuro, di minerali sconosciuti.
Si alzò, ma nella foga di uno slancio eccessivo perse l'equilibrio e, sfondando il finestrino, cadde dal treno.
Raggiunse il treno di corsa, alla stazione successiva. La donna c'era ancora, addormentata e sola. Il desiderio si riaccese in lui: voleva toccarla. Si, voleva disperatamente toccare la donna. Protese la mano verso di lei, fino a sentire una sottile peluria che gli vellicava i polpastrelli: era l'avambracciolo di lei, di velluto, che pendeva scompostamente dal sedile.
Stava per vellicarla anch'egli quando una opportuna resipiscenza lo trattenne. La porta dello scompartimento si aprì di scatto ed entrò il controllore, che gli pinzò violentemente il biglietto.
L'uomo scrutava il controllore, cercando di capire se si fosse accorto di qualcosa, ma nulla traspariva dal volto impassibile di questi. Solo, prima di uscire, gettò un'occhiata alle gambe della donna, per poi tastarle a due manifino alle zone più intime, tranquillo e a lungo, mentre lo fissava negli occhi.
Uscendo, non contento, il controllore gli tirò una secchiata di acqua gelida.
Il nostro uomo per lo spavento ritornò in se, sommerso dalla vergogna e dal disgusto per se stesso. Come aveva potuto abbandonarsi ad un impulso così basso e riprovevole? Si sentiva sprofondare in un vortice gorgogliante di lingue di fiamma. Ildiavolo venne a prenderlo sotto forma di sua madre che, quando ci voleva, non disdegnava l'uso della cinghia.
Sgomento, vomitò addosso alla donna una buona quantità di catarro e liquidi gastrici, poi insinuò la sua gamba fra quelle di lei. Una scarica di piacere lancinante e di dolore delizioso gli attraversò il cervello, quindi, spossato e col fiato mozzo, si ritirò.
La donna allora finalmente si svegliò ed ignara dell'accaduto prese a stiracchiarsi. Inarcò la schiena, sollevò le braccia, arrovesciò e quindi scosse vigorosamente il capo, si allungò in punta di piedi, stirò i glutei e infine, mentre il treno giungeva in stazione, si esibì nel triplo mortale che le aveva donato il bronzo ai mondiali di Oslo.
La donna scese poi dal treno balzando e attraversò i binari.
Nello stesso istante un ragazzo alto e robusto, che portava una canottiera e dei bermuda, uscì nudo da un bar, sventolando anche la mano.
La donna gli sorrideva, e il ragazzo si chinò su di lei, sfruttando quell'unico movimento per baciarle il collo, afferrarle la borsa, rifarle il trucco e tagliarle i capelli all'ultima moda. Le fece anche un caffè corretto.
L'uomo, naso a vetro, li guardò allontanarsi, meditò sulla triste riuscita della sua vita e decise di scrivere un piccolo racconto ambientato in treno, che cominciava così: "Il rumore, nella piccola stazione presa d'assalto dai turisti, era addirittura assordante....". Ma questa è un'altra storia.[In questo passo il Rapiello si riferisce chiaramente ad un altro testo del Capodeskj, "Notte in treno". Alcuni critici vi hanno riconosciuto il segno di una nuova parodia forse in corso di stampa, altri sostengono la tesi dell'accanimento fine a se stesso del Rapiello nei confronti del Capodeski. NDR]
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