CLASSICI



"David Copperfield" o consigli per la lettura di un falso mattone
di Lupus


Ebbene sì, lo ammetto. Quale miglior sede per dichiarare il mio sfrenato amore per le paleolitiche riduzioni televisive di famosi classici della letteratura? Un'intera infanzia, la mia, modellata sugli sceggiati girati in elettronica b/n da autentici colossi del settore quali Sandro Bolchi e Anton Giulio Majano, rielaborazioni testuali a tratti libere ma più spesso ultrafedeli, aderenti a tutta una tradizione mimico-gestuale di retaggio certo più teatrale che non televisivo. E' stato proprio rivedendo -nel dormiveglia boccheggiante di un luglio impietoso- un paio di puntate del David Copperfield (Majano, 1965) con Giancarlo Giannini che mi sono deciso a compiere quella che avevosempre ritenuto temeraria impresa: affrontare il libro. La mole spaventa sempre, non c'è che dire: quasi 900 pagine in corpo 9 rendono passibile della definizione di "arduo mattonazzo"anche il titolo più invitante, la copertina più raffinata, la prefazione più intrigante. Insomma, per farla breve, mi sono procurato la migliore edizione disponibile sul mercato (Einaudi tascabile, traduzione ed introduzione di Cesare Pavese, praticamente una scelta obbligata) e, ricopertala adeguatamente onde evitare qualunque offesa da parte di agenti atmosferici o impronte sott'olio, ho guatato da lontano lo spaventoso tomo con grinta e superbia. "O lui o io".
Invece no, invece. Dickens non è uno stupido e usa un trucco formidabile per tenere il lettore avvinto al racconto sin dalle primissime pagine: gli sciorina in belle lettere quelle reminiscenze di primissima infanzia che tutti ricordiamo di aver trascorso: dolce, eterea, molle, abbarbicata ad un tesoro di madre che, se non si è mai avuta, perlomeno si è vagheggiata. Dickens entra così furbescamente nella memoria (o, per i più sfortunati, nell'immaginazione creatrice) collettiva e tira fuori un poker di capitoli che, pur essendo i primi, ti fanno già gridare al capolavoro. La storia, beh, quella è quanto di più lungo etortuoso si possa concepire: si parla soprattutto delle vicissitudini e dei viaggi del disgraziato David, le cui alterne vicende dànno a Dickens lo spunto per portare a termine ben due missioni: 1) Ripercorrere, trasfigurandola, la propria vita."David Copperfield", come tutti sanno, è la cosa più vicina ad un'autobiografia che Dickens abbia mai scritto. 2) Dare ampio sfogo a quello che rappresenta il vero zenith narrativo del romanzo: la descrizione dei personaggi ed il fil rouge emozionale che li lega l'un con l'altro. David Copperfield inizia il suo cammino in una relativamente tranquilla atmosfera medioborghese, cade quasi subito in disgrazia con la morte della madre e si ritrova alla mercè di una delle due personificazioni del male che appaiono in questo libro: il patrigno, ovvero il temibilissimo Mr. Murdstone, il cui nome sembra essere stato costruito con un occhio a più che allusive assonanze (stone= pietra; aggiungendo "er"a "murd"si ottiene "assassino") e la sorella di costui, degna accompagnatrice, costituiscono una coppia assolutamente letale, di cui David non si libererà che molto tempo dopo. Dalla rocambolesca fuga dai Murdstone in avanti, comincia l'odissea di David, costellata di personaggi intriganti (Emily), vacuamente fascinosi (Dora), rassicuranti (Peggotty), simpaticamente assurdi (Micawber, la stessa zia Betsey ed il suo lunare accompagnatore), per giungere finalmente ai due caratteri fondamentali dell'opera: Uriah Heep, colui che reca con sé il vessillo del male idiota, dell'immoralità avida, arraffona e senza scrupoli, un personaggio anche fisiognomicamente caratterizzatissimo, praticamente una maschera nelle sue viscidità criminali. Dall'altra parte della barricata -almeno apparentemente- c'è Steerforth, il personaggio sicuramente più riuscito dell'intero romanzo, il rappresentante ideale dell'eroe romantico, tormentato e soggiogato dal fascino che lui stesso emana e che, in un modo o nell'altro, calamita a sé le emozioni di tutti coloro che lo incontrano. Con una buona quarantina d'anni di anticipo sul Dorian Gray di Wilde, Dickens costruisce una perfetta figura bifronte, che va subito a riempire lo spazio antropomitico, per il resto latitante nel romanzo, introducendo una figura che afferma e nega insieme gli ancora sacri ideali dellakalokagathia. Chi non esce affatto bene dal romanzo è proprio lo stesso Copperfield, che a me è sembrato vittima di un archetipo manzoniano, più che evidente oltretutto in finale d'opera, allorché diventa palese il miscuglio di valori che lo portano a fare di Agnes, la modesta e fedele compagna di tristezza, un piedistallo di virtù. Nel bene o nel male, il nostro David è molto "tramaglinesco", subisce per buona parte gli avvenimenti che il destino gli pone innanzi e si richiama spesso ad una morale pietistica decisamente fuori luogo ed in contrasto con le vicende.
Non si pensi male del romanzo in base a queste ultime note: David Copperfield è in fondo un simpaticone e certi personaggi si attaccano al lettore in modo tale che cominciano ben presto a far parte della sua stessa vita. A ben guardare questo libro possiede gli ingredienti fondamentali per risucchiare chi lo legge nello stesso vortice che produce una soap-opera, rimanendo però esente da buona parte delle idiozie che nella maggior parte dei casi costellano questo tipo di prodotti, confezionati per rilassare e non far pensare chi ne fruisce.




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