RECENSIONI a cura di Laura Carafoli, Vanamonde e Lupus. Reverend William Cooper, "Sesso estremo" Castelvecchi, L. 15000 Aveva cominciato l'anno scorso la casa editrice Theoria con "Spazzatura", un ottimo libro di Giuseppe Salza che introduceva la collana "Ritmi". Da lì in poi è stato un fiorire disaggi e saggetti, pubblicati da diverse case editrici e normalmente molto ben curati, i cui argomenti spaziavano dal fumetto più o meno underground alla guida turistica alternativa. La cosa singolare è che praticamente tutti questi titoli possiedono, nelsottotitolo o addirittura - realmente- nell'impostazione, un preciso riferimento a due delle matrici che sembrano caratterizzare la cultura "alternativa" di questi ultimi anni: il cyber ed il trash. Passi per il trash, ma io non ho ben capito cosa si possa intendere nel mondo reale per "cultura cyber" che non sia strettamente attinente a opere di fantasia quali quelle dei romanzi di Sterling o Gibson (per citare i più conosciuti). Internet? La macchina per il sesso virtuale? Ma andiamo. Resta il fatto che con titoli come "Il Medioevo secondo Walt Disney", "Cibernauti", "Star Trash", "Sabotaggio elettronico", si è creato dal nulla un vero e proprio mercato che pare soddisfare tutti gli assetati di novità paratecnologiche. Il testo di cui qui si parla, "Sesso Estremo", viene furbescamente presentato con il sottotitolo "Pratiche senza limiti nell'epoca cyber", ma chiunque esplori un po' a fondo il libro si accorge che questo poteva essere scritto almeno dieci anni fa (in barba alle mode "cyber") e tutto quel che allo stesso cyber è riferito non è altro che una postilla, in forma di interviste, aggiunta al testo dai redattori italiani e che con il manoscritto originale di Reverend Cooper non ha nulla a che vedere, se non ovviamente una pallida attinenza d'argomento. Si fa riferimento infatti ad alcuni sysops di una BBS italiana (a proposito: Blue BBS, 06/ 86203276), assidui frequentatori delle pratiche descritte nel libro. In compenso farà piacere sapere che, interpolazioni dell'editore a parte, "Sesso Estremo" è tutt'altro che una bufala e vale certamente i soldi spesi per il suo acquisto. William Cooper è lo pseudonimo di un giornalista inglese, attivo nelle riviste musicali e in certi incontri che lui stesso descrive nel libro. Il suo appellativo è "reverend", ma avrebbe potuto anche essere "art director", come dice lui stesso: "...nei gang-bang può essere deliziosamente piacevole assaporare il ruolo di art director o, se preferite una terminologia europea antica, "maestro delle danze". Questo ruolo è secondo me addirittura indispensabile quando il numero dei partecipanti sale oltre i quattro-cinque e, come avrete capito, uno dei motivi per cui mi chiamano "il Reverendo" è che mi sono sempre divertito a guidare le greggi di pecorelle smarrite nei meandri del sesso estremo. Il vero regista deve essere una persona con molta fantasia e colpo d'occhio, e deve saper assecondare le voglie di ciascuno dei partecipanti al gang-bang (o all'orgia) senza perdere di vista la dinamica del gruppo." Aprendo il libro viene subito agli occhi un'introduzione abbastanza circostanziata ed inequivocabilmente "seria" alla filosofia del sesso estremo. Cooper non è un idiota sporcaccione qualsiasi, lo si capisce subito, ma una di quelle persone che credono al gioco che stanno facendoe che, per renderlo appunto "serio", tracciano una serie di limiti e regole inappellabili. L'autore passa poi alla trattazione dell'argomento vero e proprio, stilando una mappa (molto ben fatta, bisogna dirlo) delle più diffuse perversioni ad uso dei non iniziati, cauterizzando con cura (e con una certa abilità, aggiungerei) le pericolose limitrofie a cui non si può non pensare nel percorrere simili argomenti. Ho quindi colmato la mia abissale ignoranza venendo a sapere dell'esistenza di incredibilia preziose tipo "Scaring" e "Branding", "Splatter", "Gore", "Inversione" e "Gang-bang" o ricevendo informazioni adeguate su pratiche note ma finora solo immaginate tipo "Fist fucking", "Private", "Pissing", "Animal", "S&M", "Piercing" e "Bondage" (mi spiace, ma le ultime vestigia della mia educazione borghese mi hanno impedito di leggere il capitolo dedicato allo "Shit- loving" con la serenità necessaria). Cooper supporta, a volte in modo estremamente interessante, ognuna di queste "usanze" con un retroterra spesso antropologico, a volte filosofico, quasi sempre psicoanalitico, motivandone l'esistenza e disvelandone i trucchi più riposti. Per concludere: un viaggio divertente ed istruttivo, consigliabile praticamente a tutti. Ora vi saluto ché devo andare a comprarmi tre catene, un dildo e un corsetto di latex. [l.] Rudolph Gray, "Ed Wood - Hollywood spazzatura" Frassinelli, L. 26000. Gregory Walcott (un non ben precisato protagonista della Hollywood degli anni '50): "I film di Ed sono di un'altra categoria. Tre gradini sotto i film di serie B: film squallidi, marginali, di terza categoria.... Ed aveva cattivo gusto ed era indisciplinato. [...] Anche se avesse avuto dieci milioni di dollari, ogni suo film sarebbe stata una merda priva di gusto". Questa dichiarazione raccoglie in poche battute l'opinione dell'epoca su Edward Wood Jr., meglio noto come Ed Wood. La solare e ricca Hollywood degli anni '50 non ha fatto altro che irridere questo strambo personaggio che non veniva neppure tenuto all'altezza di essere chiamato "regista". Eppure Ed Wood di film ne ha scritti, diretti ed ogni tanto interpretati più di quaranta. Certo erano tutte produzioni povere, semi-artigianali, con attori decaduti, lontani dalle pellicole patinate delle grandi majors, erano film horror o con soggetti soprannaturali, scabrosi e, alla fine degli anni '60, anche porno. Come si fa a non essere incuriositi da un uomo che dichiara di indossare degli slippini rosa sotto l'uniforme dell'esercito, compagno di sbronze di Bela Lugosi e che va in delirio per qualsiasi golfino d'angora a tal punto da vendersi l'anima pur di possederlo, di indossarlo.... Per l'enorme elenco di stravaganze (fuori e dentro il set) oltre il limite della moralità e per la "bizzarra" filmografia, Ed Wood è diventato dopola sua morte (1978) oggetto di culto tra tutti i seguaci della trash-culture, tra i fanatici degli Z-movies e tra quelli che amano respirare l'aria di decadenza in ogni forma di arte. Ecco queste sono le premesse basate su un'idea vaga e "commerciale" di Ed Wood che possono spingere alla lettura della biografia di Rudolph Gray (Ed Wood -Hollywood spazzatura ed. Frassinelli, lire 26.000). Se poi si aggiunge l'uscita festivaliera del film di Tim Burton dedicato al "peggior regista del mondo", con l'annesso battage pubblicitario, l'impulso a gustare questo libro diventa praticamente irresistibile. Questa biografia però, con sorpresa, non è un agglomerato di azioni irriverenti, di rancidi aneddoti o di scandaletti sesso-droga-cinema. O, meglio, è anche questo, ma il tutto è in funzione di un fine più romantico. Il libro è bellissimo e coinvolgente. Quello che più colpisce, insieme al genio irrefrenabile di Ed, è l'atmosfera tenera e drammatica che circondava un gruppo di persone che facevano cinema in una realtà che non voleva accettarli, colpisce ancora di più tutta la passione che emerge da centinaia di dichiarazioni dirette e sincere nella loro incoerenza, di attori ormai dimenticati o forse nemmeno mai ricordati. E sono proprio quelle persone a parlarci attraverso brevi e a tratti strampalate dichiarazioni,è la loro voce confusa dall'alcool quella che si sente leggendo questo libro che riesce a trasportarci in una Hollywood forse molto più attuale di quanto si possa immaginare. [l.c.] Franco Forte (a cura di ), "Fantasia" Stampa Alternativa, L. 10000 Esiste in Italia una letteratura fantasy e fantascientifica di cui valga la pena di parlare? Si sarebbe tentati di dare una risposta negativa. Basta dare un'occhiata in libreria per accorgersi che il pubblico italiano fagocita enormi quantità di materiale tradotto, spesso anche di infimo livello, ma non mostra alcun tipo di curiosità per gli autori italiani, i quali sono costretti a vegetare nell'ambito di un fandom che privilegia più le manifestazioni folkloristiche come i club di Star Trek che non l'autentica letteratura. Fortunatamente ogni tanto c'è qualcuno che fa balenare un raggio di luce in queste tenebre. Questa volta si tratta di Franco Forte, il quale, oltre a essereuno dei curatori di Delos, ottima rivista telematica di fantascienza, è riuscito a mettere insieme un'antologia di autori fantastici italiani che dimostra come al di sotto di questa cortina di squallore si celi un'insospettata vitalità. Il formato è piuttosto inconsueto: si tratta infatti di una collezione di dieci libretti della serie Millelire, riuniti in una scatola di cartoncino simile a un pacchetto di sigarette. Forse qualcuno storcerà il naso per una veste così dimessa, ma personalmente la ritengo di gran lunga preferibile alle costose edizioni rilegate che sono consuetudine nella fantascienza nostrana, e che finiscono per essere vendute seimiclandestinamente per corrispondenza a un pubblico di pochi intimi. E'giusto che un'antologia simile abbia invece un prezzo che invogli all'acquisto anche i semplici curiosi. I 21 autori presenti sono stati scelti in modo ampiamente rappresentativo. Ci sono sia autori di fama recente (come Daniele Brolli, recentemente asceso alle grandi tirature con il romanzo "Animanera"), sia autori da tempo attivi in campo amatoriale (come Dario Tonani e Franco Ricciardiello), sia infine vecchie glorie dalla carriera pluridecennale (come Vittorio Curtoni, Mario Miglieruolo, Renato Pestriniero). Scorrendo questi racconti ci si può accorgere non solo che la qualità media è molto elevata, ma anche che sono assenti i pedissequi ricalchi della letteratura americana (prova ne sia che, a parte il contributo personale del curatore, non vi sono racconti che si richiamino al cyberpunk oggi tanto in voga). Si potrebbe invece dire, sia pure con le dovute cautele, che si intravede una sorta di "via italiana alla letteratura fantastica"; una scrittura più incline alla ricerca della qualità letteraria che non a quella dell'effetto sorprendente, anche se con un'inclinazione un po' eccessiva verso il barocchismo. Considerato che il comodo formato dei libretti consente di leggerli senza sforzo anche in tram o in altre situazioni precarie, penso che ogni lettore di Fabula Review dovrebbe prendere in considerazione l'ipotesi di tenerne uno nel taschino. [v.] Nicola X, "Infatti purtroppo" Theoria, L. 10000 Nicola X è lo pseudonimo di Nicola Ravera, quindicenne pargolo della celebrata Lidia, a sua volta coautrice di un importante libro d'antan e responsabile di qualche altro romanzetto più o meno insignificante. La "X" di Nicola è fin dall'inizio stata un segreto di Pulcinella, ma non per questo tale scelta risulta incomprensibile poiché è effettivamente difficile, parlando di "Infatti purtroppo", sottrarsi a paragoni con "Porci con le ali", date parentela e sostanziale identità della materia narrativa. Ovviamente, pur trattando di "giovani", "Infatti purtroppo" è lontano anni luce da "Porci con le ali", anche solo per il fatto che nel secondo caso si dovrebbe parlare di capolavoro, per quanto non esattamente epocale. "Infatti purtroppo", composto in forma di diario, sembra essere scritto con una precisa finalità: sbugiardare le insopportabili aberrazioni prodotte dalle indagini giornalistiche sui "giovani": cosa dicono, come lo dicono, cosa pensano, cosa fanno "gli uomini di domani". Nobilissimo intento che, in fondo, ricalca quello messo in atto cinematograficamente da Nanni Moretti quasi vent'anni fa, solo che "Ecce Bombo" è (al pari di "Porci con le ali") un esempio di programmaticità + sano senso di rivolta generazionale + genio, mentre "Infatti purtroppo", con le sue blande prese in giro dei genitori sinistrorsi ex sessantottini e del turpe vuoto mentale caratteristico del teen ager capitolino medio, risulta essere poco più di una simpatica lettura buona principalmente per gli stessi soggetti che, più che raffigurare, deride. Nicola X, che nel libro si chiama spesso autobiograficamente in causa, è sincero e simpatico, dotato di un acume e di una capacità critica assolutamente non comuni (lui stesso ne è consapevole) nel campione tipo della stessa classe anagrafica; campione che, difatti, massimalisticamente disprezza. Alcune descrizioni sono divertenti, il tono è vivace ed estremamente colorito; insomma, se è lecito dirlo (dato che nulla si può congetturare sulla rilevanza degli interventi di editing, non evidenti ma certamente presenti), il libro è scritto sorprendentemente bene per essere opera di un quindicenne. Detto questo, se vi aspettate che decolli, bene, non lo farà. [l.] Giuseppe Culicchia, "Paso Doble" Garzanti, L. 20000 Giuseppe Culicchia è il ventinovenne pluripremiato autore di "Tutti giù per terra", libro-cult della stagione lettararia 1993/'94, enfant prodige proveniente dalla scuderia sottoboschiva ("Papergang") dell'amato e compianto Tondelli e sparato dritto a fuso dalla critica dentro le ormai ingrossate fila dei "giovani autori italiani". Eppure Culicchia ha a che fare con Veronesi, Lodoli e Del Giudice quanto Busi con Sant'Agostino. Però, dato che è "giovane" e "scrive", zitti e mosca. Cominciamo col dire che "Paso Doble" si alza di un'abbondante spanna rispetto a "Tutti giù per terra", tipica opera d'esordio frizzante pur nella sua non eccessiva originalità e comunque non priva di vistose magagnette strutturali quando non addirittura concettuali. "Paso Doble" è esattamente il sequel del precedente romanzo, nel senso che si parla sempre di Walter, qualche tempo dopo le sue paperinesche avventure alle prese con l'obiezione di coscienza: troviamo il protagonista immerso in una improvvisa quanto straniante vertigine involutiva che si nutre, avida, di valori, miti, costumanze, riferimenti culturali, politici, ideologici ed antropologici. L'ambientazione è studiata in modo da far risultare fortissimi scossoni che di assestamento proprio non sembrano essere: siamo al crollo del craxismo e alle prime avvisaglie di Tangentopoli, Walter lavora in una libreria che già ha subito il maquillage dell'"offerta promozionale" e più che vendere cultura smercia prosciutti rilegati e lucette illusorie nella loro stroboscopia. Nessuna meraviglia, quindi, che la libreria, ultimo baluardo della civiltà del pensiero, venga rapidamente trasformata in un bazar dell'immagine, completo di videocassette e riviste (anche straniere). Walter si trova così inviluppato negli angusti schemi mentali dominati dall'efficienza yuppie e da un linguaggio forsennatamente anglo-involgarito di cui fa uso un capo insopportabilmente "fighetta", arrogante e - naturalmente- del tutto idiota. Peggio di lui può esserci solo la demenziale clientela del quotidiano, ovverossia la gente, di cui viene mostrata tutta la vermesca viltà e la pavida ignoranza con tratti davvero crudeli (e centratissimi). Il drammatico problema affidato alle pagine del libro è però il rapporto dell'uomo con il lavoro e con i mezzi che rendono possibile la sussistenza, ovvero i famigerati biglietti di banca, alla ricerca di una "qualità della vita" - non in termini di averi materiali - che sia un po' meno che orrenda. La fortuita conoscenza di una vichinga fricchettona, mammariamente iperdotata nonché dedita ad una opinabile forma di naturismo macrobiotico, e un viaggio alla ricerca di non si sa bene cosa renderanno Walter consapevole dell'unica cosa di cui si può esser certi: iltotale nonsenso che impregna l'esperienza del vivere. E regaleranno alla vicenda un finale abbastanza imprevedibile e certamente molto avvilente. La scrittura è scorrevolissima, brillante, più che sarcastica e, in molte occasioni, pervasa da una vena comica al sapore di understatement del tutto irresistibile; il ritmo sostenuto e l'acutezza di alcune delle osservazioni sociali sparse qua e là fanno di "Paso Doble" un libro non solo decisamente superiore alle aspettative, ma anche un -futuro- piccolo classico che avrà qualcosa di interessante da dire (per esempio alle prossime due generazioni) sui nostri ultimi, "miracolosi" tempi, vigliaccamente sorridenti e di una crudeltà senza pari. [l.] Tim Parks, "Lingue di Fuoco" Adelphi, L. 24000 Il ribelle Sessantotto è stato argomento di un'infinita produzione letteraria più o meno felice. Lingue di fuocodi Tim Parks è uno dei romanzi ambientati in quel periodo e riesce ad inquadrarlo in modo molto curioso. Protagonista di questa storia, che, a tratti, ha il sapore di una vicenda autobiografica, è la famiglia di un pastore protestante benestante che vive nei sobborghi di Londra. Il nucleo è formato da Padre Bowen, sua moglie ed i suoi tre figli: Adrian il maggiore, capellone e turbolento, perfetto rivoluzionario; Anna, devota tanto da sconfinare nella bigotteria, con un problema irrisolto di acne giovanile ed il più piccolo, il quindicenne Ricky, alla ricerca della propria identità, che è anche lo stupito narratore degli avvenimenti. I Bowen sono una famiglia che vive i normali conflitti generazionali ma che, tutto sommato, ha un proprio equilibrio. L'arrivo in canonica del Pastore Donald Rolandson con la sua "Spada dello Spirito " brandita per scacciare Satana dalla carne peccatrice, provoca atti di fanatismo religioso, esorcismi, pubbliche confessioni deliranti che non fanno altro che disorientare, non solo la famiglia di Ricky, ma tutta la tranquilla comunità borghese. Adrian, l'incarnazione degli ideali sessantottini, è dipinto come Satana in persona con le sue fornicazioni e la sua chitarra elettrica distorta come i blasfemi Black Sabbath. Tutti sono o con Adrian o contro di lui: rivoluzionari o repressivi. In questo momento in cui anche la Chiesa si abbandona all'esaltazione, al delirio più completo, il "tiepido" Ricky si ritrova solo nella sua mancata presa di posizione. Non sa decidersi, non riconosce in sé nessun segno che lo identifichi, si limita ad osservare gli altri con uno sguardo talmente sorpreso che riesce quasi sempre a farci sorridere. Il tono del racconto è sempre divertente, le descrizioni delle follie predicatorie dei Pastori e dei loro seguaci a tratti sono esilaranti, ma Lingue di Fuoco non si risolve in un libro "spassoso". Il dramma è sfiorato in quasi tutte le pagine fino ad emergere verso la conclusione. C'era veramente qualcosa di diabolico nel '68. Bisogna fuggire, svegliarsi, quando la cosa che ci dovrebbe proteggere diventa una prigione con tutti i suoi macchinari di tortura, privandoci della possibilità di essere liberi. Tim Parks, che è uno dei più famosi scrittori inglesi nonché traduttore di Tabucchi, ha trovato la chiave migliore, quella non retorica, per parlare dell'esigenza di libertà. [l.c.] |