I miei peggiori libri di Matteo Reale Quando il mio Direttore (sia sempre lode a Lui) mi ha proposto di stilare questa seconda rubrica dedicata ai libri che più mi hanno infastidito, annoiato o solo deluso, è stato come mi avessero dato l'occasione di togliermi un grosso peso (o qualche sassolino dalla scarpa). La "schif-parade", come la chiamiamo tra noi, mi è sempre sembrata una sorta di necessità per un lettore: un atto terapeutico, già un sintomo di guarigione. Perché il lettore, sia egli appartenente alla classe dei "carnivori" o a quella dei "roditori", cioè sia che legga con famelica voracità oppure rosicchiando lentamente qua e là tra gli scaffali di una ideale biblioteca, talvolta sente che il suo stomaco letterario soffre di cattiva digestione, ha bisogno di riposo o, meglio ancora, di scaricarsi con la furia di cui è capace. Ma non andrò oltre con questo paragone gastroenterico perché finirei con l'accostare il mio articolo a funzioni non troppo edificanti. Cominciamo l'impietosa classifica con "Il nocchiero" di Paola Capriolo, secondo romanzo della giovane scrittrice, figlia un famoso traduttore, e uno dei "casi letterari" degli anni scorsi. "Caso letterario" lo riferisco non al libro, naturalmente, ma a lei, visto che in breve tempo ha ottenuto fama e un posto di editorialista per le pagine culturali del Corriere della Sera. Il libro è di quelli noiosi e pretenziosi, nei quali la lenta storia del protagonista si trascina tra significati simbolici neanche velati, ma dichiarati: come a dire "ecco, il Significato è di qua , da questa parte, seguitemi ". Invece dietro il mistero, come talvolta accade, non c'è nulla. In verità ricordo dei giudizi e delle sensazioni ben precise, ma non la storia, e non posso riprenderla in mano perché ho venduto il libro a un baracchino di Milano! Secondo della lista è un altro romanzo, di tipo molto diverso: "Il silenzio degli innocenti", di Thomas Harris. Quando lo lessi, in un'estate afosa, avevo già visto il film che Jonathan Demme ne aveva tratto, meraviglioso. Ero quindi incuriosito di leggere la storia così affascinante che lo aveva ispirato. Inoltre, pochi mesi prima ero stato a Londra ed ero rimasto colpito dal numero di Inglesi che lo leggeva in metropolitana. Rimasi nuovamente colpito, ma dall'insulsaggine del thriller, che sembrava soltanto il soggetto del film riversato, dopo il suo grande successo, sotto forma di racconto e non un romanzo con una propria autonomia e una propria atmosfera. Quella lettura mi ha confermato la vecchia regola che molto spesso da libri mediocri si fanno film capolavoro e che da grandi romanzi è difficile ricavare grandi film. Ma forse la colpa è mia: avrei dovuto leggerlo in metropolitana. Mentre "Il silenzio degli innocenti" lo finii brevemente, sorte diversa fu riservata a un romanzo di ben altra fama e di ben altro passato: "La speranza" di Andrè Malraux, che iniziai preso da eroici furori e smanioso di leggere, per un desiderio un po' totalitario, il più possibile sulla Guerra di Spagna ("Per chi suona la campana" di Hemingway, "Omaggio alla Catalogna" di Orwell, per esempio). Ebbene, lo iniziai ben due volte, a distanza di alcuni mesi, pieno di buona volontà, ma non riuscii ad andare al di là delle prime cinquanta pagine, naufragato in una vicenda che sembrava troppo vecchia e complicata per avvincermi. "Bagheria", di Dacia Maraini, non è stata una delusione così cocente: perché mi ci sono accostato con diffidenza. Era un dei bestsellers del momento, in cima a ogni classifica, e io lo guardavo giustamente con sospetto. Lo lessi quando lo trovai in casa solo per poter dimostrare a me stesso che era brutto come mi aspettavo (i lettori sono pieni di manie come gli scrittori). Ebbene, a chi possono interessare i ricordi della fanciullezza passata dall'autrice nel paese siciliano, intrisi di lacrime sommesse, di struggenti visioni di un passato che non può tornare e di una storia familiare come tante altre, il tutto in omaggio all'idea che le storie private devono essere di pubblico dominio? Con il quinto libro voglio sfidare, mio malgrado, le ire dei lettori di tutt'Italia: "La coscienza di Zeno" non mi è sembrato il capolavoro che tutti dicono. Forse non era quello che mi aspettavo. Sì ironico, divertente, ma nulla di più, anzi di un umorismo po' provinciale, di corto respiro, giocato più che altro su un personaggio che ha poco da dire e che ripete se stesso. Non mi pare sia da annoverare, come taluni vogliono, tra i risultati più alti di questo secolo, insieme alle opere di Kafka o Joyce. Che l'autore abbia poi conosciuto e frequentato proprio Joyce in soggiorno a Trieste, come ricordano immancabilmente tutte le antologie, non lo fa diventare automaticamente un genio. E non ho mai capito il suo pseudonimo, Italo Svevo: perché non decidersi, o l'uno o l'altro! Ma forse il mio poco entusiasmo è dovuto al fatto che la lettura risale ad alcuni anni fa e che vi fui costretto da una professoressa. Sarei però curioso di sapere se qualcuno condivide il mio giudizio. Inchiesta sulla scrittura a cura di Emilio Capodeski "Strana, misteriosa, forse pericolosa, forse redentrice consolazione dello scrivere" (Franza Kafka, Diari) "Perché scrivere?". Abbiamo chiesto a quanti tra gli utenti del Circolo Letterario Telematico di Fabula ci hanno mandato i loro racconti, le loro storie, i loro articoli di rispondere a questa domanda. Ci interessava tentare di sviscerare i bisogni, le motivazioni, le aspettative che stanno dietro a quella "antica, oscura ma gelosa pratica, il cui senso è sepolto nel mistero del cuore" (Mallarmè) che è la scrittura. Questi gli interrogativi su cui desideravamo che i nostri autori riflettessero: "Cosa vi spinge a scrivere? Perché sentite l'urgenza di consacrare tanta parte del vostro tempo a una attività così difficile e impegnativa? Perché ricorrere alla mediazione della finzione narrativa per dire quello che avete da dire? Cosa volete comunicare? E a chi? A quali esigenze, a quali bisogni risponde la scrittura, che non potete soddisfare altrimenti? Cosa vi aspettate da essa, cosa cercate, e cosa ne ricavate, cosa vi dà? Insomma, perché lo fate? Perché scrivete?" La massima libertà è stata lasciata agli autori riguardo alla forma e al contenuto da dare ai testi, perché quello che ci interessava era un contributo quanto più possibile personale, la storia unica e irripetibile del loro rapporto con la scrittura. Ne è venuta fuori una sorta di inchiesta sui generis, non quantitativa ma qualitativa, che non ha alcuna pretesa di giungere a conclusioni generali, valide per tutti, né di esaurire la questione; un collage frammentario, composito e variegato di storieindividuali estremamente diverse, di risposte tra loro inconciliabili, ma tutte unite dal comun denominatore della passione per la scrittura. (I testi degli autori degli interventi che seguono, li potete trovare all'interno del Circolo Letterario Telematico di Fabula) E.C. MARCO PASSARELLO (VANAMONDE) Nella mia famiglia si conserva come una reliquia un manoscritto intitolato "Giù nel Fiume". E' vergato a matita su fogli strappati da un quaderno, con una scrittura decisamente malferma a stampatello cubitale. Narra la storia di un ragazzo (svizzero, non si sa bene perché) che rischia di annegare in un fiume impetuoso. L'ho scritto che avevo circa cinque anni, il che dovrebbe dimostrare senza possibilità di equivoco che in me il desiderio di inventare e scrivere storie è anteriore a qualsiasi forma di giustificazione razionale dello stesso. Le storie, come dicevo, le ho sempre inventate. Quella che è cambiata col tempo è la motivazione che escogitavo per scriverle. A cinque anni quel raccontino confuso era solo un gioco come un altro. A 12 anni, sulla scia delle pagine autobiografiche di Isaac Asimov, scrivere era il mezzo con cui sarei diventato Famoso (e, perché no, anche Ricco). A 18 anni era la via per conquistare il cuore di una ragazza (la quale, manco a dirlo, rifiutò categoricamente di lasciarsi impressionare). E così via... Le storie nascono per conto loro, senza sforzo, mi compaiono in testa. Non dirò di essere soltanto un tramite, so benissimo di essere io l'origine delle storie. Sono parti di me che, stufe di aspettare invano l'apparizione di un libro che le appaghi, diventano esse stesse libro o racconto. Le storie si dipanano nella mia testa e poi si dispongono in una libreria virtuale. Per me sono reali come libri veri, ognuna di loro mi ha dato emozioni di intensità pari ai libri che più ho amato. Ma questo non significa ancora avere il testo scritto a portata di mano. Certo, per me è come avere già letto il testo in questione. Ma l'avere letto un libro, l'averlo amato profondamente, il ricordarlo con gioia, non significa affatto essere in grado di trascriverlo parola per parola; è una regola che vale per i libri reali come per quelli virtuali. Mettere le parole su carta per me significa tentare di costruire un testo che permetta di rivivere le emozioni che ho già vissuto. E' un'esperienza per molti versi dolorosa e frustrante. Perché allora ogni tanto ci provo? Perché ogni tanto qualcuna di queste storie virtuali, magari dopo aver viaggiato per anni nella mia testa, trova la via della carta? Come ho già detto, i motivi cambiano col tempo. Forse il motivo più vero è la tenue speranza di riuscire a comunicare parte di quelle emozioni che costituiscono il mio vero io, e che la ristretta banda del linguaggio di tutti i giorni filtra irreparabilmente via. MASSIMO VASSALLO Ho cominciato a scrivere a 18 anni, dopo la maturità, in un'estate come tutte, torrida e afosa. I miei genitori erano andati in vacanza, io restai solo a casa, agosto da solo, gli amici via anche loro. Solo peggio di un cane, perché almeno di cani randagi ce n'erano parecchi, in giro per il paese. E cominciai ad incazzarmi. Una rabbia che aumentava, giorno dopo giorno, fino a diventare furore. Poi, non so come fu, mi ritrovai seduto a battere sui tasti della Lettera 32. Ricordo solo che cominciai a scrivere, una storia popolata di molti personaggi, una storia che voleva durare poche pagine, ma che all'improvviso "prese vita". Con determinazione e impiego fisico di energie (non era certo pazienza o riflessione, la mia), la storia continuò, si dipanò, si ramificò, diventando un romanzo giallo, un "mistery", come più appropriatamente lo chiamano gli inglesi. Il rosso era il colore della collera e della violenza interiore che sentivo e dalla quale ero animato, e il rosso nacque da dentro e divenne il centro della narrazione: il sangue, e i suoi segreti. E il desiderio, l'imperativo di comunicare il me stesso di quell'estate, di quei giorni, all'entità misteriosa e non disponibile che era il resto dell'umanità. Dopo tre settimane, sopravvissuto a un'alimentazione a base di uova, a pranzo e a cena, persi dieci chili di peso, trascorse dalle sei alle dieci ore al giorno sulla macchina per scrivere, avevo alla fine per le mani un romanzo di 90 cartelle dattiloscritte. La mia motivazione iniziale alla scrittura fu perciò duplice: solitudine rancorosa e bisogno di comunicare, che forse sono una cosa sola. Poi la scrittura si è evoluta con me, variegandosi di sfumature, di stati d'animo, di esperienze. La scrittura mi ha accompagnato nella vita adulta, veicolo di traumi e dolori, non trasposti ma mediati attraverso l'invenzione narrativa. Però la base, la base è e resta l'incanto e il "fascino totale" che provo nell'immergermi in un mondo che io creo, e nel quale invento e faccio vivere "delle storie". Non esiste in me una mediazione tra motivazioni alla scrittura e temi della scrittura stessa. Non progetto nulla. Parto quando mi sento pronto, "pieno", e se la storia "ha vita" me lo dimostra nel mentre, lungo il cammino verso la sua conclusione, tanto che, se a un certo momento (variabile nei tempi) non intervenissi a circoscriverla e indirizzarla, probabilmente non finirebbe mai. Per quanto ne so, il mio modo di scrivere è simile a quello di Jack Kerouac, un fluire, e il mio sogno è di poter realizzare un fiume narrativo-inventivo che scorra parallelo alla vita di tutti i giorni, alla vita reale. Quando la vita mi ha "riempito al punto giusto", allora comincio a scrivere, con naturalezza, anche se di tutt'altro che di eventi personali. I miei romanzi sono quindi molto diversi da quelli di Jack Kerouac; sono storie di fantasia, ambientate ora nel medioevo, ora nel regno della "fantasy", ora nella contemporaneità, ora nel futuro. E i miei personaggi sono piuttosto lontani dalle persone che ho conosciuto e che conosco. Tuttavia, essi rappresentano in genere un omaggio cosciente a quelli che sono "i valori" fondamentali che amo trovare nelle persone.Lealtà, spirito d'amicizia, senso di giustizia, il desiderio d'amare, la capacità di farlo, forza morale, la ricerca della verità, la tolleranza, la fede in qualcosa. I miei romanzi sono popolati, nona caso, da molti personaggi "positivi" e da pochi "cattivi", non per una scelta a priori, ma perché sono delle istintive proiezioni dei miei ansiti. Sono le persone che vorrei conoscere e incontrare, le persone con le quali vorrei vivere e dividere tutto. E credo che se un giorno questi romanzi verranno pubblicati e letti, tutto ciò il lettore lo "respirerà" a ogni pagina. Posso quindi finire dicendo che per me scrivere è comunicare un fortissimo desiderio di armonia con il mondo, ed è quindi un mododi proporre me stesso e ciò in cui credo, di proporre un'utopia "a mia misura" e, ne sono convinto, "a misura" di molti, molti altri. La scrittura è il solo modo che conosco di esprimere tutto questo, e ne diventa quindi il veicolo "necessario". Ed è anche il piacere "fisico", il brivido nelle ossa e nella carne quando le immagini arrivano copiose e l'azione "è lì", davanti agli occhi. La scrittura è lo stesso entusiasmo che mi suscita. Ed è anche il piacere di tornarci su a storia conclusa, di potare e innestare le parole e le frasi. Le mie storie sono complesse, intricate, con colpi di scena a ogni pagina, dense d'azione, di emozioni, di misteri. Scrivere è perciò per me anche questo: affascinare, appassionare, intrigare, stupire, e, non ultimo: divertire. E, credetemi, se non provassi questi stati d'animo io per primo, non mi ci metterei neanche, a scrivere. RICCARDO TOMMASINI Mi sento abbastanza scemo, in questo momento. Mi ritrovo qui, seduto di fronte allo schermo, cercando di comporre con le parole un immagine, che renda giustizia di ciò che provo quando scrivo. E mi sento scemo, dicevo. Io nella mia vita ho scritto tre racconti, tutti negli ultimi sei mesi. Non ho nemmeno fatto in tempo a pensarci, al perché l'ho fatto. Ci penso ora, ora che me l'hanno chiesto. E, pensandoci, mi accorgo che ciò che mi ha spinto a iniziare a scrivere non è stato quello che provavo mentre scrivevo, ma quello che provavo prima. Cerco di spiegarmi: la prima volta che ho iniziato a scrivere un racconto, l'ho fatto perché l'alternativa era picchiare la testa nel muro, o prendersi una solenna sbronza per stordirsi un po'. Era un periodo in cui, per motivi poco interessanti qui e ora, mi trovavo ad essere "bersagliato" da tutte le parti, in cui mi sentivo totalmente allo scoperto; avevo fatto "tabula rasa" di tante cose. E cercavo disperatamente di chiarirmi le idee, di trovare un filo da seguire nella completa confusione e mancanza di riferimenti in cui mi sentivo perso. Ed ero arrabbiato, molto arrabbiato. E non potevo dirlo a nessuno, e non potevo parlarne a nessuno, non in quel momento. Allora ho cominciato a metterlo su carta. Ero stanco, stufo di rimuginare e di comprimere tutto dentro. Ho preso una penna e un quaderno; mentalmente, ho preso un ragazzo, l'ho messo in una città, e poi ho iniziato, con le parole, a riempirlo di tutto quello di cui mi sentivo pieno io. All'inizio questo ragazzo non ha reagito, si guardava intorno e vedeva la città come la vedevo io, conosceva persone come quelle che avevo conosciuto io, aveva le idee che io credevo di avere, a volte più nitide delle mie, perché se io certe cose non potevo ammetterle nemmeno con me stesso, a lui potevo concedere il lusso di essere spietatamente sincero; non dovevo difenderlo. Questo ragazzo ha impiegato una decina di pagine, a liberarsi di me. Prima impercettibilmente, poi in maniera sempre più decisa, inaspettata ma incontrastabile, iniziava a decidere da solo cosa fare. Ho provato, un paio di volte, a imporgli la mia volontà,a portarlo dove volevo andare io, ma non c'è stato niente da fare, diventava subito falso, non gli credevo nemmeno io. Allora si sono ribaltati i rapporti, ho smesso di guidarlo, e ho preso a seguirlo, incuriosito da questa sua indipendenza. Ad ogni pausa vedevo dov'era, ma non avevo idea di dove sarebbe andato nel corso della pagina successiva. E ogni volta che riprendevo in mano la penna lui voltava un nuovo angolo, mi sorprendeva con un nuovo pensiero, mi umiliava, a volte, con un gesto sprezzante, con una nota polemica o di rivalsa nei miei confronti. Abbiamo continuato così, a tenerci d'occhio a vicenda, fino a quando lui non mi ha fatto chiaramente capire di essere arrivato, che le nostre strade si potevano separare li; lui avrebbe continuato, forse, ma da solo, e io pure. Quel racconto rappresentava lo spazio in cui le nostre due vite si erano sovrapposte, scambiate qualcosa, dette qualcosa; lui, quello che pensava di me, il suo consiglio, per così dire, me lo aveva dato. Bastava così. Ho messo quel racconto in un cassetto. Sta ancora lì. Ho scoperto così che mi piaceva scrivere. Non mettere in fila le parole, ma costruire piccoli mondi, aiutarli a crescere e modificarsi. E poi c'è dell'altro, che è venuto fuori dopo, come la paura di dimenticare, e la voglia di provare a dire quello che penso senza cercare di insegnare niente a nessuno, ma per confrontarsi, ed altro ancora. Ho scritto altri due racconti, dopo il primo. Di nessuno ho mai indovinato il finale. MASSIMILIANO GRINER (BELFAGOR) Per una volta, due esigenze si incontrano: da un lato, lo scarso tempo a mia disposizione in questo momento mi costringe alla stringatezza, nell'atto di inviare al vostro giornale qualche breve nota sul significato, per me, dello scrivere; dall'altro, la scarsità dello spazio che il giornale può offrire ai numerosi "autori" desiderosi di affermare il loro punto di vista induce chi scrive ad una certa brevità. Dirò semplicemente quali sono i motivi che spingono a scrivere - molto, forse troppo, aprendo sempre nuovi scomparti nel disco fisso del mio personal - e a rendere pubblico, almeno in parte, grazie a Fabula e a coloro che la animano, il frutto del mio lavoro scritturale. Io uso la scrittura, o almeno tento di farlo, come uno strumento gnoseologico di prim'ordine. Intendiamoci, anche l'esercizio orale del linguaggio ha una forte valenza gnoseologica. Parlare, cioè dare una veste linguistica alla realtà, significa già tradurre la realtà ineffabile in un sistema di significati. Ma la scrittura, che del linguaggio orale è una elaborazione di alto livello, produce un ordine nuovo e impensato. Un ordine che scaturisce dagli stimoli del mondo esterno, e che ad essi cerca di adattarsi, di conformarsi, senza mai raggiungere una perfetta coincidenza. Il linguaggio scivola sul piano opaco della realtà come tre militareschi squilli di tromba lascerebbero indisturbato "L'uomo con la camicia rossa" di Carolus Duran. La scrittura non può dunque sostituirsi alla realtà, ma è, se intesa in senso lato, l'unica forma razionale con cui decodificarla, o tentare di decodificarla. Tra la scrittura e la realtà esiste una tensione irrisolta e irresolvibile. La scrittura è un modello, e il modello tende asintoticamente, lungo la direzione del suo sviluppo,ad eguagliare ciò di cui èmodello. Chiunque faccia uso dello strumento della scrittura, diventando ipso facto un ricercatore, ha un compito grave: mantenere irrisolta questa differenza, impedire che il piano scritturale si sostituisca alla realtà, e che il delirio dell'inventario globale di tutto ciò che esista non possa prevalere. Non voglio negare che l'esercizio della scrittura potrà essere inteso, e di fatto lo sarà, in modo molto diverso da come ho tentato di farlo io. Non può essere trascurato il valore mimetico della scrittura, l'aspetto affabulatorio e creativo, la sua funzionalità nell'ambito della fissazione delle credenze, dei valori, dei sentimenti, e della loro trasmissione. Tuttavia, non credo di sbagliarmi se indico nell'indagine l'aspetto più peculiare della scrittura. In alcuni testi abilmente dissimulata da una revisione profonda, che elimina la profondità e lo spessore del suo momento sorgivo, in altri la scrittura come forma di indagine e riassetto dei significati è palese. ["Tropic of Cancer", se volete un esempio, o "La critica della ragione dialettica", di Sartre]. Irrigidite da cancelli di ferro spesso chiusi, le porte della nostra mente accolgono malvolentieri quello che ne scardina le quiete certezze. Linguaggio orale, narrativa postmoderna, matematica del caos, poesia, ogni forma di espressione linguistica, nessuna esclusa, sono solo piccole frequenze di una banda comune. Prese nel loro insieme, scienza, filosofia ed arte dipendono dal linguaggio scritto e dall'esperienza ad un tempo: una è il prolungamento delle altre, senza differenze di principio. "Non esistono differenze di principio - soleva scrivere Quine - tra le diverse proposizioni, ma solo differenze di grado dovute a ragioni di economia ed eleganza". EDITTA CAMPELLO Scrivere: fotografare i propri pensieri. Scrivere: specchiarsi. Scrivere: confrontarsi Scrivere : sfogarsi Scrivere : dare amore Scrivere : ricevere amore Scrivere : dipingere Scrivere : colorare Scrivere : scoprirsi Scrivere : denudarsi Scrivere : fare l'amore Scrivere : annullarsi Scrivere : non morire Scrivere : conoscere l'anima Scrivere : eternità Scrivere : unirsi Scrivere : conoscere la verità Verità, verità di non essere amati! MICAEL ZELLER Per me scrivere è cominciato come scrivere le mie fantasie erotiche;perché ne faccio tante, e perché scriverle e rileggerle è una grande attività erotica. Pian piano mi sono reso conto che per godere di più potevo scegliere le parole, le frasi, che più accuratamente mi risvegliassero sensazioni erotiche. Da qui la voglia di scrivere curando tutti i particolari che potessero farmi godere di più. Il passo successivo consiste nell'estendere analoghi meccanismi in ambiti non erotici: come ricreare una sensazione, un'emozione, un ricordo, un clima... |