Karl R. Popper
di Silvia Castoldi
Sabato 17 settembre 1994 moriva a Londra, all'età di 92 anni, Karl Raimund Popper, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Il giorno successivo, sulle pagine culturali dei quotidiani, comparvero numerosi articoli commemorativi. Uno di essi, pubblicato dal "Corriere della Sera", definiva nel titolo Popper "il Kant del Novecento". Al di là dell'intento evidentemente elogiativo del titolista, rimane comunque vero che, a detta dello stesso Popper, il punto di partenza della sua filosofia fu "il problema della demarcazione, ossia la questione kantiana dei limiti della conoscenza scientifica."
A quali condizioni una teoria deve essere classificata come scientifica? Esiste un criterio che consenta di stabilire una distinzione tra teorie scientifiche e teorie non scientifiche? Tale problema è strettamente connesso, secondo Popper, a quello sollevato da David Hume, relativo alla giustificazione logica dell'induzione: questi due problemi possono a buon diritto essere chiamati "i due problemi fondamentali della teoria della conoscenza" e le soluzioni che Popper elabora per ciascuno di essi sono tra loro collegate.
Negli scritti autobiografici, Popper fa risalire le sue prime riflessioni attorno al problema della demarcazione al periodo compreso tra il 1919 e il 1920, anni in cui egli si andava interrogando sulle differenze che intercorrevano tra la teoria della relatività di Einstein da una parte e il marxismo e la psicanalisi dall'altra. Marxismo e psicanalisi erano in apparenza in grado di render conto di un numero impressionante di fenomeni: l'intero mondo risultava costellato di eventi che erano in accordo con essi, e che fornivano quindi *verifiche* di tali teorie. "Qualunque cosa accadesse", dice Popper, "le confermava sempre, e proprio in questo consisteva la loro forza agli occhi dei loro sostenitori." Ma per Popper "tale forza apparente era in realtà la loro debolezza." E' fin troppo facile, egli sostiene, trovare conferme per le nostre teorie, se ciò che si cercasono le conferme.
Al contrario, la teoria di Einstein dava luogo a predizioni estremamente rischiose, nel senso che esse potevano facilmente essere confutate dai risultati di osservazioni successive. "La teoria [di Einstein] è incompatibile con alcuni possibili risultati osservativi."
In altre parole, una teoria scientifica, per essere veramente tale, deve proibire il verificarsi di determinati fenomeni; deve cioè stabilire a quali condizioni noi possiamo e dobbiamo ritenerla falsa. Il criterio che consente di stabilire lo status scientifico di una teoria, il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza "è la falsificabilità, o confutabilità, o controllabilità." Una teoria è scientifica se e solo se essa può venire falsificata: una teoria chenon può venir confutata da alcun evento osservabile non è una teoria scientifica.
Come lo stesso Popper sottolinea, qui la controllabilità di una teoria viene fatta coincidere con la sua falsificabilità. Si tratta di una nozione di controllo sperimentale radicalmente diversa da quella propria sia dell'empirismo tradizionale, da Bacone a Mill, sia del neoempirismo logico che si andava affermando tra gli anni venti e gli anni trenta di questo secolo. Qui infatti lo scopo del controllo empirico di una teoria è quello di verificarla, e non di falsificarla; al contrario, Popper non ritiene possibile in linea di principio stabilire che una teoria scientifica è vera, ma solo che essa è falsa. Infatti "le scienze empiriche formulano *proposizioni generali*quali per esempio le leggi di natura, e dunque proposizioni che devono valere per un numero illimitato di accadimenti." Tali proposizioni non sono per Popper verificabili: esse sono invece falsificabili. Consideriamo, ad esempio, una proposizione come "Tutti i cigni sono bianchi." Un'affermazione del genere, per poter essere verificata, richiederebbe un numero illimitato di controlli empirici: essa infatti vale "per un numero illimitato" di cigni, ovvero per tutti i cigni possibili. Ma poiché anche il controllo empirico più accurato può estendersi soltanto a un numero limitato di cigni, ne consegue che noi non possiamo stabilire in modo conclusivo la verità della proposizione in questione. Al contrario, se nel corso dei nostri controlli ci imbattiamo anche in un solo esemplare di cigno non bianco, tale osservazione da sola è sufficiente per confutare l'asserto "Tutti i cigni sono bianchi."
Questo ci porta ad esaminare la soluzione fornita da Popper al secondo dei "due problemi fondamentali della teoria della conoscenza": il problema dell'induzione, o "problema di Hume". Tradizionalmente infatti, per ragionamento induttivo si intende qualunque tipo di inferenza che, a partire da premesse costituite dai risultati di una serie di osservazioni empiriche, pretende di derivare conseguenze il cui contenuto informativo sia maggiore di quello delle premesse (nell'esempio precedente dall'osservazione di un numero limitato di cigni bianchi si trae la conclusione che tutti i cigni siano bianchi). Le inferenze induttive sono tradizionalmente considerate uno dei pilastri della conoscenza scientifica; eppure, a detta di Popper, "l'induzione è un mito." Vediamo perché. Secondo Popper, Hume ha perfettamente ragione quando afferma che l'induzione non può essere giustificata in alcun modo, in quanto ogni tentativo in tal senso dà luogo a un circolo vizioso. Infatti, dice Hume, ogni generalizzazione induttiva a partire da un numero finito di casi si basa sul presupposto che vi sia in natura un principio di uniformità, secondo il quale il futuro è sempre uguale al passato, e quindi cause dello stesso genere daranno sempre luogo ad effetti dello stesso genere. Solo così è possibile estendere la validità delle proprie conclusioni anche agli accadimenti di cui non si è avuta esperienza diretta. Tuttavia la sussistenza di un simile principio di uniformità non è dimostrabile: esso non è una verità logica, perché la sua negazione non dà luogo a contraddizione, ma non può neppure essere giustificato per via empirica, in quanto tale giustificazione sarebbe necessariamente di natura induttiva, e quindi darebbe per presupposto proprio il principio di uniformità che si vuole dimostrare. Popper ribadisce in sostanza le argomentazioni di Hume, anche se da parte sua preferisce parlare di regresso all'infinito: un'argomentazione in favore del principio di uniformità della natura (che Popper chiama principio d'induzione) a partire dall'esperienza sarebbe a sua volta un'inferenza induttiva, e come tale richiederebbe la formulazione di un principio d'induzione di ordine superiore, e così via all'infinito.
Queste in sintesi le soluzioni proposte da Popper ai due problemi fondamentali della teoria della conoscenza: come abbiamo visto, la soluzione del primo (il problema della demarcazione) comporta una vera e propria dissoluzione del secondo (il problema dell'induzione, o meglio della sua giustificazione). I due pilastri della filosofia della scienza di Popper sono quindi il falsificazionismo e l'antiinduttivismo. Vediamo ora qual è l'immagine della scienza che ne deriva.
L'induzione, abbiamo visto, è un mito. Essa non trova posto né nella vita quotidiana, né nella scienza. Noi non scopriamo teorie nuove mediante ragionamenti induttivi, né controlliamo induttivamente le nostre teorie; l'induzione non ha alcun ruolo nell'acquisizione del nostro sapere. L'empirismo classico sostiene che noi impariamo dalle nostre osservazioni: per loro tramite accumuliamo una serie di dati empirici, i quali costituiscono i fondamenti della conoscenza e a partire dai quali elaboriamo le nostre teorie sul mondo. Ma Popper respinge in toto questa impostazione. La mente, dice Popper, non è una tabula rasa, un secchio vuoto che noi riempiamo con i dati che penetrano in noi dall'esterno attraverso i nostriorgani di senso. Al contrario, non esiste alcuna separazione netta tra dati e teorie; non esiste, in altre parole, un'osservazione neutrale, che non sia già imbevuta di teorie. La scienza non ha inizio tramite una raccolta di osservazioni che fungeranno da base per derivare teorie, bensì tramite congetture audaci, che in seguito lo scienziato cercherà di falsificare mediante severi controlli. In questo quadro si colloca anche la posizione popperiana in merito alla natura delle "asserzioni base". Con questo termine lo stesso Popper indica quelle asserzioni, relative ad eventi osservabili, di cui ci serviamo per controllare e criticare le nostre teorie. Secondo l'empirismo classico, tali asserzioni sono basilari in quanto esprimono gli elementi primi e più semplici della nostra conoscenza, i dati sensibili su cui essa si fonda. Ma Popper, coerentemente con la propria impostazione, respinge questa soluzione: come abbiamo visto, non esistono dati empirici neutrali, indipendenti dalle teorie; anche la piùsemplice descrizione di un evento empirico è già impregnata di assunzioni teoriche. Popper ritiene quindi che le asserzioni base siano tali solo in virtù di una decisione metodologica, in quanto esse vengono considerate dagli scienziati abbastanza semplici da poter essere utilizzate per controllare le teorie scientifiche. A tale scopo i ricercatori ricavano dalle teorie una serie di proposizioni relative ad eventi osservabili, finché non si imbattono in "asserzioni sulla cui accettazione o rifiuto... possono facilmente mettersi d'accordo."
In tal modo l'antiinduttivismo di Popper si rivela innanzitutto come un tentativo di confutare l'idea che vi siano dei fondamenti o degli elementi ultimi della conoscenza, dati una volta per tutte e a partire dai quali sia possibile asserire in maniera certa e definitiva la verità o la falsità delle nostre teorie. "La razionalità della scienza non risiede nella sua consuetudine di far riferimento ai dati probatori empirici a sostegno dei propri dogmi... ma unicamente nella sua impostazione critica."
L'antiinduttivismo dà quindi luogo ad un'immagine della scienza di tipo "fallibilista": essa per Popper non è verità assoluta, episteme, bensì doxa, opinione, o, per dir meglio, congettura. Così egli stesso definisce il metodo scientifico come "il metodo delle congetture e delle confutazioni". La scienza consiste nell'imparare dai nostri errori, "in primo luogo osando commetterli, cioè proponendo arditamente teorie nuove, e in secondo luogo andando sistematicamente alla ricerca degli errori che abbiamo commesso: andandone alla ricerca, cioè, mediante la discussione critica e l'esame critico delle nostre teorie." Il metodo della discussione critica è il metodo della scienza: solo attraverso la critica, la discussione e il confronto abbiamo la possibilità di imparare qualcosa circa la natura del mondo in cui viviamo. Critica e scienza nacquero insieme in Grecia, tra il VI e il V secolo a. C., quando i "filosofi, prescienziati o scienziati" dell'epoca affiancarono al sapere tradizionale, che si basava sul mito, una nuova tradizione, che verteva essenzialmente sulla critica del mito. "Le teorie scientifiche si distinguono dai miti solo in quanto sono criticabili alla luce della critica."
Occorre tuttavia precisare che per Popper la demarcazione tra scienza e mito o tra scienza e metafisica non è un fossato incolmabile. Egli non condivise in alcun modo la polemica antimetafisica che animava i membri del Circolo di Vienna. Per i neoempiristi la verificabilità era sia uncriterio di demarcazione che un criterio di significato: secondo Carnap "il significato di una proposizione è il metodo della sua verifica." Un'asserzione inverificabile non solo non è scientifica, ma non è neppure dotata di senso; in altre parole, la metafisica va bandita dai reami del sapere in quanto insensata. Dal canto suo, Popper ribadisce a più riprese che il suo criterio di demarcazione *non* è un criterio di significato. Egli difende il ruolo della metafisica in quanto fonte di progresso per la nostra conoscenza: ben lungi dall'essere insensata, essa è "la fonte da cui rampollano le teorie delle scienze empiriche". Infatti "ciò che ieri era un'idea metafisica può diventare domani una teoria scientifica controllabile"; tanto è vero che "l'atomismo [di Democrito ed Epicuro] è un eccellente esempio di teoria metafisica non controllabile la cui influenza sulla scienza è stata superiore a quella di molte altre teorie scientifiche controllabili."
Un'ulteriore conseguenza dell'antiinduttivismo di Popper è la netta separazione tra *scoperta* e *giustificazione* delle teorie scientifiche. La giustificazione di una teoria è suscettibile di analisi logica: essa coincide con il suo controllo sperimentale, basato sul criterio di falsificabilità. Lascoperta di una teoria è invece un atto creativo, che non può in alcun modo essere ricondotto ad un procedimento logico (per esempio, ad una generalizzazione induttiva a partire da una serie di osservazioni). Paradossalmente quindi "il metodo scientifico non esiste", nel senso che "non c'è alcun metodo per scoprire una nuova teoria scientifica." Infatti "non esiste alcun metodo logico per avere nuove idee, e nessuna ricostruzione logica di tale processo. [...] Il mio punto di vista si può esprimere dicendo che ogni scoperta contiene un `elemento irrazionalè o un'`intuizione creativà."
L'epistemologia di Popper è dunque un'epistemologia senza induzione. Ma come è possibile imparare dall'esperienza senza far ricorso al ragionamento induttivo? Secondo Popper, l'apprendimento è il risultato di un processo di adattamento che agisce, tramite *selezione*, sulle variazioni che si sono verificate in maniera casuale come reazione agli stimoli esterni prodotti dall'ambiente. In questo senso, egli stesso ha definito la propria posizione "epistemologia evoluzionista". "Tutto l'apprendimento è una modificazione (può anche essere una confutazione) di qualche conoscenza antecedente e quindi in ultima analisi di qualche conoscenza innata." Tutti gli individui, a qualunque specie animale appartengano, sono dotati di aspettative relative al loro ambiente: essi postulano la presenza di determinati tipi di ordine o regolarità, dei quali si servono per esplorare il proprio mondo e reagire agli stimoli esterni. Se taliaspettative falliscono, il fallimento determina l'insorgere di problemi ai quali l'individuo reagisce elaborando nuove strategie, nuove aspettative, nuove teorie, destinate a loro volta a vienir rimpiazzate in caso di inadeguatezza.
Questo meccanismo di apprendimento per "tentativi ed errori" vale sia per animali e piante sia per gli uomini, con un'importante differenza. Infatti animali e piante includono le proprie soluzioni all'interno della loro fisiologia, tramite lo sviluppo di nuovi organi o la modifica di quelli già esistenti, il che comporta la morte degli individui che presentano mutazioni inadeguate. Gli uomini invece, grazie all'invenzione del linguaggio, non sono costretti a fare altrettanto: essi elaborano teorie che non divengono parte integrante della loro anatomia, il che rende loro possibile adattarsi all'ambiente sacrificando le loro teorie al posto di loro stessi.
Il metodo delle congetture e confutazioni rappresenta quindi una forma particolarmente raffinata di risposta agli stimoli dell'ambiente, una versione evoluta del metodo per tentativi ed errori. "Vi è per così dire solo un passo dall'ameba ad Einstein." Ciò che li distingue è, secondo Popper, l'atteggiamento critico: a differenza dell'ameba, che si limita a correggere gli errori man mano che li incontra, Einstein va alla ricerca degli errori nelle sue teorie, sottoponendole a severi controlli sperimentali. La storia della scienza si configura così come una sorta di "lotta per la vita", nel corso della quale sopravvivono solo le teorie migliori, cioè le più audaci, le più rischiose, in una parola quelle più facilmente falsificabili.
Lo strumento di cui l'uomo si serve per controllare le teorie elaborate in risposta agli stimoli ambientali è l'osservazione: essa quindi non è mai neutrale, ma viene sempre compiuta alla luce di una serie di aspettative e di problemi da risolvere. Non solo, quindi, le nostre osservazioni sono cariche di teoria, ma addirittura la teoria stessa determina le osservazioni: "Infatti noi apprendiamo solo dalle nostre ipotesi che genere di osservazioni dovremmo fare: in che modo dirigere la nostra attenzione; a cosa interessarci. Così è l'ipotesi che diviene la nostra guida e che ci conduce a nuovi risultati osservativi."
Il metodo scientifico è dunque un processo che, davanti all'insorgere di un problema, dà luogo all'elaborazione creativa di tentativi di soluzione, sotto forma di congetture audaci che devono poi essere sottoposte a severi controlli empirici. Quando una teoria scientifica è in contrasto con i dati empirici essa deve essere considerata falsificata, e quindi *eliminata*; possiamo continuare a servircene provvisoriamente, almeno in mancanza di una teoria migliore, ma essa va considerata *eliminata* in quanto candidata alla verità. Quando invece una teoria resiste ai nostri ripetuti tentativi di falsificarla, Popper dice che essa è "ben corroborata". Il grado di corroborazione di una teoria non è determinato dal numero dei controlli a cui essa è sottoposta, bensì dalla severità, dall'accuratezza di tali controlli (far dipendere il grado di corroborazione dal numero dei controlli effettuati sarebbe una forma di induttivismo). Una teoria ben corroborata viene accettata, ma solo in via provvisoria: nulla ci garantisce infatti che essa non possa venir confutata da ulteriori, futuri risultati osservativi (si pensi alla scoperta dell'esistenza di cigni neri in Australia). In effetti, come abbiamo visto, noi non possiamo in alcun modo mostrare che una teoria è vera; tutte le nostre teorie, anche quelle meglio corroborate, possono prima o poi rivelarsi false, e di fatto finora la maggior parte delle teorie scientifiche formulate nel corso dei secoli, comprese le migliori (come la fisica newtoniana), sono state falsificate.
Tuttavia, secondo Popper lo scopo della scienza è pur sempre la ricerca della verità: in tale ricerca risiede il senso di ciò che noi chiamiamo progresso scientifico. Poiché la verità di una teoria scientifica non può in alcun modo essere stabilita con certezza, Popper ha elaborato il concetto di "verosimilitudine", cioè di "grado di approssimazione alla verità" di una teoria. Grazie a tale concetto diviene possibile per Popper precisare ulteriormente i concetti di crescita della conoscenza e di progresso della scienza: le teorie che muoiono vengono via via sostituite da altre teorie, dotate di un grado sempre maggiore di approssimazione alla verità.
In sintesi, la concezione popperiana della scienza costituisce un quadro quanto mai vasto, complesso e approfondito che, tuttavia, non è esente da contraddizioni.
In primo luogo, occorre precisare che il criterio di falsificabilità non è un criterio di demarcazione esclusivamente logico, relativo cioè alla forma logica di una teoria, ma è anche un criterio metodologico, in quanto prescrive una serie di norme di comportamento. Questo perché dal fatto che una teoria sia falsificabile dal punto di vista logico non consegue necessariamente che essa venga effettivamente considerata falsificata in presenza di osservazioni che la contraddicono. In altre parole, i sostenitori di una teoria scientifica possono sempre, di fronte a risultati sperimentali in contraddizione con essa, decidere di ignorarli, adottando una serie di "stratagemmi" o contromosse volti a sdrammatizzare laportata "falsificante" dei dati empirici e a immunizzare quindi la teoria contro le falsificazioni. Un caso tipico di contromossa immunizzatrice è l'adozione di quelle che Popper chiama "ipotesi ad hoc". Un esempio di ipotesi ad hoc consiste nel dichiarare che i risultati dei nostri controlli empirici non falsificano la teoria, ma sono essi stessi falsati, in quanto una causa ancora ignota e quindi imprevista è entrata in gioco. All'adozione di simili stratagemmi di immunizzazione, Popper oppone il divieto di neutralizzare o nascondere le evidenze osservative che contraddicono una teoria: chi non rispetta tale divieto si situa fuori dalla scienza. La norma di comportamento dello scienziato può quindi essere così riassunta: "Guarda alle confutazioni e non difendere mai dogmaticamente la tua teoria!" Tuttavia, l'applicazione di tale norma non è esente da difficoltà, che lo stesso Popper non è stato in grado di risolvere in maniera soddisfacente.
Sebbene infatti egli abbia analizzato con attenzione le difficoltà insite nella nota "tesi di Duhem Quine", secondo la quale una teoria non è mai controllabile isolatamente, ma solo all'interno di un insieme teorico in cui compaiano alcune ipotesi ausiliari che determinano le condizioni empiriche di applicazione della teoria, Popper non è riuscito a fornire una distinzione chiara e univoca tra ipotesi ausiliari e ipotesi ad hoc, né a neutralizzare l'obiezione secondo cui, quando i risultati delle osservazioni contraddicono le nostre aspettative, noi non siamo in grado di determinare con certezza se ciò che risulta falsificato è la teoria oppure una qualunque delle ipotesi ausiliari. In altre parole, possiamo sempre scegliere di salvare la teoria, considerando falsificata un'ipotesi ausiliare e sostituendola con un'altra. "Spesso" egli ammette, "è soltanto l'istinto scientifico del ricercatore... che gli fa indovinare quali osservazioni... devono essere considerate innocue e quali invece devono essere considerate bisognose di modificazione." Le norme di comportamento del falsificazionismo rimandano quindi a decisioni, a scelte che in ultima analisi sono determinate da quello che Popper chiama "l'istinto scientifico del ricercatore."
Ma tali norme sono effettivamente applicabili all'attività scientifica? Molti critici di Popper hanno sottolineato come l'immagine che egli fornisce di tale attività sia inadeguata e non corrisponda alla pratica effettiva degli scienziati. In primo luogo, essa non tiene conto del ruolo che il potere esplicativo di una teoria scientifica di vasta portata (come la teoria della gravitazione di Newton) esercita nell'orientare l'attivit[[daggerdbl]] di ricerca degli scienziati, fornendo loro un "quadro di riferimento" in grado di suggerire nuovi problemi e nuove direzioni di indagine. Da questopunto di vista il ruolo di una teoria come quella di Newton appare più simile a quello assegnato da Popper alla metafisica come fonte di ipirazione per la scienza. Ignorare tale ruolo comporta il rischio di abbandonare una teoria scientifica in maniera troppo drastica, senza averne adeguatamente sfruttato le capacit[[daggerdbl]] esplicative. E' vero che Popper ha sottolineato come, nella scienza, non bisogna essere troppo frettolosi: al suo interno esiste un piccolo ma legittimo spazio per il dogmatismo. Gettare via una teoria scientifica di fronte alle prime confutazioni significa impedirsi di coglierne la rilevanza e le potenzialità. Tuttavia, Popper non ci dice per quanto tempo sia lecito al'interno della sua metodologia difendere una teoria che è in contraddizione con i risultati sperimentali; "l'istinto scientifico del ricercatore" è ancora all'opera? I critici di Popper sembrano ritenere che continuare a sostenere una teoria a prescindere dai risultati sperimentali non sia il frutto di una valutazione istintiva, bensì di una decisione metodologica; ma questa è una soluzione che Popper si rifiuta di adottare.
Altri critici hanno invece rilevato come l'antiinduttivismo di Popper conduca a contraddizioni difficilmente risolvibili. In primo luogo esso rende difficile spiegare il successo pratico della scienza: se le nostre teorie vengono elaborate in maniera del tutto indipendente dall'esperienza, come è possibile che esse diano luogo a predizioni coronate da successo? In effetti, Popper ammette che se si adotta il suo punto di vista "il successo risulta miracolosamente improbabile e perciò inesplicabile." Ma aggiunge che "nessuna teoria della conoscenza dovrebbe tentare di spiegare perché abbiamo successo nei nostri tentativi di spiegare le cose." Perché no?
In secondo luogo, se lo scopo della scienza è quello di elaborare teorie dotate di un grado di verosimilitudine sempre maggiore, sembrerebbe logico supporre che una teoria ben corroborata, e quindi accettata, sia anche una teoria più vicina alla verità di una teoria falsificata, e quindi eliminata. Ma dire che una teoria è più verosimile di un'altra perché ha resistito a un maggior numero di controlli significa, né più né meno, reintrodurre nel falsificazionismo un principio induttivo, cosa che Popper non è ovviamente disposto a fare. Egli ribadisce che il fatto che una teoria abbia finora resistito ai nostri tentativi di falsificazione non ci induce a credere, ma solo a supporre che essa possa essere più vicina alla verità di una teoria falsificata: si tratta ancora una volta di una *congettura*. In tal modo però si rischia di negare alla scienza ogni valore conoscitivo, in quanto noi non abbiamo alcun modo di sapere se la nostra conoscenza stia effettivamente progredendo, e ogni valore pratico,in quanto noi non abbiamo alcun modo di sapere se le nostre azioni, basate sulle nostre teorie, avranno o meno successo. Inoltre, con il suo antiinduttivismo Popper non riesce nemmeno a dimostrare che sia razionale eliminare una teoria falsificata. Una simile linea di condotta si basa sul presupposto (mai esplicitato da Popper) che una teoria gi[[daggerdbl]] falsificata continuerà ad esserlo anche in futuro, che i risultati dei nostri controlli sperimentali non cambieranno in funzione del tempo, il che equivale né più né meno ad assumere quel principio di induzione o di uniformità della natura la cui negazione costituisce uno dei pilastri della filosofia di Popper. Senza un simile presupposto, noi non saremmo in grado in linea di principio di eliminare nessuna teoria.
Un'ulteriore contraddizione insita nel pensiero popperiano riguarda la questione della dipendenza delle osservazioni dalle teorie: tale tesi, più volte ribadita da Popper, se portata alle sue estreme conseguenze, finisce col negare che vi siano "fatti" indipendenti dalle teorie, dei quali gli scienziati possano servirsi per controllare una teoria o per confrontare tra loro due teorie in conflitto: si tratta della nota tesi dell'incommensurabilità, di cui Paul Feyerabend è stato il principale sostenitore.
Nonostante i limiti che molti filosofi della scienza hanno attribuito al falsificazionismo, non si può negare a Popper il merito di aver sottolineato con rara efficacia il carattere provvisorio, fallibile della nostra conoscenza: la crescita della conoscenza può avvenire solo grazie a una continua revisione critica delle nostre credenze più consolidate, delle nostre teorie più "corroborate". Il falsificazionismo, più che una serie di prescrizioni metodologiche, si configura così come una sorta di impegno morale, di appello a non lasciarsi sedurre dalla potenza e dalla bellezza delle nostre teorie. L'analisi di Popper dei problemi metodologici delle scienze fisiche appare quindi strettamente legata alla sua meditazione sui problemi politici e sociali del nostro tempo. Non a caso Popper ha sottolineato come la lotta per la vita tra teorie in reciproca competizione può consentirci di lasciar morire le nostre teorie al nostro posto: è meglio un mondo in cui diverse verit[[daggerdbl]] si confrontano ad armi pari, ciascuna nel tentativo di sopravvivere agli attacchi della critica, che un mondo in cui gruppi di uomini si massacrano a vicenda in nome di una verità vissuta come un dogma. Il mondo in cui gli uomini accettano di sacrificare le loro teorie al posto diloro stessi (o dei loro avversari) viene chiamato da Popper "società aperta".
La società aperta è una società basata sulla discussione razionale e sulle capacità critiche dell'uomo, nella quale i singoli non sono più sottoposti ad autorità indiscutibili di origine divina, ma sono chiamati a prendere decisioni personali e sonomoralmente responsabili delle proprie azioni; essa si contrappone quindi all'organizzazione sociale primitiva, tribale, che Popper chiama società chiusa, basata sulla sottomissione dell'individuo a forze magiche soprannaturali che determinano non solo l'ordine della natura, ma anche l'ordine sociale all'interno della tribù; quest'ordine viene quindi percepito come rigido e immutabile, e non può mai divenire oggetto di discussione o di critica. All'interno di una società del genere non c'è dunque spazio per la responsabilità personale, in quanto non è possibile compiere scelte morali.
Popper ritiene che il passaggio dalla società chiusa alla società aperta abbia costituito una delle rivoluzioni più profonde compiute dal genere umano. L'emergere della filosofia nell'antica Grecia può essere interpretato a suo parere come una risposta alla dissoluzione della società chiusa, come il tentativo di sostituire alla perduta fede magica una fede razionale nelle capacità critiche dell'uomo.
Tuttavia l'evoluzione dalla società chiusa alla società aperta ha provocato nell'umanità uno choc profondo che non è ancora stato superato: Popper parla di un "effetto stressante della civiltà", legato alla necessità di essere razionali, di saper badare a sé stessi, di compiere scelte e di affrontare le responsabilità. "E' il prezzo" dice, "che dobbiamo pagare per essere umani." All'interno della sua tribù l'uomo primitivo si sente alsicuro: egli ha un suo ruolo ben definito, che conosce bene e che svolge bene; tutto ciò che gli si richiede è l'obbedienza alla tradizione. La fine della società chiusa mette in crisi l'ordine sociale immutabile che la caratterizza e quindi pone in discussione il ruolo di ogni individuo all'interno della comunità in cui vive. Questo provoca la nascita di tensioni sociali e conflitti in precedenza ignoti. La società aperta, con il suo interesse prima sconosciuto per l'individuo a scapito della tribù,con l'accento posto sull'iniziativa personale e sulla capacità di autoaffermazioe dei suoi membri, genera una continua tensione e infelicità, un senso di deriva e di mancanza di certezze in un mondo in cui tutto è in divenire. Da ciò nasce il desiderio di tornare indietro, di ripristinare un originario e perduto stato di natura, in cui tutti sono felici e soddisfatti. Questo desiderio, scrive Popper nel 1938, all'indomani dell'invasione dell'Austria da parte di Hitler, dà luogo alla nascita di movimenti reazionari, che, appellandosi ai sentimenti di coloro che soffrono per l'effetto stressante della civiltà, si propongono di distruggere la società aperta e restaurare il tribalismo. Una grave responsabilità hanno, nello svilupparsi di simili fenomeni, quelle filosofie sociali che Popper raggruppa sotto il nome di "storicismo" (in particolare hegelismo e marxismo). Esse pretendono di essere in grado di formulare previsioni storiche globali a lunga scadenza, basandosi sulla presunta scoperta di leggi dell'evoluzione storica, le quali tenderebbero verso un fine o un senso ultimo. Ma tali pretese sono per Popper assolutamente prive di fondamento: la storia non ha un fine ultimo, non ha un senso, se non quello che noi decidiamo di attribuirle. "Il futuro dipende da noi stessi e noi non dipendiamo da alcuna necessità storica." Lo storicismo è estremamente dannoso, in quanto contribuisce alla diffusione di pregiudizi contro la possibilità di risolvere i problemi sociali mediante riforme graduali. "Possiamo diventare gli artefici del nostro destino solo quando abbiamo cessato di posare a suoi profeti." Non tutti gli storicismi sono uguali, eppure tutti hanno in comune la caratteristica di dare espressione alla profonda insoddisfazione provocata da un mondo che non si conforma, né può conformarsi totalmente, ai nostri ideali di perfezione. "La tendenza dello storicismo... a fare da supporto alla rivolta contro la civiltà può essere dovuta al fatto che lo storicismo stesso è in larga misura una reazione contro il peso della nostra civiltà e il suo impegno di responsabilità personale."
Ma ogni tentativo di arrestare il cambiamento della società è destinato a risolversi in un disastro. Una volta abbandonato il pensiero magico e mitico in favore della ragione e della critica non possiamo più tornare indietro: tanto più ci sforziamo di farlo, tanto più velocemente arriviamo all'inquisizione, alla polizia segreta, alla fine della libertà, al totalitarismo. Non torniamo ad un idilliaco stato di natura, bensì regrediamo allo stato ferino. L'unico modo per restare umani è proseguire lungo la via che porta alla società aperta: una società basata sulla ragione e sulla critica, sulla libera discussione e sul pubblico dibattito, in vista della soluzione dei problemi sociali mediante riforme graduali; in una parola, una società democratica. Infatti "solo la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l'attuazione di riforme senza violenza, ma anche l'uso della ragione in campo politico." E inoltre: "Credo... che noi abbiamo la scelta tra ragione e violenza" e "che la ragione sia l'unica alternativa all'impiego della violenza."
L'atteggiamento critico nei confronti delle nostre credenze più consolidate è dunque necessario non solo al libero dispiegarsi dell'impresa scientifica, ma anche alla civile convivenza democratica, in cui le controversie tra individui o gruppi vengono risolte senza ricorrere alla violenza. Lo stesso Popper del resto ha affermato che "le nostre opinioni, spesso inconsce, sulla teoria della conoscenza... sono determinanti per il nostro atteggiamento riguardo a noi stessi e alla politica." E ha aggiunto: "questa scelta a favore della ragione non è di ordine puramente intellettuale, bensì di ordine morale. Essa condiziona tutto il nostro atteggiamento verso gli altri uomini e verso i problemi della vita sociale, ed è strettamente connessa ad una fede nella razionalità dell'uomo, nel valore di ogni uomo. [...] La fede nella ragione, anche nella ragione degli altri,implica l'idea di imparzialità, di tolleranza, di rifiuto di ogni pretesa autoritaria."
L'invito di Popper a mettere costantemente in discussione le nostre opinioni più consolidate, a non accettare mai come verità definitive le nostre più brillanti scoperte, il suo richiamo al carattere provvisorio, congetturale della nostra conoscenza, che non può progredire se non mediante "congetture e confutazioni", va quindi inserito in un contesto più ampio: quello della critica ad ogni forma di dogmatismo e di autoritarismo in nome della fiducia nella nostra, umana ragione.
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