SPECIALE



Chet arrivava verso sera... Incontro pubblico con Fernanda Pivano
di Massimo Vassallo


"Chet arrivava verso sera, si metteva sul divano e suonava un po'la chitarra, mentre noi chiacchieravamo con Gregory; restava lì e strimpellava, parlando pochissimo, poi, sul tardi, andavamo insieme per locali".
Così Fernanda Pivano accenna alle visite del famoso trombettista Chet Baker e del poeta Gregory Corso nella sua casa di Milano, in un "Incontro con l'autore" organizzato a Salsomaggiore Terme per presentare il suo libro di memorie "Amici scrittori".
Il tono della sua voce è appena sofferente, la maschera rugosa della vecchia faccia ammicca e sorride tra le asperità di una carne che invece duole. Si, perché Fernanda Pivano è molto malata, e questo libro, per dirla con le sue parole"ho cominciato a scriverlo quando ho saputo di questo male".
Il nucleo del suo discorso, frammentato e spezzonato con immagini verbali immediate e coinvolgenti, è l'amicizia che ha vissuto con alcuni dei più importanti scrittori e musicisti della nostra epoca, lo stesso intenso e vivace sentimento che in lei è tutt'uno con la ricerca e la critica letteraria. Alle domande su Hemingway, Dylan, Kerouac, Miller e altri protagonisti di 50 anni di vita culturale, la Pivano socchiude gli occhi, saetta lo sguardo sull'uditorio e comincia con voce piana e pacata a raccontare. Aneddoti, incontri; fatti vissuti, ognuno, in prima persona.
Ma, soprattutto, le preme testimoniare di come loro, i "mostri sacri", fossero individui molto diversi dall'immagine che si aveva e si ha di loro; racconta di Bukowsky, che quando lei rifiuta un drink e gli dice di essere astemia, quasi stramazza al suoloper la sorpresa, ma poi nei successivi incontri le fa trovare una bottiglia di bibita al lampone, per metterla a proprio agio. <<Un uomo gentilissimo, imponente, timido>>, che, alla domanda di un giornalista sorpreso di apprendere che lui l'avesse trattata con cortesia, risponde: "Si è presentata questa simpatica signora italiana che ha parlato tanto bene di me; cosa volevate, che la stuprassi?". Ed Hemingway, il cui ritratto era all'epoca dipinto a forti tinte dagli inviati che ne riportavano le interviste, definendolo un gradasso, uno spocchioso. Dai suoi precisi ricordi, la Pivano estrae l'immagine di una persona di grande sensibilità personale e fragilità interiore, che trascorreva le ore con lei nella fattoria cubana a parlare della propria infanzia, dei problemi che aveva e che si portava dietro da tutta una vita.
Fernanda Pivano è una "macchina del tempo"di straordinaria veridicità e intelligenza.
Mi ha fatto vivere, per fotografie istantanee e rapide carrellate all'interno di stanze d'albergo, night-club, sale giochi, case padronali, a contatto con quelli che a tutti gli effetti sono stati i suoi amici... oggii suoi fantasmi, impressi nelle straordinarie fotografie inedite all'interno del volume (opera di Ettore Sottsass).
C'è un altro dolore di fondo nel suo appassionato ricordare, ed è appunto il dolore dell'assenza, della perdita, della mala morte cui tanti tra coloro che ha amato come amici e stimato come autori sono andati incontro. E'una sorte che mi permetto di relare con una sua frase a proposito del carattere degli scrittori: <<Quelli che ho conosciuto non erano allegri. Nessuno di loro. Portavano tutti in volto la disperazione, ombre scure sulle guance, che a volte ricadevano creando pieghe sul viso>>.
C'è nelle parole della Pivano il ritmo della narrazione spontanea, i cambi d'umore sono repentini, come rapide e in dissolvenza devono essere le facce che vede mentre racconta; e l'ascoltatore sorride, ma un attimo dopo contrae in un ghigno la faccia, perché si rende conto di non essere semplicemente all'altezza di una vita vissuta tanto intensamente.
Eppure c'è in lei la gioia misteriosa e profonda del ricordare stesso, che si apre la via quasi controvoglia - ma necessariamente - più col modo e col senso che mette in ciò che dice che attraverso le parole che usa. E' fiera di ciò che ha fatto per Jack Kerouac, traducendolo e "imponendolo"a un editore italiano. E'fiera della sua traduzione della "Antologia di Spoon River", ed è fiera del fortuito ma determinante incontro con Cesare Pavese, quando lei era al liceo e lui suo professore, fiera almeno quanto è decisa nell'esprimere giudizi positivi sull'autore di "Meno di zero"e anni dopo di"American Psycho". <<Un romanzo incompreso in Italia; un feroce ritratto dei giovani yuppies americani degli anni `80, il primo libro ad affrontare la tematica dei serial killer, oggi così a la page>>.
La Pivano testimonia anche di una nascente, importante realtà romana - il cui promotore, chiamato "Gomma", sarebbe <<il capo dei cyberpunk italiani>> - che sta cercando autori nostrani di genere "cyberpunk", genere che la Pivano vede non come una complicazione tecnologica, quanto come un tentativo per riavvicinare le persone al senso perduto del rapporto con le realtà di tecnologia e medicina, attraverso il reimpasto dei linguaggi settoriali con le parole di tutti i giorni, quelle comprensibili a tutti. Tra gli autori possibili, ha parole di elogio soprattutto per Mark Leyner.
Il critico aggiunge che nell'America letteraria si sta verificando un fenomeno di frammentazione della letteratura in nazionalismi, e porta l'esempio di un romanzo appena uscito negli States, scritto in dialetto Cherokee (<<Mi piacerebbe sapere come faranno a tradurlo>>, commenta divertita).
Il libro della Pivano racconta quindi della sua vita di specchio cosciente; di attiva, partecipe, ma persin modesta coinquilina di due generazioni di scrittori che "avevano dei sogni", che "hanno cambiato il costume del mondo", che "volevano abolire le guerre", e, quando lo dice, la voce le sale per un attimo di tono, si fa, per una volta, fortemente affermativa.



L'utopia letteraria degli anni '60
di Matteo Reale


"Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia..."
Allen Ginsberg, "Urlo"


Fernanda Pivano, traduttrice e grande esperta dei fenomeni letterari americani,amica dei più influenti esponenti della generazione "beat" e della controcultura, compilò alla fine del 1968 un'ampia antologia che potesse portare la testimonianza di quei fermenti culturali, prima che la violenta politicizzazione ne imbavagliasse la portata eversiva. Ora la casa editrice "Arcana" ha deciso di ripubblicare tale testo di vivo interesse: non solo come approccio a degli anni che hanno cambiato la società ma anche come ulteriore riflessione sui valori culturali che in quegli anni sono nati, sono stati comunicati, si sono riprodotti. L'antologia, L'altra America negli anni sessanta, raccoglie testi poetici e letterari, interviste e saggi tratti dalle più importanti riviste underground e non, ed è corredata da esaurienti brani di ricostruzione storica.
Le radici di una contestazione che ha raggiunto tutti gli ambiti dalla società sono riportate al periodo focale degli anni cinquanta. In Inghilterra una nuova generazione, che prendeva consapevolezza dei rischi nucleari della guerra fredda, marciava pacificamente e provocatoriamente contro la bomba atomica, guidata da personaggi del calibro del filosofo Bertrand Russell, il quale non temeva la galera pur di affermare il diritto alla parola e alla contestazione; negli StatiUniti, invece, il disagio era di tipo culturale ed esistenziale, non ancora politico, e si esprimeva nei confronti di un modo di vivere (l'American Way of Life) che non preludeva al benessere ma all'alienazione ovattata. Nascono così i personaggi della cosiddetta " beat generation", sgomenti, ai margini del sistema, ribelli in cerca di quello che la civiltà americana aveva finto di concedere: la libertà interiore. Cioè la capacità di essere, rischiando sulla propria pelle, i veri fautori del proprio destino, e di cercare, continuamente cercare la pace con se stessi, scontrandosi con chi cerca di impedirlo.
Dirà Ginsberg nel 1967: "L'anima dell'individuo è in pericolo; per questo la generazione beat ha vissuto e continuerà a vivere... Per anima non intendo soltanto la lucidità mentale, ma la sensazione di essere cosciente di tutto il proprio corpo. Finché questo corpo sarà in pericolo si cercherà di esprimere il grido, il pianto, la preghiera attraverso l'arte."

1. DALLA BEAT GENERATION ALLA LOVE GENERATION


Quello che la Pivano delinea, dagli anni cinquanta agli anni sessanta, è in realtà un percorso ininterrotto di rivoluzione, al di là degli stereotipi giornalistici e sociologici. Gli scrittori "beat", Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Ferlinghetti, che si ritrovavano a recitare poesie e a "praticare" la cultura alla libreria City Lights di San Francisco (successivamente anche casa editrice), sono sì esponenti di una avanguardia culturale innovativa, come la "lost generation"di Hemingway e Fitzgerald, ma essi stessi espongono, mostrano un nuovo modo di vita, che si accingerà a fare a pezzi i modelli e i sottomodelli della societàamericana nel decennio successivo. L'avanguardia poetica nasce infatti, più che da un nuovo modo di guardare il mondo, da un nuovo modo di partecipare a quello che esso propone: la valenza della rivoluzione è morale, non estetica. "No Ideas but in Things" (Le idee esistono solo nelle cose).
Questo aspetto verrà naturalmente ripreso dai nuovi scrittori contestatari, i quali permetteranno a ogni lettore, ma anche a ogni potenziale destinatario, di scoprire ciò che non sa e soprattutto di vivere ciò che ha scoperto.
La rivolta underground nasce dalle prese di posizione sociale e politica degli studenti delle Università, dalle marce pacifiste prima, dai sit-in contro la guerra in Vietnam poi, che via via si estendono a fasce più larghe di popolazionegiovanile fino a sfociare nella formazione di gruppi politici di lotta. La liberazione viene intesa come liberazione dagli stereotipi, anche culturali, di un sistema obsoleto: ci si avvicina a nuove forme del fare arte, sulla scia dei maestri degli anni cinquanta, e nuovi maestri come Timothy Leary cercano, attraversogli esperimenti con le droghe,nuove forme di conoscenza e di comunicazione di questa conoscenza. The only way out is in (l'unica via d'uscita è dentro) è unodegli slogan più significativi di quegli anni e sembra ricollegarsi all'attenzione per la libertà interiore della "beat generation" di cui ho parlato, alla sua fuga dall'alienazione per una più profonda consapevolezza di sé. In una intervista al "Georgia Straight" del 1969 Leary afferma: "Il rischio è l'essenza della vita, e non intendo il rischio in senso hemingwayano, di andarsene a rischiare la propria vita: intendo, rischiare l'anima..." E poi: "Essendo Dio, cosa dobbiamo fare? Sederci in poltrona e star lì a vedere cosa succede o entrare nella mischia e far succedere le cose come vogliamo noi?".

2.GIOCO-ARTE-VITA

Proprio perché nasce come rappresentazione del bisogno sociale, nei sixties la cultura si manifesta per la prima volta come cultura di gruppo, assumendo la forma di un rito collettivo e divenendo veicolo di comunicazione di tale rito (siveda l'importanza e dei concerti rock e dei Light shows, dove si mescolavano musica, ballo, filmati e droghe). Il rito collettivo inizia a una vera e propria trasformazione, sia interiore sia esteriore, e invita a una continuo impegno nella realtà quotidiana. La produzione artistica non è mai fine a se stessa, ma èun tentativo continuo di scardinare i modelli precostituiti e insegnare un nuovo modo di vivere. Per questo motivo l'intreccio vita-arte continua con il gioco,cioè la dimensione artistica comunitaria che meglio permette alla creatività e alla fantasia di emergere: tutti possono essere artisti.
Ma questa disposizione contribuisce in modo evidente a danneggiare la qualità artistica.Il movimento culturale risente del forte impatto che la generazione imprime alla società, alla politica, ai costumi, alla morale e mantiene inevitabilmente un ruolo subordinato. I brani, le poesie riportate in questa antologia sono, tranne alcune eccezioni, privi di autentico spessore. Non me ne vogliano gliappassionati della controcultura letteraria, ma mi sembra che per lo più si tratti di produzione artistica che segue una nuova moda, che la scimmiotta con vena sincera ma poca ispirazione e che le personalità artistiche di valore assoluto rimangano poche. La supremazia della prassi sulla teoria porta la forma a essere un vuoto contenitore di un messaggio retorico e povero di sensibilità: ritengo più riusciti, più vivi e intensi i testi dei cantanti rock, da Bob Dylan aiGrateful Dead, da Frank Zappa ai Doors, i veri poeti di quella generazione.
A differenza delle avanguardie della prima metà del secolo, l'avanguardia underground resta un laboratorio, dove la discussione letteraria teorica è ridotta e così anche la sua portata innovativa.

Riporto l'incipit significativo della poesia di Daniel Moore Questo corpo, pubblicata nel 1968 dal "San Francisco Oracle" e tradotta da F. Beltrametti.

E' il corpo che respira. Io respiro dentro il Corpo,
il Corpo mi respira fuori!
Da spugne elettriche di fuoco poroso
balenante attraverso arcobaleni di nettare che rastrellano i loro
cambi di colore
da mondi permanentemente assolati, forze scure e bestie
scivolano rotolano e rivoltano universi cald
fuori dalle loro teste! Rivoli di succhi
luccicanti turbinano in arteriedai loro occhi verdi
a punti mobili del mio Corpo
dentro e fuori e s'uniscono in favola cosmica
nel profondo di superfici che s'abbracciano

(Chi volesse per intero il testo della poesia, anche solo per spirito di contraddizione con il curatore dell'articolo, o volesse conoscerne altre dell'antologia, può farne richiesta al direttore della rivista attraverso Fabula).


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

F. Pivano (a cura di), L'altra America negli anni sessanta, Arcana editrice
F. Pivano, Poesie degli ultimi americani, U. E. Feltrinelli
M. Maffi, La cultura underground, Laterza




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