Il teatro è una porta aperta
di Paolo Pedote
Come molte arti e molte discipline, anche il teatro oggi pare stia morendo. Certamente la ricchezza sperimentale del teatro degli anni ottanta non c'è più e assistiamo, per quanto ci riguarda in Italia, ad un fenomeno di appiattimento conformistico che spacca la produzione di spettacoli in due blocchi: da un lato spettacoli teatrali destinati ad un pubblico sorprendentemente annoiato, snob e piccoloborghese il cui unico scopo è rispettare i turni dell'abbonamento per non mancare ad un appuntamento con una coppia di amici (si potrebbe ancora chiamare teatro d'E'lite); dall'altro un teatro più giovane e considerato alternativo, da qualcuno considerato come politicamente pericoloso, in parte dilettantesco, che abbandona i salotti per un pubblico più vivo, teatro le cui origini rimandano a quello popolare (alla Dario Fo, anche se di qualche anno fa, per intenderci).
Un altro fattore che bisogna necessariamente tenere presente è che il pubblico oggi va preferibilmente al cinema o rimane inchiodato in poltrona davanti al piccolo schermo. Il teatro insomma non è più la forma di spettacolo per eccellenza, ha dei rivali molto forti, lo si considera anacronistico e generalmente pedante.
Ciò significa che i capitali e le grandi produzioni toccano sempre meno spettacoli teatrali, a meno che non si tratti di nomi che al botteghino richiamino molto pubblico.
Uno dei massimi registi del mondo, Peter Brook, si è prodigato in diversi libri per cercare di spiegare cosa è per lui il teatro e quale significato che dovrebbe assumere in una società come quella in cui viviamo, ma soprattutto cosa oggi lo uccide.
Il teatro di Peter Brook è innanzitutto povero, e povero in tutti i sensi, anche e soprattutto in quello economico (qui non ci riguardano particolari riferimenti di carattere antropologico, anche se fu proprio lui a scrivere l'introduzione a "Per un teatro povero"di Grotowski). Nel senso che Broadway è sicuramente il posto in cui Peter Brook lavorerebbe peggio.
Per mettere in scena qualcosa, per lavorare bene con i propri attori, Brook ha bisogno di posti poco celebrati, di luoghi in cui la gente non si presenti al botteghino come per andare a una partita. Una duna nel deserto o una vecchia stamberga assolvono benissimo al compito di fare da ambient per un suo spettacolo. Peter Brook non ha bisogno di grandi scenografie e di tetri da tremila posti, anzi, lo infastidirebbero, perché disperderebbero tutto, ucciderebbero appunto il suo teatro. Ma a Questo puntoè necessario spiegare cos'è il teatro per Peter Brook. nel suo ultimo libro, "La porta aperta", racconta di un ennesimo viaggio per il mondo, con la sua compagnia, per fare spettacoli e conferenze. Durante una tappa in Sudafrica ha incontrato un regista, uno dei fondatori del movimento del "Teatro Nero", il quale gli ricordò il suo libro meno recente, e cioè "Il teatro e il suo spazio". In questo testo ciò che colpiva il regista di colore era la prima frase, e in questa troviamo l'essenza del teatro per Peter Brook: "Posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. Un uomo attraversa questo spazio mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale".
Quindi non c'è bisogno di enormi edifici, grandi apparati tecnici, qui il teatro chiede qualcosa d'altro: il teatro chiede di essere sorprendente, cioè di non annoiare; il teatro deve creare emozioni, nel senso letterale dellaparola. Se noi guardiamo sul dizionario, l'etimologia della parola ci porta a questo significato: mettere in moto. Emozionarsi significa mettersi in moto. Ma cosa dobbiamo muovere? Dobbiamo mettere in moto noi stessi, il nostro spirito, le nostre esperienze; il teatro on fa che mettere in scena l'uomo, nelle sue molteplici forme e figure, nei suoi deliri, nelle sue paure, nelle sue disperate scelte. Il teatro è metafora della vita stessa dell'uomo e quindi delle sue gioie e delle sue sofferenze. L'uomo non può fare a meno del teatro perché non può fare a meno di rappresentare se stesso, di raccontarsi, di ripercorrere le sue avventure più profonde.
Il vero nemico del teatro per Peter Brook è la noia, quella noia impressa nei volti di spettatori costretti su quelle poltrone rosse, e non lì perché attratti dal mistero che i gesti e le paroleproducono. Quella noia che certi spettacoli riescono a produrre in quantità enorme perché il dilettantismo che li regge è più forte della voglia di imparare a fare teatro seriamente. La noia di chi non ha il coraggio di fischiare o andarsene indignato e applaude come una scimmia.
La noia è una porta chiusa a chiave. Quando noi chiudiamo una porta lasciamo fuori la vita, se la porta rimane aperta la vita ci investe, ci arricchisce e non ci lascia mai subdolamente annoiati.
Quindi ogni messa in scena ha i suoi limiti e i suoi vantaggi, ogni modo di far teatro può andar bene, purché la noia non sopraggiunga a richiudere la porta. Se dopo dieci minuti di spettacolo ci viene da sbadigliare, bisogna trovare il coraggio di andarsene, per non permettergli di annoiarci.
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