Musica d'oggi
di Artaserse


Se Ligeti, genio vivente della musica, deve quel poco di fama che si ritrova non, sia chiaro, all'esecuzione nelle sale da concerto dei suoi svariati capolavori, ma all'inserzione, da parte di Kubrik, di un brano di Lux Aeterna ne "2001: Odissea nello spazio"; se alla stragrande maggioranza del pubblico di musicofili, almeno nella nostra povera Italia, suona completamente estranea non solo e non tanto la ricerca musicale più disperatamente astratta e "d'avanguardia" (spesse volte rumore puro, o semplice follia: fin qua siamo d'accordo), ma addirittura la dodecafonia, che ormai dovrebbe, e tranquillamente, esser passata, se non alla preistoria, quanto meno alla storia assodata della cultura, ed essere parte integrante di ogni stagione concertistica che si rispetti (una frase da trattenere il respiro, scusate): allora vuol dire che non siamo messi troppo bene. Perché in nessun secolo come in questo, forse, gli uomini e le donne hanno saputo così poco della musica "colta" loro contemporanea.
I pregiudizi, un po' imbecilli e un po' assassini, che circolano sulla musica "colta" (virgolette: cautela eccessiva?) d'oggi, potranno essere corretti, almeno in parte, da due delle più interessanti uscite discografiche di questi ultimi tempi.

Azio Corghi: La cetra appesa, Cantata su temi popolari verdiani per soprano, voce recitante, coro, coro popolare, banda e orchestra (1995). Soprano, Eva Lind; voce recitante, Stefano Tomassini; Orchestra Sinfonica dell'Emilia-Romagna "Arturo Toscanini" diretta da Will Humburg; Debreceni Kodàly Koros e Corale Verdi di Parma; Banda Giuseppe Verdi di Parma. Cd Ricordi, CRMCD 1037, incisione in DDD. Note ben fatte, complete di tutti i testi e di una introduzione dell'autore. Buona qualità del suono.

Epico l'empito, e imponenti, di questo lavoro scritto per celebrare il Cinquantesimo dalla Liberazione, le dimensioni "morali", nonché la lucida, benché agghiacciata e tesissima, fluidità discorsiva. Il tutto, poi, nella totale assenza di gigantismi inutili, di retoriche assordanti.
Il testo è poesia di guerra e di oppressione. La cetra appesa del titolo è il poeta ammutolito dall'invasore, è fiume carsico che riemerge e si riimmerge. La troviamo nella Bibbia, Salmo 137 ("Ai salici lungo le rive/avevamo appeso le nostre cetre...Laggiù, dopo averci deportato,/ci invitavano a cantare;/esigevano canti di gioia,/i nostri oppressori"), in Quasimodo ("Alle fronde dei salici") e, soprattutto, nel coro del verdiano Nabucco, autore del testo Temistocle Solera ("Arpa d'or dei fatidici vati,/perché muta dal salice pendi?"), ciò che instaura, nelle intenzioni di Corghi, un preciso legame fra la Resistenza e il Risorgimento. Altri Salmi, ancora Quasimodo ("Milano, agosto 1943") e un meraviglioso Attilio Bertolucci, quello di "Iride sulla pianura del Po", affidato a mò di suprema cucitura e di intimo suggello alla voce recitante, completano la parte testuale, densissima. Eccellente prova di tutti, a cominciare da strumentisti e coristi, popolari e non. Unico neo il soprano tedesco: voce ottima, dizione catastrofica. Quasimodo intonato da lei fa un po' male.

Nino Rota, La visita meravigliosa, Opera in due atti e nove scene, libretto di Nino Rota tratto dall'omonimo romanzo di H.G. Wells. Interpreti principali: Maurizio Frusoni, tenore (l'Angelo); Maria Costanza Nocentini, soprano (Delia); Danilo Rigosa, basso (Reverendo Hilyer); Filippo Pina Castiglioni, tenore (Dottor Crump); orchestra e coro del Teatro Sociale di Rovigo, direttore Giuseppe Grazioli; direttore del coro Marina Malavasi. Doppio cd "La bottega discantica" 02/03, incisione in DDD. Note decisamente curate, complete non solo di libretto ma dei saggi introduttivi di Carlo Cavalletti e Massimo Contiero.

Rota da film? Certo: le colonne sonore scritte per Fellini, o, in ambito televisivo, la musica per il Gianburrasca di Rita Pavone (due soli dei molti esempi possibili), sono lavori divinamente realizzati. Che hanno avuto il "difetto", però, di permettere che si formasse un giudizio limitato sul loro autore, un genio, un uomo che è stato allievo di Pizzetti e di Casella; che riceveva attestati di franca ammirazione da Arturo Toscanini e Fritz Reiner; che era stabilmente nel repertorio di Bruno Maderna; che, come ha ricordato Riccardo Muti, "suonava a memoria, al pianoforte, il Wozzeck di Berg"; e che, immancabilmente, commuoveva il pubblico d'Italia e del mondo con la sua produzione "seria".
Come quella teatrale. Una piccola etichetta milanese, La bottega discantica, "figlia" dell'omonimo negozio di via Nirone, ha di recente immesso nel mercato una incisione dal vivo (realizzata nell'ottobre 1993) dell'opera "La visita meravigliosa", tratta dall'omonimo romanzo (1895) di Herbert George Wells e composta da Nino Rota tra il 1965 e il 1969. Andata in scena a Palermo, per la "prima" assoluta, quasi esattamente venticinque anni fa, e salutata da un successo strepitoso, se ne erano, in questi anni, praticamente perse le tracce. Fa piacere, dunque, ritrovarla in una interpretazione appassionante, con un cast di cantanti ben preparato e sotto la guida di un direttore, intelligente ed equilibrato, che non "sbraca" mai, attento a restituire, di Rota, i valori più puramente musicali. Storia fiabesca di un angelo, buono e ingenuo, caduto sulla terra e respinto da tutti, questa "Visita" è capolavoro di sogno: di una malinconia tutt'altro che sdolcinata, di un "canto" vero e suadente; e di una musica che, per quanto saldamente tonale, fa proprie alcune delle inquietudini moderne, arricchita, dice Contiero nelle note, "da tutte le acquisizioni tardo-romantiche e novecentesche, dal modalismo alle sovrapposizioni tonali".




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