NARRATIVA - TENDENZE En attendant Pennac di Michele Ridi Il 3 novembre di quest'anno, è prevista l'uscita del nuovo libro di Daniel Pennac: Monsieur Malausséne. Prendiamo questo fatto come pretesto per parlare di un autore straordinario, già considerato caso letterario ed oramai consacrato da pubblico e critica come qualcosa di più che uno scrittore promettente. I (fino ad ora) tre romanzi di Pennac ruotano attorno ad uno stesso protagonista (Benjamin Malausséne) ed alla sua incredibile famiglia: una madre preda delle più sfrenate passioni sentimentali che si concede al focolare domestico solo nel momento in cui c'è un nuovo parto in vista (un nuovo fratellino o una nuova sorellina per Benjamin), una sorella indovina e cartomante, Therèse, completamente priva di senso dell'umorismo, un'altra sorella, Clara, la preferita di Benjamin, che fotografa tutto quello che vede, un'altra sorella ancora, Louna, l'unica a vivere fuori dalle mura domestiche con il suo compagno Laurent, un fratello, Jerèmy, mezzo delinquente già espulso dalla scuola per averle dato fuoco, un altro fratello, il Piccolo, che non ha poi grande parte nella vita della famiglia, un cane epilettico, Julius, il cui odore ha ormai assunto la dimensione del visibile, e infine lui, il capofamiglia, colui che fa le veci degli innumerevoli padri dispersi per il mondo, Benjamin Malausséne, laureato in lettere, di professione capro espiatorio. Va detto che questa è la composizione della famiglia Malausséne all'epoca del primo romanzo ("Il paradiso degli orchi"), durante l'arco dei due libri che lo seguono ("La fata carabina" e "La prosivendola") il panorama domestico si arricchirà di altri personaggi: Julie Correncon, giornalista d'assalto, bellezza mozzafiato nelle vesti di ragazza di Benjamin, Verdun, ultima nata dal prolifico ventre della madre, che fin dalle prime ore della sua vita fa capire chiaramente di avere davanti agli occhi la battaglia di cui porta il nome emettendo grida infernali, Van Thian, ex ispettore di polizia, l'unico in grado di frenare gli impeti sonori di Verdun. La carrellata di personaggi che riempiono le pagine di Pennac potrebbe andare molto più in là, potrebbe occupare uno spazio molto maggiore, ma ci fermeremo qui per non confondere il lettore. E' subito chiaro un fatto che riguarda la tecnica di scrittura del nostro autore: le psicologie dei personaggi sono tutte attentamente e precisamente delineate, anche una semplice comparsa viene descritta, magari con pochi tratti, nella sua essenza. L'abilità di Pennac è proprio questo suo farci capire chi è il personaggio di cui ci sta parlando, quali sono i suoi pensieri più intimi, le sue convinzioni, le sue radici culturali, la sua storia. Il modo in cui Pennac riesce a dare un'identità unica ad ognuna delle figure che attraversano magari solo per qualche riga i suoi romanzi, è qualcosa di misterioso, uno di quei misteri che l'arte della scrittura tiene per sé rendendoli impossibili da insegnare. La figura del protagonista, Benjamin, è assolutamente straordinaria. Malausséne è nella propria essenza un intellettuale, e come tale vede la realtà con gli occhi disincantati di chi si rende conto della perversità di questo mondo dominato dalle multinazionali, dalla pubblicità e dalla mentalità dell'imprenditore "vincente". Benjamin è assolutamente critico nei confronti del capitalismo spinto della Francia contemporanea, ma è anche consapevole dell'inevitabilità della situazione, in un certo senso fa parte di quella generazione "disillusa" che non crede più nei grandi cambiamenti, nelle grandi rivoluzioni sociali, accetta lo status quo perché in realtà non crede ci siano alternative praticabili, visto l'atteggiamento delle masse. Non è un caso che le amicizie della famiglia Malausséne siano tutte tra i diseredati di una società malata di arrivismo; il quartiere di residenza (Belville) è in continua ristrutturazione e gli unici a resistere all'avanzata dei centri commerciali sono proprio gli arabi, gli omosessuali, i vecchi, i reduci e i Malausséne, uniti da uno strano rapporto, come di barricata, in un intreccio di solidarietà reciproca. Tutto questo avviene, per così dire, nel lato "interno" della vita di Benjamin, ma la sorpresa si rivela nello scoprire quale ruolo sociale ("esterno" appunto) abbia il nostro protagonista. Malausséne è un capro espiatorio, non in senso metaforico. Il suo mestiere è fare il capro. Nonostante le sue idee Benjamin si deve adattare, per questioni puramente economiche, ad un lavoro che rappresenta l'essenza di quella società che Malausséne critica nelle sue viscere. Nel primo romanzo ("Il paradiso degli orchi") è capro espiatorio in un grande magazzino, il suo lavoro consiste nell'assumersi ogni responsabilità di fronte ai clienti che reclamano per qualche apparecchio guasto o cose simili. Si assume tutta la responsabilità di qualsiasi cosa, senza riserve, piangendo se è il caso, umiliandosi fino al momento in cui il cliente non ha più il coraggio di infierire su tanta manifesta debolezza e ritira il reclamo. E' chiaro che avere un capro espiatorio è estremamente conveniente per ogni grande azienda che si rispetti, per cui quando verrà licenziato, Benjamin non avrà nessuna difficoltà a trovare un nuovo impiego da capro in una grande casa editrice. Quindi, tirando le somme, abbiamo di fronte una figura doppia: da una parte intellettuale smaliziato e disilluso, dall'altra ultimo ingranaggio del sistema capitalistico. Il risultato è straordinario, un impasto che Pennac domina con estrema naturalezza ricavandone, è ovvio, situazioni decisamente brillanti. A questo punto arriviamo al vero problema di qualsiasi discorso che pretenda di analizzare l'opera di Daniel Pennac: combattere il pregiudizio, molto diffuso, secondo il quale il nostro autore sarebbe principalmente un umorista (non a caso il suo nome è spesso avvicinato a quello di Stefano Benni). Una lettura più attenta, al contrario, mette in evidenza il carattere complesso della scrittura di Pennac. E' riduttivo relegare romanzi come "La fata carabina", "Il paradiso degli orchi" e "La prosivendola" nella categoria "genere umoristico". Innanzitutto, ognuno dei tre romanzi è un giallo, un giallo vero e proprio con vittime che sono vittime e assassini misteriosi, colpevoli di nefandezze purtroppo molto realistiche e tutt'altro che esilaranti. E proprio in quest'ultimo fatto sta, a mio parere, il tratto più sorprendente dell'opera di Daniel Pennac. Non si può davvero dire che la prosa dei tre romanzi del ciclo di Malausséne non sia divertente, anzi, il lettore si trova di fronte ad un linguaggio scoppiettante e ad una serie di vicende estremamente paradossali che rendono la lettura assolutamente piacevole. Eppure improvvisamente l'incantesimo si rompe e appare un fatto sconcertante (una tragedia in genere), qualcosa che turba quell'atmosfera di leggerezza che il lettore aveva respirato dall'inizio del libro: il mistero, che fino a quel momento era rimasto nascosto tra le pieghe dell'ironia, si svela in tutta la sua realtà, mostrandosi nella sua essenza di male assoluto. Sì perché i misteri di Pennac hanno sempre qualcosa a che fare con l'umanità tutta (questo è più evidente ne "Il paradiso degli orchi" che negli altri due romanzi), non si tratta di misteri alla Agatha Christie, non si tratta di un vecchio signore assassinato su un treno, è qualcosa che inquieta profondamente, che riguarda tutti noi, indistintamente. Forse quello che maggiormente sconcerta il lettore è la consapevolezza immediata che quello che racconta Pennac può succedere o è addirittura già successo, e allora il divertimento, la leggerezza si trasformano in qualcosa di molto simile all'amarezza. E poi, a completare l'effetto sorpresa, nei fatti di sangue la prosa di Pennac diventa assolutamente fredda e tagliente, ogni fotogramma è descritto nella sua essenza, senza indulgere in inutili censure, tutto è sotto gli occhi del lettore nella sua crudeltà: cranii che scoppiano attraversati da un colpo di pistola, ossa che si spezzano sotto i randelli, intestini "sparsi" dalla detonazione di una bomba. Insomma, qualcosa che non ci si aspetta da un umorista. A rendere più efficace la descrizione delle scene Pennac utilizza un linguaggio, per così dire, "cinematografico" (non a caso abbiamo parlato di fotogrammi): è come se improvvisamente nello scorrere delle immagini qualcuno attivasse una moviola, la successione diventa frammentaria e ogni istante viene fermato in una fotografia. Effettivamente è come guardare una di quelle sequenze rallentate in un certo genere di film americani. Dicevamo prima che Pennac è stato più volte paragonato dalla critica a Stefano Benni; effettivamente l'accostamento viene abbastanza naturale considerando che l'obbiettivo della satira dei due scrittori in fondo coincide. Eppure esiste una differenza fondamentale che, a mio parere, dà alle opere di Pennac una maggiore profondità. Le vicende descritte da Benni costituiscono una sorta di pseudo-realtà, un mondo costruito mescolando invenzione pura (penso a "Terra" o a "La compagnia dei celestini") e l'enfatizzazione di alcuni aspetti del mondo che conosciamo. Alla fine appare di conseguenza un mondo poco credibile, favolistico, poco realistico appunto. Il mondo di Pennac, al contrario è solamente improbabile. Presi uno per uno, i fatti raccontati nei libri di Pennac sono tutti probabili tanto quanto il fatto che io scriva effettivamente un articolo su Pennac: è l'insieme che è poco probabile. Attenzione però, poco probabile non vuol dire impossibile, e questa non è una differenza da poco. Se quella di Benni è una pseudo-realtà, quella di Pennac è una iper-realtà, una serie di circostanze estreme riunite in una coincidenza ancora più estrema. Un altro tratto sul quale vale la pena soffermarsi è la struttura narrativa dei romanzi di Pennac. La narrazione stessa non è fluida, le vicende si sviluppano a strappi, in un concatenamento di circostanze apparentemente non fondamentali ma che tendono inesorabilmente tutte ad un identico finale. Il lettore si trova invischiato in una serie di capitoletti slegati che, come per miracolo, si fondono, a mano a mano che procede il romanzo, in un mosaico coerente e sensato. Una scrittura moderna, su un unico piano temporale che dà modo al lettore di "guardare" i fatti da un punto di vista privilegiato, osservando, in tempo reale, i movimenti di Malausséne da un lato, e della polizia dall'altro. Sì perché, visto il suo carattere di capro inconsapevole, Benjamin si trova sempre ad essere il principale indiziato di crimini di ogni genere: dai delitti agli attentati. In conclusione, a prescindere dalle considerazioni di ordine tecnico, l'opera di Pennac è un segno dei tempi. Benjamin Malausséne è in tutto e per tutto uno di noi, un rassegnato che non si rassegna mai fino in fondo, un uomo che ha compreso completamente il mondo che lo circonda e ha deciso di disprezzarlo, senza riserve. Il proprio mondo, quello degli affetti, della famiglia, degli amici, quello sì, può essere "gestito" in modo diverso. Soltanto nell'immediato contorno affettivo, sembra volerci dire Malausséne, si ha la possibilità di ridiventare umani, di mantenere vivi certi valori rifiutati dalla morale corrente. Il mondo del lavoro non ha più nulla di umano, contano soltanto i soldi e quelli che li contano, non esiste una morale umana. Pennac vuole dimostrare che si può essere un capro espiatorio (l'ultima ruota del carro del capitalismo) senza rinunciare a nulla del proprio essere uomini. |