Londinesi, mancuniani e Britpop: le strade di Blur e Oasis. di Lupus "Britpop" è la contrazione di "British Pop" (pop britannico). Negli anni '60, malgrado il conio recente del vocabolo, praticamente tutta la musica era Britpop, anche quella americana- ad eccezione di quella, utracomplessa, di Frank Zappa, uomo che coi Beatles ebbe a che spartire solo la parodia di una loro copertina e la partecipazione di Ringo Starr al suo "200 Motels". Gli anni '70 videro il declino del British Pop a favore dell'hard rock e, in finale di decennio, del punk. Negli ottanta fiorì la new-wave e con essa la sua diramazione pop-mainstream, il cosiddetto "cool". Da "Live Aid" (grande spartiacque musicale prima ancora che evento benefico, 1985) in poi, la musica inglese sembra seppellirsi in se stessa: comincia la grande dominazione americana, prima con l'heavy metal, poi con il ben più serio -al di là delle implicazioni modaiole- movimento grunge, spentosi irrimediabilmente con la tragica fine del suo massimo ispiratore e ideologo, Kurt Cobain. E' a questo punto che, quasi improvvisamente, si torna a parlare di musica inglese, ma soprattutto di Britpop: il quale termine, sarà il caso di dire, indica un tipo particolare di suono prodotto da gruppi che possiedono ben precisi riferimenti ad un passato non recente: Beatles, soprattutto, ma anche Who, Kinks, Rolling Stones, i primi Pink Floyd, i cui echi vengono conditi con una sana e vigorosa spruzzata punk. Assorbire dunque due lezioni apparentemente antitetiche (e si sottolinei l'"apparentemente": confrontare a questo proposito, mutatis mutandis, Sex Pistols e Who) di un passato glorioso per arrivare ad un'intelligente fusione moderna che tenga conto dell'esigenza tradizionale legata alla melodia senza penalizzare l'istanza eversiva, da sempre espressa, secondo gli stilemi della cultura mod, tramite il giovanilistico concetto di "energia"; otterremo quindi chitarre acustiche particolarmente "plettrose" nonché studiati coretti sviluppati secondo terze e quinte, ma non potremo fare a meno di ruggiti chitarrosi con mezzo chilo di overdrive sparato sopra. Nei passati due anni, l'Inghilterra ha partorito gruppi di Britpop a frotte: Blur, Oasis, Elastica, Echobelly, Sleeper, Boo Radleys sono solo la punta di un iceberg ancora in gran parte sommerso. E poco importa che questi siano più lennoniani, quelli raydavisiani, altri mccartneyani, altri ancora townshendiani, poiché, se pur dosate in diversa misura, matrici ed ispirazione sono praticamente le stesse. Il passato dei Blur è di quelli di cui andar fieri: dopo un primo album ("Leisure", 1992) tranquillamente definibile "di prova", i quattro sfornano nel '93 un disco-manifesto che è un autentico capolavoro. "Modern life is rubbish" (questo l'emblematico titolo, come si vede largamente esplicito quanto ad ambizioni rètro) non viene esattamente baciato da un successo universale, il che è piuttosto strano, data la precisione delle coordinate con cui Damon Albarn & co. mixano energia e sentimento, novità e tradizione. La gloria arriverà (all'estero, dato che in patria si era già al fenomeno di culto) con il successivo "Parklife" ('94), album ambiziosissimo ma che proprio per questo, si annulla dinanzi alle sue stesse pretese. "Parklife", trainato dal singolo furbacchione e danzereccio "Girls and boys", uccide praticamente ogni altro concorrente, almeno fino all'arrivo nei negozo di "Definitely maybe", esordio -ancora più furbo- degli Oasis. Inizia così la chiassosa diatriba Blur-Oasis, tuttora imperversante su qualunque rivista musicale del pianeta. Blur-Oasis, si diceva. I primi londinesi, alti, biondi e belli, sorridenti e sarcastici, provenienti dalla più sana middle class inglese anche se schierati decisamente a sinistra, autori di musiche ritmate, leggere, solari ed elaborate sia nella scrittura che negli arrangiamenti. I secondi, figli del proletariato più arrabbiato di Manchester, tanto disillusi nella loro anarchia da risultare indifferenti e perfino qualunquisti, piccoli e tozzi, cicciottelli, neri neri e decisamente bruttini, eseguono musica per nulla priva di idee benché pesante, cupa, lamentosa e spesso ripetitiva. Vengono sparati immediatamente al numero 1 delle charts britaniche con un singolo, bisogna dire, di tutto rispetto, "Supersonic". La cosa migliore del loro album è però la copertina, la cui foto è praticamente un inno all'estetica del Britpop e degli anni '60 in generale. Le canzoni, ad eccezione di quella citata, risultano infatti mediocri e monocordi: lo spunto di base esiste ma appare non sviluppato, in nuce. Con gli stessi temi, i Blur avrebbero potuto, grazie alla loro capacità di lavorare di lima, tirar fuori un disco stupendo, intrigante e variegato. Invece, nelle rozze mani degli Oasis, anche i momenti migliori di "Definitely Maybe" rimandano ad una serie di blocchi di granito a cui nessuno ha pensato di dar forma. Negli anni '60 bisognava amare i Beatles e odiare i Rolling Stones, o viceversa. Gli stessi fans dei due gruppi non mancavano di scontrarsi o perlomeno di guardarsi molto in cagnesco. Quello che allora non si sapeva era che i componenti dei due gruppi erano tra loro molto vicini: pur tra smanie competitive ed invidie varie (Jagger era ossessionato dal talento di Lennon-McCartney e dal loro essere sempre un passo più avanti) i rispettivi leaders si invitavano alle feste, frequentavano i medesimi clubs, prendevano perfino parte alla lavorazione degli album dei rivali (in "We love you", 1967, degli Stones, i cori sono a cura di Lennon e McCartney; in "All you need is love" e "You know my name", sempre del '67, prendono parte alle sessions beatlesiane rispettivamente Mick Jagger e Brian Jones, quest'ultimo in un curioso solo di sax). Nel 1994/95 alcune cose sono cambiate: acuita la polemica in occasione della semi-contemporanea uscita dei nuovi dischi delle due bands ("The Great Escape" per i Blur e "Morning Glory" per gli Oasis) rimane il vezzo di dichiararsi pro-Oasis e anti Blur (e viceversa) sapendo che i componenti delle due bands si detestano. Solo che non si limitano a definire "porcherie" le canzoni del gruppo rivale: è storia recente quella del front-man degli Oasis, Noel Gallagher, che augura l'AIDS ed una lenta e dolorosa fine a Damon Albarn e Alex James dei Blur, salvo poi pentirsi pubblicamente della dichiarazione con una lettera al Melody Maker. Anche qui, bisogna dirlo, i Blur sono sempre stati un po' più signori. |