MOSTRE



Da Monet a Picasso
Capolavori impressionisti e postimpressionisti dal Museo Puskin di Mosca
(Milano, Palazzo Reale, 15 febbraio - 30 giugno 1996)
a cura di Bad'e


Di tanto in tanto, Milano sembra ridestarsi dal plumbeo clima culturale causato dall'inarrestabile decadenza istituzionale e sociale in cui è sprofondata fin dai ruggenti anni Ottanta, ed offre, al di fuori delle pur meritevoli iniziative private (confinate in gallerie per pochi intimi, o annegate nell'oblio delle stanze del Castello, senza pubblicità alcuna - fa eccezione la Fondazione Mazzotta), un'esposizione degna di tale nome.
Per più di tre mesi, adesso, Palazzo Reale ospita una parte delle tele che arricchirono le collezioni dei russi Suskin e Morozov, e che trovarono sede definitiva nelle stanze del museo moscovita Puskin: più in particolare, si tratta di un'ottantina di opere (quasi tutti dipinti, pochi disegni e bozzetti) che attraversano la produzione di scuola francese (compresi gli esemplari di Van Gogh e di Picasso) a cavallo dell'era impressionista, con l'aggiunta di alcune delle opere polinesiane di Gauguin, peraltro già ammirate da chi si era recato, l'anno scorso a Ferrara, alla mostra dedicata allo stesso Gauguin e alle suggestione della sua eredità sull'avanguardia russa, proprio tramite l'opera divulgativa dei medesimi collezionisti.
La rassegna è evidentemente costruita con intenti che definirei enciclopedici - poche opere di ciascun autore, ma molti autori - che trovano giustificazione, oltre che (suppongo) nei limiti imposti dalla necessità di non spogliare completamente le sale moscovite, nella scelta di offrire al pubblico una visione il più possibile esaustiva delle molteplici e variegate tendenze artistiche del periodo cui le collezioni si riferiscono.
Non sempre, come accade in questi casi, le tele disponibili possono rappresentare il meglio dei vari autori: così, le strette stanze in cui si articola la mostra presentano anche opere minori, che appaiono talvolta come semplici riempitivi.
Tra queste ultime, segnalerei senz'altro l'ennesima riproduzione di Monet della cattedrale di Rouen (tra le meno riuscite che mi sia capitato di osservare), o una litografia di Pissarro che nulla ha a che vedere con l'impressionismo, né con le opere dello stesso pittore che si possono ammirare poco distante, o soprattutto una delle peggiori ballerine dipinte da Degas, che pure si è soffermato non poco su tale soggetto.
Fortunatamente, fanno loro da contraltare anche indiscutibili capolavori, quali una splendida spiaggia sabbiosa di Signac, in cui il "pointillisme" raggiunge vertici elevati, o il ritratto di una cantante, di Toulouse-Lautrec (è solo un bozzetto, ma presenta molte delle caratteristiche delle grandi opere del suo autore), o due tra i quadri di Cezanne esposti (un autoritratto e il "fumatore di pipa"), o infine le già citate tele polinesiane di Gauguin.
Ricordando che, comunque, quasi tutto merita ampiamente di essere visto, due stanze su tutte attirano particolare attenzione: la prima è quella in cui sono esposti tre Van Gogh: un disegno di fanciulla, che sembra staccarsi dallo stile tormentato cui siamo abituati; il ritratto di un medico, i cui colori vivaci sono disposti in modo da fare risaltare la figura, quasi magnetica, del soggetto; soprattutto, la rappresentazione della passeggiata (in cerchio, all'interno di un angusto cortile delimitato da altissime facciate di finestre) di un gruppo di carcerati, con, in primo piano, l'espressione spiritata di uno di essi, che sembra evidenziare lo sgomento verso l'osservatore esterno e verso la realtà, che lo stesso Van Gogh dovette provare quando fu internato in manicomio.
La seconda sala da non dimenticare è l'ultima, nella quale sono raggruppate alcune opere di Picasso, risalenti alle origini del cubismo, unitamente ad un bellissimo "Arlecchino" del noto periodo "blu" del pittore, fronteggiate, immediatamente prima del corridoio di uscita, da una composizione di Leger, in cui sono evidenti i frutti dello studio sulla giustapposizione delle forme e dei colori.
Alcune note, molto meno positive, circa l'organizzazione: è sicuramente lodevole che finalmente si sia riusciti, come da tempo in tutte le grandi città (Roma compresa, per tacitare gli esterofili) a prolungare l'orario di apertura della mostra fino alle 23, permettendo a molti di non doversi sobbarcare le lunghissime code del week-end, sopportando comunque la mezz'ora di attesa che costituisce il tributo alla sete di cultura (e magari di eventi "spettacolari") che i Milanesi continuano ad avere, ma i meriti terminano qui.
Infatti, visitare questa mostra rappresenta, al di là della fruizione artistica - che, come noto, dovrebbe ritemprare lo spirito, se non le membra - una fatica di un'ora e più, dalla quale si esce stremati, drogati dall'aria viziatissima in cui si viene costretti dall'assenza (o, eventualmente, dalla presenza troppo discreta) di qualsivoglia impianto di condizionamento, e stressati dalla continua lotta con le prepotenti guide dei gruppi organizzati per cercare di osservare i quadri: personalmente, ho visitato la mostra di sera, ma non oso pensare come si potrebbe vedere qualcosa, qualora le stanze fossero attraversate anche da scolaresche vocianti, possibilmente dotate di ingombranti zaini da montagna. Forse, visto il richiamo, sarebbe stato il caso di prevedere alcune giornate, o alcune ore, riservate ai gruppi, avvertendo in tempi utili tutti gli altri.
Inoltre, e questa è la carenza più grave, chi ha curato l'illuminazione delle tele e dei disegni avrebbe difficilmente potuto fare di peggio: difatti, si è scelto di concentrare su ciascun dipinto (protetto da un vetro, comprensibilmente tirato a lucido) la luce "personale" di due faretti, posti l'uno di fronte all'altro, ottenendo il deprecabile effetto che, salvo pochi casi, da qualunque posizione si osservi il quadro, si viene costretti a rimirare anzitutto il proprio riflesso e quello degli astanti, perdendo la cognizione del colore e della luce originale del dipinto: è abbastanza naturale, date le premesse, che i visitatori si sentano derisi dall'avvertenza, poco prima delle ultime sale, che l'intensità dell'illuminazione è volutamente limitata per salvaguardare i colori stessi!
Infine, credo che sia senz'altro da segnalare la notevole disponibilità di informazioni (bilingui, per una volta) sugli artisti e sui quadri che i curatori hanno voluto offrire, in omaggio all'intento enciclopedico di cui dicevo: in particolare, rivestono particolare interesse, a mio parere, i brani tratti da scritti critici o da saggi dei medesimi artisti che accompagnano, in ogni sala, le opere, offrendo quasi sempre spunti originali ed invitando chi ne troverà il tempo ad approfondirli.




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