Lo scrittore e l'amanuense. Note a margine del caso Tamaro-Luttazzi di Marco Passaraello Alla fine Susanna Tamaro e la Baldini&Castoldi hanno perso anche il processo d'appello intentato contro Daniele Luttazzi e la Comix Editrice, colpevoli di avere, con "Va' dove ti porta il clito", parodiato il più grande successo letterario italiano del secolo, e accusati quindi di plagio (e, implicitamente, di lesa maestà). Ci permettiamo di tirare un sospiro di sollievo. Se infatti la tesi della Baldini&Castoldi avesse prevalso, le conseguenze non sarebbero state leggere per la letteratura italiana. Se avesse prevalso il principio secondo cui una parodia che somiglia troppo all'originale è colpevole di plagio, il genere parodistico sarebbe diventato pressoché impraticabile nel nostro paese (visto che, fino a prova contraria, una parodia può giudicarsi riuscita proprio quando si avvicina il più possibile allo stile e alla struttura dell'originale, pur stravolgendone o esagerandone i tratti). In questa vicenda non sappiamo quanto la Baldini&Castoldi sia stata spinta da una convinzione autentica, e quanto invece dal desiderio di assecondare in ogni modo la propria gallina dalle uova d'oro. Certo è che la causa è stata portata avanti non solo con un accanimento degno di miglior causa, ma anche con argomenti che lasciano perplessi. Per esempio, per dimostrare la colpevolezza di Luttazzi è stato sostenuto che lo scrittore si sarebbe servito di uno scanner per memorizzare nel proprio computer il testo originale di "Va' dove ti porta il cuore", il che dimostrerebbe la mancanza di effettiva creatività nell'opera del parodiatore. Luttazzi ha negato, ma non è questo il punto. Il punto è che simili argomentazioni implicano una logica perlomeno curiosa. Poniamo che Luttazzi abbia faticosamente manipolato il testo della Tamaro usando solo carta, penna e forbici. Ciò lo renderebbe forse meno colpevole di plagio rispetto al caso in cui avesse prodotto un testo assolutamente identico, ma ottenuto grazie a un computer? Si tratta di una logica che, invece che tutelare lo scrittore come si vorrebbe, lo riduce ad amanuense, per cui quello che fa il valore dell'opera non sono le idee in essa profuse, ma il sudore versato. La stessa operazione compivano coloro che, per denigrare Umberto Eco, accusavano (falsamente) "Il nome della rosa" di essere stato scritto al computer, come se ciò fosse di per se stesso indice di meccanicità e scarsa creatività. Il continuo progresso dell'informatica e della telematica pone continuamente nuove sfide al concetto di "diritto d'autore". La facilità con cui un'opera può essere riprodotta, trasmessa a distanza e rielaborata rende praticamente obsolete tutte le forme tradizionali di tutela di tale diritto. Per salvaguardare moralmente ed economicamente gli autori e nel contempo sfruttare adeguatamente le nuove possibilità offerte dal mezzo informatico occorrerà un notevole sforzo di creatività, adattabilità e fantasia. Sarebbe auspicabile dunque che gli editori italiani non affrontassero questioni simili dando credito a pregiudizi antitecnologici del tutto infondati, e badassero invece alla sostanza delle cose (cioè, nel caso specifico, al fatto che nessuno, con tutta la buona volontà, potrebbe scambiare "Va' dove ti porta il clito" con "Va' dove ti porta il cuore"). |