Intervista a Tommaso Labranca
di Lupus, Michele Ridi e Laura Carafoli


Da quanto tempo ti si è formata nella mente l'idea chiara e distinta di "trash"?

Beh, io mi sono sempre occupato di queste cose, diciamo di "serie B"; ad un certo punto, non so dirti con esattezza quando, ho notato questo comune denominatore, il fatto che il legame che univa tutte queste cose era il tentativo di essere qualcosa di più di quello che in realtà erano. E' un'idea nata intorno al 1987-88, comunque, come risultato di tutta un'infanzia trascorsa a contatto con un mondo musicale di infimo livello, orchestre tremende, cantanti di liscio che apparivano e scomparivano, bauli di vecchi dischi di "artisti", ormai volatilizzati, che si comportavano "alla...". Poi ho scoperto che la cosa si applica a tutte e categorie. Alla televisione sono arrivato per ultimo, ma lì ormai il trash non esiste più. In TV è cominciato tutto all'inizio degli anni '80, quando si sono formati i due poli RAI e Fininvest, quando c'erano i grandi varietà del sabato, "Fantastico" da una parte e "Premiatissima" dall' altra, ed è stato allora che nacquero le imitazioni, abbastanza tragiche nel loro essere fatte in casa, di tutte le emittenti più piccole che richiamavano le produzioni faraoniche dei due poli. E' questa la vera TV spazzatura, non certo Vanna Marchi che è un fenomeno originale. Molte persone confondono la cultura pop (intesa come popolare, senza altre implicazioni) con la cultura trash, ma questi sono quelli che io chiamo "i fighetti del trash", quelli che vivono ai piani alti della cultura.


A questo proposito, tu, in "Andy Warhol era un coatto", fai una distinzione tra persone trash, kitsch, e camp...

Esatto, i "fighetti del trash" sono camp, mentre kitsch è chi rifiuta totalmente il trash. Tu sei kitsch e vuoi eliminare il trash dalla tua vita per farne un'opera d'arte, un ideale di purezza e bellezza e ricchezza? Beh, non sei più trash, ma per aver voluto togliere la povertà dalla tua vita diventi un esponente del Barocco Brianzolo. Personalmente ho molta più stima dei kitsch che dei camp; quando faccio una presentazione dei miei libri c'è sempre la signora che si alza scandalizzata e che dice "ma io queste cose non le conosco", e allora io le chiedo di nominarmi cinque romanzi di Mishima: la signora me ne dice due o tre, ma quando le chiedo di nominarmi cinque successi di Piero Focaccia lei mi risponde che non lo conosce. In realtà lo conosce benissimo, ma siccome la sua memoria è selettiva dice "queste cose DEVO ricordarle, queste altre no". Al che normalmente la signora si alza e se ne va...ma ripeto, io preferisco queste persone ai "fighetti del trash", gente che vuole solo ridere di queste cose, magari continuando a prendere in giro Nino D'Angelo, quando in realtà ci sarebbe anche - e spesso - da piangere. Succede quando ti poni la domanda: perché bisogna a tutti i costi essere qualcun altro? Prendiamo Nino D'Angelo, che per me è un punto di riferimento: io ho una copia di un disco di tale Nino Ferretti, un imitatore in toto di Nino D'Angelo: canta le stesse canzoni, ha lo stesso caschetto, ha perfino fatto due film...ma allora, se Nino D'Angelo è trash, che cos'è Nino Ferretti? In realtà, D'Angelo non è affatto trash, perché, pur ispirandosi a Merola e ai "musicarelli" degli anni '60, è assolutamente originale.


Da questo punto di vista, il tuo "Andy Warhol era un coatto" e "Spazzatura" di Giuseppe Salza sono molto diversi.

Esatto. I due libri sono usciti insieme, ma non hanno in realtà alcun punto di contatto. Lui, ad esempio parla dei cartoni animati di MTV, "Beavis & Butthead" definendoli trash, non dando però alcuna spiegazione o giustificazione sul loro essere trash. La sua concezione contrappone la cultura popolare a quella ufficiale: tutto ciò che non rientra nella seconda categoria (o che proviene dalla televisione) per Salza è trash. E' insomma tutta un'altra scuola di pensiero.


Tu, nei tuoi libri, ti sforzi di chiarire qualcosa che è abbastanza cruciale: ovvero da che parte stai. Tu ti definisci un "giovane salmone del Trash", espressione peraltro abbastanza geniale, dedito a questo culto del "risalire", del non disprezzare ma anzi dell'apprezzare certe forme di cultura, diciamo "marginale". Però il fatto stesso che tu conduca la tua indagine a mezzo di riferimenti generalmente molto colti (citi spesso Lyotard e Baudrillard), che tu ti scagli contro una cultura ufficiale snobissima, impersonata da Roberto Calasso (capo supremo delle edizioni Adelphi, ndr), facendo però uso di linguaggio, nessi e rimandi appartenenti proprio a quel "milieu" che stai contestando...insomma, non c'è contraddizione in tutto ciò?

No, perché si tratta di un'operazione di mimetismo. Se non parlassi così, se non facessi certi riferimenti, non verrei nemmeno preso in considerazione. Ma sono riferimenti che vengono anche spontanei perché ho letto Lyotard ma ho anche visto Franco Franchi, mi è venuto naturale il fatto di metterli insieme. Invece c'è gente che ha paura di mettere insieme sacro e profano, oppure c'è altra gente che lo fa, ma lo fa solo per scioccare, è un'operazione gratuita. E poi, appunto, se non parlassi in un certo modo non mi ascolterebbero.


Il tuo ultimo libro, "Estasi del Pecoreccio - Perché non possiamo non dirci brianzoli" è incentrato sull'analisi di una nuova categoria estetica, il cosiddetto "Barocco Brianzolo"...

...che puoi anche chiamare "Barocco Texano" o come meglio credi, se hai afferrato l'idea. Tutto nasce da un'esperienza che ho avuto qualche anno fa entrando in un pub della Brianza. Il pub, che in Inghilterra è una banalissima osteria, in Italia è visto invece come locale esclusivo. Questo posto poi, aveva il soffitto a cassettoni, tutto intarsiato e l'ambiente faceva pensare più ad una chiesa barocca che ad un bar. Da qui nasce l'ispirazione: il Barocco Brianzolo è tutta la deviazione, l'arricchimento di una materia povera, il surplus di tutto ciò che fa lusso e che è, ovviamente, rigorosamente finto. Quindi, il Barocco Brianzolo è il rifiuto del Trash, il vero cattivo gusto, il kitsch amplificato attraverso una finta ricchezza e il voler far credere che non esistano le classi sociali, che siamo tutti uguali. Inoltre, il Barocco Brianzolo ha una fortissima componente sessuale, anche chi proprio non se lo può permettere DEVE essere assolutamente sexy: di massima ispirazione è stato per me un incredibile video musicale presentato al "Cantaitalia" (cui è dedicato, nel libro, un intero capitolo: "Il pecoreccio e l'estasi", ndr), che quando lo faccio vedere la gente rimane senza parole, in cui anche chi non può -nello specifico questa cantante, che farà la commessa alla CONAD- si mette certi completi neri strizzatissimi che le fanno esplodere i fianchi...tutta materia che tratterò in un mio prossimo saggio "Brianza Proibita". Ma è Barocco Brianzolo anche il trofeo, la testa di cervo in plastica e smontabile che ti appendi in soggiorno per "fare residenza", o lo stesso Berlusconi, del quale si dice che abbia un Tintoretto appeso in bagno. Barocchi Brianzoli per eccellenza sono gli aericani, che cercano di supplire alla loro ignoranza e povertà culturale con spiegamenti di mezzi e denari impressionanti, oltreché volgari. Mentre il trash va difeso con tutte le tue forze, il Barocco Brianzolo va combattuto perché è scandaloso.


Nei tuoi libri tu dici anche un'altra cosa, che potrebbe portare a riflessioni interessanti: il Trash è qualcosa di cui non appena tu hai sentore, capisci subito che si tratta di quello, però se ne cominci a parlare, in qualche modo lo distruggi.

Certo. Infatti è stato uno dei miei più grandi pentimenti proprio aver fatto quello che ho fatto (scrivere libri sul Trash, ndr): una volta che il materiale è finito in mano a 300 persone invece che a 150, beh, è finita.


Questo problema se lo era posto anche Roland Barthes all'indomani della pubblicazione del suo "Miti D'Oggi": ha cercato di decodificare, con un certo metodo, elementi precisi propri della cultura popolare svelandone i più reconditi significati. Solo che, nel momento in cui la cultura popolare ha ricevuto questo messaggio, l'ha anche assorbito, con il risultato che lo stesso Barthes e la sua analisi sono diventati uno di quei miti a cui il semiologo francese aveva dedicato la sua ricerca. E' un circolo vizioso, insomma, e Barthes, che se ne era ovviamente accorto, si è beccato un mezzo esaurimento nervoso proprio per questo motivo. Evidentemente non puoi analizzare, scardinare un mito se con questa azione proponi qualcosa che a sua volta diventerà un mito.

Vero. Chiunque si può impadronire di quello che scrivi. La cosa più grave che è successa ai miei libri è avvenuta quando le mie teorie le ha fatte proprie Roberto D'Agostino: ha cominciato durante l'estate dell'anno scorso dicendo di non chiamarlo più "lookologo" ma "trashologo, perché il trash è la cultura degli anni novanta". Lui copiava gran pezzi del mio primo libro (senza accrediti, ovviamente), poi per fortuna è finita lì perché la gente non l'ha più seguito (del resto, chi segue D'Agostino, oggi?) ma è per questo che in "Estasi del Pecoreccio" ho deliberatamente tolto ogni spiegazione teorica, lasciando solo le cosiddette "applicazioni pratiche". La teoria verrà insegnata all' "Università dei Giovani Salmoni", una serie di corsi a numero chiusissimo che terremo io ed alcuni colleghi da quest'anno, corsi che saranno aperti a pochissimi: ci sarà appositamente un test d'ammissione severissimo proprio per mettere a freno certe tendenze, per evitare di far diventare il tutto una moda, alla stregua delle tabelle che pubblicava D'Agostino sui giornali.


Test? E su cosa verteranno le domande?

Beh, la prima è: "dove eravate la sera dell' 11 novembre 1995?". Noi abbiamo deciso di ammettere tutti quelli che erano al leggendario concerto milanese degli 883 (io c'ero). Un mucchio di gente che conosco diceva di voler venire al concerto; poi per paura di perdere la faccia, non si sono fatti vedere...




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