L'ANALISI



"Elianto", o del come anche Benni talvolta sbaglia un libro
di Bad'e


Ho conosciuto Stefano Benni tempo fa, grazie agli articoli (e le poesie) sul Manifesto e, per poco tempo, sull'Espresso, per poi passare alle opere narrative e alle raccolte di versi vari, cercando anche di recuperare alcune pubblicazioni preistoriche (profondi Settanta) del non ancora leghista editore Savelli, che non ho ancora disperato di scovare in qualche svendita, o dai Remainders: da diversi anni, le sue opere occuperebbero un posto di assoluto rilievo sullo scaffale degli autori contemporanei da me preferiti, se solo la caotica situazione della mia biblioteca personale permettesse di destinare loro un simile scaffale.
In tutte le pubblicazioni di Stefano Benni, ho sempre ritrovato ed amato una vivacissima vena satirica, non orientata solo a temi politici (l'unico che gli si avvicina, da questo punto di vista, è Michele Serra), accompagnata, nei testi di più largo respiro (racconti e romanzi), ad una sterminata fantasia, che si esprime nelle trame mai scontate, ispirando inoltre la creazione di numerosi neologismi, fino all'invenzione di creature dalle più svariate forme ed origini ("Stranalandia" ne è addirittura un catalogo, ma tutta la narrativa di Benni è attraversata da una teoria di personaggi e di animali fantastici).
Partendo da queste premesse, quando ho letto, in uno di quei comunicati pubblicitari travestiti da articoli di presentazione delle future uscite in libreria, che la Feltrinelli avrebbe pubblicato poco dopo Natale il nuovo romanzo del Nostro, il mio animo di fan si è posto in trepidante attesa, vieppiù solleticato dai toni unanimemente entusiastici delle recensioni che, come ormai si usa quando le editrici puntano a vendere molto, popolavano le pagine culturali prima ancora della distribuzione al pubblico. Così, il primo sabato utile mi ha visto uscire dalla Cortina con l'agognata copia di "Elianto", questo il nome della creatura, e dopo poche ore ho cominciato a leggerne il contenuto.
All'inizio, tutto sembra in linea con le attese, a partire dalla dedica alla scomparsa Grazia Cherchi: fedele al suo stile, Benni delinea, uno dopo l'altro, i tasselli di cui si compone uno scenario estremamente variegato, costituito da mondi dai nomi improbabili, mutanti a causa dei ripetuti cataclismi atmosferici che segnano la loro evoluzione.
In essi, si intrecciano e si confondono le successive ere della Storia e della Fantasia, dalla creazione primordiale alla dissoluzione post-tecnologica, dagli incontrollati retaggi onirici dell'infanzia alla totale prevedibilità del mondo in cui tutto è regolato su una media uniforme, il tutto collegato, più o meno logicamente, quasi mai razionalmente, nella dimensione della Memoria.
Le impreviste sfaccettature di questa complessa struttura, descritta esaurientemente solo dalla mappa nootica - che viene rivelata solo a pochi eletti dalla sensibilità superiore e che è altrimenti disponibile solo in poche copie custodite in siti inaccessibili ai più - fanno da sfondo, in un'epoca non lontana dall'attuale, alla vicenda del romanzo, il cui filo conduttore è costituito dall'imminente contesa tra il governo centrale di Tristalia e le contee che non hanno ancora perduto l'autonomia.
Tristalia - un nome, un programma - è una nazione cupa, i cui abitanti, totalmente soggiogati al potere dell'informazione (gestita da un potentissimo elaboratore centrale, il Zentrum, simbolicamente collocato su una torre altissima, e dunque instabilissima) conducono una grama esistenza, controllata dal Grande Fratello tramite sensori inseriti nelle capsule dentali, al fine di misurare il livello generale della paura, e regolata dalle risposte ai sondaggi (obbligatori) proposti dal mellifluo telegiornalista Fido Pass Pass (altro nome, altro programma). Perché, se una famiglia non risponde come la maggioranza della popolazione, viene punita: per 24 ore, si resta senza luce e senza acqua calda, e si passa il tempo a rinfacciarsi l'un l'altro di non avere saputo scegliere l'opzione giusta: a nessuno si richiede di avere un'opinione, ma solo di sapere scegliere la corrente dominante.
La politica di Tristalia si svolge su due piani: al livello del potere, le istanze più varie, la cui elencazione è tra le pagine più divertenti, trovano espressione nella nomina contemporanea di 20 presidenti, i quali, una volta l'anno, partecipano ad una cruenta competizione, che termina con la vittoria dell'unico che riesce a sopprimere, possibilmente a tradimento, i 19 rimanenti, il tutto nella consapevolezza che si tratta di una lotta fine a se stessa, dato che il presidente sopravvissuto non deterrà comunque alcun vero potere, essendo tutto demandato al Zentrum.
Un secondo ambito di confronto politico è quello, cui abbiamo già accennato, dello scontro tra le mire espansionistiche di Tristalia e la resistenza delle poche contee che non hanno ancora dovuto cedere la residua autonomia, scontro che troverà risoluzione nell'esito dei confronti diretti, in varie discipline, tra i campioni governativi e gli sfidanti nominati dalle contee stesse.
I protagonisti del romanzo agiscono proprio per ribaltare l'esito, che le impari condizioni di partenza vorrebbero scontato - ovviamente a favore del potere centrale - di due di questi confronti: il match di lotta libera per il quale il truculento Rollo Napalm, schierato dalle autorità, non sembra trovare rivali, e la sfida tra il superbo e sapientissimo bambino-prodigio governativo Baby Esatto e chi voglia tentare di rispondere meglio di lui a qualunque domanda possa venire posta dal Zentrum.
In ambedue i casi, le contee interessate hanno individuato gli avversari adeguati, rispettivamente il monaco Tigre Triste e il bambino Elianto, che, tra l'altro, hanno inflitto l'unica sconfitta della loro vita ai campioni, ma ambedue gli sfidanti non sembrano disponibili, il primo perche si è ritirato dalla attività e ha fatto perdere le proprie tracce tra i mondi della mappa nootica, il secondo perché giace, malatissimo, in un letto di ospedale, nel costante rischio che il ballerino di tango che simboleggia la morte scelga una sera di invitarlo nel suo locale.
Così, i continenti vengono succcessivamente attraversati da un giovane monaco con due minuscoli yogi, incaricati di ritrovare Tigre Triste e di convincerlo a tornare sul ring; da tre amici di Elianto, che si impegnano, seguendo le indicazioni di una Sibilla (contenuta in una scatola di sardine), in una caccia al tesoro nell'intento di trovare, nelle varie dimensioni dello spazio e del tempo, ciò che potrebbe aiutare il loro amico a rivivere e a sfidare Baby Esatto; infine, da tre simpatici demoni pasticcioni, cui Lucifero ha dato il compito di rintracciare un kofs, unica creatura in grado di mandare in crisi il Zentrum, facendo venire meno la forzata atmosfera di armonia di Tristalia, che sta causando il progressivo spopolamento dell'inferno.
Come avrete capito, non è facile riassumere la trama di "Elianto", né diventa utile, in questa sede, illustrare nei dettagli come si arrivi, dopo alterne peripezie e dopo avere incontrato i più vari personaggi (dal mistico infermiere Talete all'ambiguo pirata Guepière), all'inevitabile lieto fine, con la morte di Rollo Napalm, il corto circuito del Zentrum, la vittoria di Elianto su Baby Esatto e, infine, l'affrancamento della popolazione di Tristalia, conseguenza della generale vittoria di tutto ciò che è Bene (qui, anche gli inviati di Lucifero e lo stesso ballerino di tango) sul Male.
È sicuramente più interessante provare ad analizzare il romanzo in termini più generali, dando finalmente sostanza al titolo di questo mio scritto: difatti, "Elianto" non è sicuramente un libro all'altezza delle aspettative, e resta al di sotto del livello delle altre opere del suo autore.
Innanzitutto, gli argomenti affrontati: la satira dell'informazione, la critica del progresso, la stigmatizzazione della trasformazione della lotta politica in arrivismo dopo la fine delle ideologie, la riaffermazione del primato dell'innocenza dell'infanzia sulle sovrastrutture della società degli adulti, sono la spia di una generale insoddisfazione verso l'attualità, che Benni aveva già espresso altrove, e su cui molti di noi concordano, ma che qui, rispetto agli altri libri, viene espressa in modo superficiale, addirittura in certi casi banale.
Siamo infatti lontani dalle profetiche considerazioni de "La compagnia dei Celestini" sugli effetti nocivi delle compenetrazioni tra politica e informazione, né le grottesche rappresentazioni delle conseguenze del progresso raggiungono l'incisività delle descrizioni de "L'ultima lacrima", ed anche i giovani protagonisti di "Elianto", compreso l'eroe eponimo, non hanno lo spessore dei vari bambini e ragazzi che smascherano le contraddizioni e le ipocrisie dei grandi in "Terra" e "Comici spaventati guerrieri". Infine, non era proprio il caso che, in un dialogo tra Elianto e il medico che cerca di curarlo l'autore facesse esprimere in chiare parole al dottore l'intento di salvare le sensazioni e le suggestioni dell'infanzia: Benni sa benissimo che i suoi lettori sono in grado di arrivarci da soli.
Sicuramente più interessante mi sembra la critica al prevalere del senso comune e alle suggestioni plebiscitarie che sembrano avere ormai influenzato grande parte della produzione culturale e dell'attività politica dei nostri tempi, ben resa dal grottesco invito "Siate maggioranza!" con il quale il teleconduttore saluta immancabilmente gli spettatori, prima di sottoporre loro il sondaggio quotidiano: anche quest'argomento manca però di originalità, e poteva essere comunque affrontato in modo più incisivo (vedi, ad esempio, l'invettiva di Nanni Moretti fermo al semaforo in "Caro diario").
A meno che, invertendone il senso, "Siate maggioranza!" vada interpretato come un invito, rivolto al popolo di Tristalia, ad affiancare Elianto e i suoi amici nel tentativo di ribellarsi al potere del Grande Fratello e alla messinscena dei presidenti: questa lettura (avanzata anche su "Cuore" qualche tempo fa) darebbe un significato diverso, più "ottimista" al finale del libro, che apparirebbe forse meno scontato, ma riesce allora difficile pensare che la popolazione di Tristalia (o noi tutti, fuor di metafora) debba forzatamente ricorrere all'aiuto sovrannaturale dei diavoli Ebenezzer, Brot e Carmilla per costruire la propria libertà.
Una seconda critica deve essere mossa alla trama: niente da dire sulla fantasia dell'autore e sulla varietà delle situazioni e dei personaggi, che continuo ad apprezzare, ma in "Elianto" pare esserci troppa confusione, come se, talvolta, persino lo stesso scrittore rischiasse di smarrire il filo conduttore, per cui alcune vicende sembrano prive di senso, altre ripetitive - come le due visite al demiurgo Ermete Trismegisto - e per il lettore diventa difficile orientarsi tra gli ingranaggi di un meccanismo narrativo tanto macchinoso.
Sembra talvolta che la continua, quasi ossessiva, ricerca dei colpi di scena porti ad una certa ridondanza degli episodi, che appesantisce la lettura, fino a sfiorare la noia: questa è una novità assoluta nell'opera di Benni, ma credo che nessuno la desiderasse.
Inoltre, forse suggestionato dalle deprecabili abitudini di alcuni suoi personaggi, il nostro autore esagera a mio parere, in "Elianto", nella descrizione di circostanze volgari (fino all'insistita illustrazione dei rumori corporei del diavolo Brot), che appesantiscono la sua personalissima cifra stilistica - Benni ha sempre stupito il lettore con l'abbondanza dei neologismi e delle onomatopeee che caratterizzano la sua prosa, e in questo "Elianto" non è da meno degli altri suoi romanzi - gravandola oltre il necessario di espressioni gergali e triviali, delle quali non si sentiva la mancanza.
Anche in questo caso, forse, è il caso di non scartare un'interpretazione più favorevole, per la quale il ricorso alle volgarità potrebbe essere un ulteriore espediente di satira della drammatica crisi del buon gusto che sta caratterizzando la nostra società attuale: resterebbe solo da capire perché, in alcuni casi, l'autore abbia ritenuto utile valicare il limite del grottesco, che avrebbe potuto meglio caratterizzare tale satira, indulgendo nella ripetizione dei medesimi epiteti da parte dei medesimi personaggi (vedi il confronto tra le armate di Triperott e di Superquater, che non ricordano perché combattono, e passano il tempo insultandosi vicendevolmente) o insistendo nel ridicolizzare le ambigue inclinazioni sessuali di Capitan Guepiere e della sua ciurma, con accenti che ricordano alcuni capolavori di Lando Buzzanca e Lino Banfi.
Infine, i personaggi: Benni resta coerente nel suo intento di produrre una satira sociale generale (al di là della parziale riuscita), per cui non fa emergere alcun protagonista, anche a causa della già ricordata complessità della trama. Di conseguenza, i personaggi più "importanti" non vengono ben delineati, e manca loro il respiro per caratterizzarsi compiutamente, costretti come sono ad inseguire le volute della trama in cui sono coinvolti.
Sembrano invece meglio riuscite alcune figure minori (penso in particolare all'infermiere Talete e al ballerino di tango, protagonisiti di uno dei momenti più belli del romanzo, quello del sacrificio di Talete per salvare Elianto), cui viene affidato il ruolo di liaison tra i diversi episodi.
In sostanza, "Elianto" resta un libro interessante, che si lascia comunque leggere (sia pure con qualche momento di stanchezza) e che riesce a trasmettere dei messaggi ai suoi lettori, oltre che a divertirli: purtroppo, però, i suoi meriti vengono offuscati da alcuni non lievi difetti, che giustificano la delusione di chi sa che Stefano Benni sa fare di meglio. Speriamo che le sue prose future tornino ai livelli del passato.




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