DOSSIER PENNAC



Le celebrazioni del Signor Malaussène
di Carmelo Di Marco


"Il Signor Malaussène" è un libro dedicato alla conclusione del nostro secolo.
Chi si attende il gran finale della surreale vicenda di Benjamin e dei suoi familiari rimarrà deluso: Pennac non ci racconta come va a finire, anzi si prefigura la possibilità, con la nascita dell'erede, di nuovi sviluppi.
Ma perché, allora, porre fine ora alla serie?
Probabilmente l'Autore vuol farci sapere che il figlio di Benjamin (non un nuovo, ennesimo, fratello, ma un figlio) non fa parte fino in fondo della storia che in questi anni ci ha raccontato. La sua vita sarà avventurosa come quella di suo padre? o, all'opposto, sarà priva di avvenimenti degni di nota? Pennac non ha interesse a dircelo.
Ciò che gli preme è invece annunciare che Benjamin esce di scena, portandosi dietro il suo periodo storico. Egli, malgrado le mille avventure al confine dell'inverosimile, è in realtà molto più normale di quanto sembri. E in un'epoca dove gli eccellenti passano quasi inosservati, è giusto che un normale, uscendo di scena, si porti dietro tutto quanto fa parte del suo periodo storico: con la fine della storia di Benjamin deve finire il secolo. Ciò che accadrà in seguito ora non importa.
Così stavolta il protagonista del romanzo non è Benjamin, né alcuno dei suoi familiari, né tantomeno suo figlio, la cui nascita, incerta fino alla fine, indica solo la naturale prosecuzione della storia privata di ogni famiglia. Il protagonista del romanzo è il senso della celebrazione: in quattrocento pagine Pennac coinvolge tutta un'epoca: dal nazismo alle più ardite tecniche di fecondazione, dalla crisi delle metropoli (prima riempite di persone e poi svuotate dei luoghi e delle cose) al cinema inteso come testimone di tutto quanto avviene nella vita degli uomini, dal tramonto dell'editoria (che si rivolge ai bambini pur di vendere) allo svuotamento dell'arte (osannata per ciò che nasconde anzichè per ciò che crea o rende visibile).
Certo, si potrà dire che Pennac ha avuto vita troppo facile nel parlare del cinema, delle sale chiuse e trasformate in supermercati, dell'isolamento dei veri amatori di questa arte proprio nell'anno in cui il mondo ne festeggiava il centenario. Ma un'eventuale accusa di opportunismo non mi sembra corretta.
Per ottenere lo stesso risultato, cioè per annunciare la fine di un'epoca e tentare di tirarne le somme, l'Autore avrebbe potuto ricorrere ad altri espedienti, forse persino più scontati: avrebbe potuto descrivere la fine della televisione di qualità, avrebbe potuto raccontare lo sport svilito a macchina per fare soldi, avrebbe potuto giocare sulla mancanza di idee delle nuove generazioni.
Non lo ha fatto perchè ha voluto sintetizzare il secolo attraverso le immagini; e il cinema, quello amatoriale, quello fatto in casa (letteralmente) allo scopo di raccontare tutta una vita (letteralmente) è il mezzo più idoneo per farlo.
La sensazione è che secondo Pennac l'eredità di questo secolo sia una grande, indeterminata confusione: è un parere diffuso, e probabilmente giusto. Non a caso nel romanzo non c'è una sola parola che valga a descrivere il neonato Signor Malaussène, o a farci ipotizzare come sarà la sua vita; semplicemente, non lo si sa.
Insomma, è un libro senza finale, ma con un nuovo inizio, di cui Pennac non può raccontare il seguito.
Con tutto questo, Pennac ci regala ancora una volta un libro bellissimo e geniale, travolgente per il ritmo con cui i fatti si susseguono, ognuno in antitesi con quanto il lettore potrebbe aspettarsi che avvenga. E' questa sensazione di essere continuamente sorpresi che ci fa amare questo Autore.
Speriamo di essere ancora deliziati.



Belleville e lo Zèbre
di Filippo Romano


Situato più a nord di Pere-Lachaise e un po' fuori venendo dal centro rispetto ai quartieri della Bastille e di Boulevard Sebastopol, Belleville è sulla mappa della città come una costola rispetto al cuore. Periferia fino ai primi del Novecento, ma ormai parte integrante del nucleo del 20° Arrondissement, che delimita Parigi-città dall'attuale banlieue, è l'ultimo quartiere che difende con forza la ricchezza umana e culturale della propria identità multietnica ed il diritto a restare quello che è malgrado la miseria e le condizioni abitative spesso al limite dell'indigenza.
Numerose associazioni si occupano di dare voce a chi rifiuta di farsi ricacciare nelle periferie-ghetto dalle speculazioni edilizie in atto, ma desidera rimanere vicino alla propria comunità, come nel caso del numeroso gruppo degli ebrei tunisini che dal dopoguerra in poi hanno costituito forse la più importante tra le comunità straniere del quartiere. L'assedio a Belleville è, come nei romanzi di Pennac, opera dei grandi gruppi immobiliari che hanno iniziato ormai da tempo un'aggressivo e devastante piano di ristrutturazioni incurante della natura e dello spirito del quartiere - l'"anima" di Belleville, sulla quale si fonda il forte senso di radicamento al luogo e di solidarietà reciproca che lega i suoi abitanti al di là delle differenze etniche - del quale è un esempio l'indiscriminata distruzione della Rue Vippin e del nucleo di abitazioni che vi sorgeva attorno, nei primi anni Ottanta, allo scopo di creare una presunta area verde più cementizia che altro. Un progressivo snaturamento che sta poco a poco cancellandone la peculiarità e spegnendone la pittoresca e variopinta vivacità che Pennac ha insegnato ad amare anche a chi a Belleville non ha mai messo piede (anche se bisogna riconoscere che una delle minacce maggiori all'integrità di Belleville viene proprio dal suo essere diventato un quartiere alla moda, molto ambito dagli artisti e dagli intelletturali parigini, fenomeno questo che proprio i libri di Pennac, involontariamente, hanno contribuito a creare).
In tal senso il caso del cinema Berry-Zèbre (a cui è ispirato "Monsieur Malaussène") è una sorta di cartina al tornasole del destino del quartiere. Nell'anteguerra proiettava film in lingua yiddish per la folta comunità di ebrei polacchi che abitavano negli anni Venti nel quartiere. Dal dopoguerra fino all'inizio degli anni Settanta fu un punto d'incontro per gli arabi che volevano vedere film nella loro lingua; nel corso degli anni proiettò film russi, cechi, egiziani, poi pellicole western e d'avventura sempre adeguandosi ai mutamenti in atto nel quartiere. In seguito un lento declino portò alla sua chiusura come sala cinematografica, in attesa che un'associazione ne facesse un centro culturale o un cineclub. Negli anni Ottanta è provvisoriamente una sala prove per i gruppi emergenti del rock francese (i Manonegra ne fanno in pratica la loro base, prima del successo). All'inizio degli anni Novanta lo spettro della speculazione comincia ad aleggiare minacciosamente anche su questa piccola e preziosa istituzione culturale, così radicata nella storia di Belleville. Si progetta di farne un supermercato. Le associazioni di quartiere si mobilitano organizzando manifestazioni, concerti e raccolte di fondi a sostegno della riapertura del cinema, ma nonostante gli sforzi generosi degli abitanti e l'appoggio di numerosi intellettuali, nel maggio del 1995 lo Zèbre viene ufficialmente venduto. Nel suo futuro c'è ora la trasformazione in uno dei tanti, anonimi discount della città. La sua gloriosa e scrostata facciata con la inconfondibile insegna raffigurante una grande zebra sparirà per sempre e nessun Barnabooth potrà farla magicamente riapparire.




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