MATERIALI Un assaggio da "Live - le nuove cronache" di Sandro Veronesi a cura di Emilio Capodeski Carl Kraus ha affermato che i giornalisti stanno agli scrittori come gli imbianchini ai pittori. La scarsa considerazione che il grande polemista viennese nutriva per le qualità estetiche ed etiche possedute dalla stampa giornalistica resta a tutt'oggi condivisibile, ma cosa succede quando è non un "imbianchino" ma un "pittore" della parola - una della penne più valide nel panorama della narrativa italiana recente - ad indossare i panni del giornalista? Allora anche un articolo o un reportage possono elevarsi a dignità letteraria. E' quanto ci dimostra l'ultimo libro di Sandro Veronesi (già autore di bellissimi romanzi come "Gli sfiorati" e "Venite venite B 52"), "Live - Le nuove cronache" (Bompiani, pp. 144, L. 20.000) nel quale è raccolto il meglio della produzione del Veronesi articolista e inviato per i quotidiani. Ve ne offriamo un breve ma gustoso assaggio (non compreso in "Live") nel quale si esprime tutto l'amore di Veronesi, giocatore mancato, per il gioco del calcio e i suoi protagonisti. [E. C.] Coppa America (luglio 1995) di Sandro Veronesi Hanno tentato di rubare l'incasso allo stadio Centenario, mentre l'Uruguay conquistava la Coppa America, e non ci sono nemmeno riusciti. Viene da chiedersi quale terrificante disperazione abbia spinto i ladri a lavorare proprio nel giorno in cui sarebbero stati felici standosene seduti davanti al televisore, perché questa vittoria, in Uruguay, riguarda tutti, non si riesce proprio a concepire qualcuno che non ne sia toccato, e rinunci all'emozione di viverla con gli altri per occuparsi di una sua qualsiasi faccenda personale; e allora la spiegazione puo' essere una sola, si dice qui, i ladri dovevano essere paraguayani. Il fùtbol a volte fa miracoli, e il più frequente è quello che vede salire l'Uruguay sul trono del continente americano. Quattordici volte, è accaduto, e sempre l'orgoglio degli orientales si nutre della stessa litania: "noi pobrecitos, siamo tre milioni e abbiamo messo sotto colossi come il Brasile, il Messico, l'Argentina"; solo tre milioni, sì, e un'economia "muy humilde", eppure da un campo di calcio questo granello di umanità esce così spesso vittorioso. Com'è possibile? Intanto, tre milioni sono pochi, sì, ma se tutti giocano a pallone, diventano molti. Non c'è basket, qui, non c'è tennis, non c'è ciclismo che distragga un bambino dall'impulso primario di prendere a calci una pelota, ed è la 'calle' il teatro del gran calciare uruguayano: le strade dei barrios più poveri, dove passano poche macchine scassate, dalla primavera all'autunno inoltrato si popolano di piccoli esseri ansanti e saettanti, avvolti in un'unica nuvoletta da fumetto, dentro la quale sta scritto "jugador profesional, dinero, gloria". E non solo a Montevideo, anche nelle città più piccole del nord sperdute nella prateria, dove i bambini mangiano poco e male, e per questo vengono su con ossa e muscoli in disordine: fùtbol, fùtbol, fùtbol, e una schiera di idoli da adorare, Nasazzi, Varela, Schiaffino, Ghiggia, Cubilla, Francescoli, Fonseca, Ruben Sosa, gente che dalla calle è venuta fuori alla grande, andando a testimoniare del miracolo uruguagio nei grandi club della madre Europa. Eppure, nel primo pomeriggio mite di questo rigido inverno sudamericano, in uno stadio Centenario per la prima volta festoso e straripante, e dopo una delle poche partite veramente belle di questa edizione della Coppa America, l'Uruguay ha rischiato grosso. Il Brasile di Zagalo era una squadra sperimentale, piena di ragazzi portati qui a fare esperienza, poteva permettersi di perdere: l'Uruguay no, giocava in casa, ed era una squadra matura, vicina alla fine di un ciclo almeno quanto il suo capitano Francescoli è vicino alla fine della carriera. Perdere avrebbe significato la muerte, ma giocare con la pistola puntata alla tempia è considerato un vantaggio da queste parti, e l'Uruguay che doveva vincere ha vinto. Ai rigori, sì, e dopo essersi dibattuta per tutto il primo tempo nella pozzanghera di una mortificante inferiorità, però ha vinto. E ha dato soddisfazione anche agli argentini che ancora bestemmiavano per quel gol di Tulio così spudoratamente irregolare con cui il Brasile li ha buttati fuori, quando il Bilancione, lassù, si è servito delle mani di Alvez per parare proprio a Tulio il rigore decisivo. Così i bambini continueranno a giocare nelle strade e a entrare uno dopo l'altro nelle squadre giovanili, dove non c'è un quattrino, non ci sono palloni, non ci sono divise, ma bolle la speranza di esser notati da qualche osservatore del Penarol. E' quella, tanto, la trafila per arrivare all'ingaggio in Europa: strada, squadretta, squadra, Penarol, nazionale, vittoria della Coppa America. Bisogna farla per forza, e a volte non basta nemmeno, se è vero che Josè Herrera sta aspettando una telefonata dal Cagliari in cui gli dicano se puo' tornare o no in Italia a contendersi una maglia con Pancaro e Bressan: intanto, però, ha vissuto una felicità che in pochi al mondo hanno vissuto, e di sicuro non nel mondo ricco. Bisogna vederla l'Avenida 18 de Julio traboccare di gioia, risuonare di canti e di candombe, per ore e ore, per capire. E poi di sicuro non si capisce abbastanza, almeno finché in quella sbornia collettiva non ci si rende conto di quanto sopravviva, intatta e calda, la tristezza. Gli occhi senza fondo di Francescoli in trionfo, del resto, mentre leva la coppa al cielo australe, sono il simbolo di questo struggimento, la traccia storica che conduce alla frase giusta per definire il calcio uruguayano, parafrasando quella che Enrique Santos Discépolo utilizzò per definire il tango: "è un sentimento triste che si gioca". |