RECENSIONI a cura di Matteo Reale, Lupus, Marco Passarello, Emilio Capodeski Pia Pera, "Diario di Lo" Marsilio, 1996, pagg. 364, L. 28000 "Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta". L'avete riconosciuto? E' l'immortale avvio dello "scandaloso" romanzo di Vladimir Nabokov, "Lolita", la storia della morbosa quanto rovinosa passione del professor Humbert Humbert, stagionato francese "emigré" dalle spiccate inclinazioni pedofile, per la giovanissima figlia della sua affittacamere americana. Una scottante e sulfurea materia narrativa che, filtrata attraverso la elegante e ironica maestria stilistica di Nabokov, ha dato vita a un capolavoro assoluto a cui solo la scabrosità del tema ha lungamente sottratto il posto che gli spetta accanto ai maggiori romanzi della seconda metà del novecento. Adesso, a tutti coloro che hanno letto e amato "Lolita" (e credo siano ben pochi quelli che l'abbiano letto senza amarlo), ma non solo a loro, è data la possibilità di rivivere le vicende di Humbert e Lolita da un inedito angolo visuale. Pia Pera, traduttrice e scrittrice (il suo primo romanzo, "La bellezza dell'asino", ed. Marsilio, è del 1992), si è infatti impegnata in un ambizioso lavoro di riscrittura della storia dal punto di vista di lei, di Lolita, oscuro e ambiguo oggetto del desiderio - il cui fascino immaturo si sprigiona, secondo le parole di Nabokov, dal miscuglio "di un'infantilità tenera e sognante e di una sorta di raccapricciante volgarità" - che si è ormai insediato stabilmente nell'immaginario erotico contemporaneo, al punto che "Lolita" è diventato nome comune per indicare l'intero genere delle "ninfette". Lo scopo dichiarato dell'autrice era quello di dare voce a Lolita - che nel romanzo di Nabokov vediamo sempre attraverso gli occhi fin troppo interessati di Humbert, incapaci di vedere cosa pulsa dietro l'esteriorità, sotto le grazie acerbe di quel corpo efebico - facendone il soggetto e non solo l'oggetto della storia. Rendere giustizia a Lolita, fornendola di vita propria, dandole spessore e profondità interiori, offrirle la possibilità di raccontare in prima persona la propria versione dei fatti, di farci capire chi è davvero, cosa pensa, cosa prova, cosa sogna, cosa spera: è questo che la Pera ha voluto fare attraverso un lungo e minuzioso lavoro di immedesimazione e approfondimento psicologici sul personaggio (che, pur nel sostanziale rispetto del carattere costruito da Nabokov, riesce a portarne alla luce, al di là delle intenzioni del suo stesso creatore, le potenzialità inespresse, la complessità nascosta) e di documentata ricostruzione storico-sociale dell'epoca e dei luoghi d'ambientazione. Il libro della Pera - che ha ottenuto l'approvazione del figlio di Nabokov, il quale ne ha promosso la traduzione francese - assume come punto di partenza la finzione paratestuale di "Lolita", immaginando nella prefazione che una Dolores ormai adulta si rechi da John Ray (il fittizio editore delle memorie di Humbert) proponendogli per la pubblicazione il proprio diario scritto all'epoca dei fatti. Il racconto vero e proprio - che è appunto il "Diario di Lo" - inizia prima del romanzo, permettendoci di conoscere l'infanzia di Lolita, presentata nel normale decorso della sua vita quotidiana, per poi snodarsi seguendone passo passo lo svolgimento, e distaccarsene infine nella parte conclusiva, soprattutto per quanto riguarda la morte di Lolita e l'omicidio del rivale Philby, che la Pera giudica pure invenzioni e mistificazioni di Humbert, frutto dell'immaginazione enfatica e romanzesca di un amante abbandonato, rancoroso e pieno di sensi di colpa. La scrittrice gioca sugli scarti e sulle discordanze tra il punto di vista di Lo e quello di Humbert, sul modo differente e spesso opposto in cui hanno vissuto gli avvenimenti, evitando così brillantemente il rischio di produrre un mero ricalco dell'originale, una fotocopia che sarebbe risultata inevitabilmente sbiadita e scialba. E anche per quanto riguarda la scrittura, ha saggiamente evitato di misurarsi con lo stile ineguagliabile di Nabokov, del quale rimane solo un certo gusto per i giochi di parole (ricordo qui solo l'eloquente anagramma madre-merda), cercando invece di inventarsi un tono e un lessico adatti alla giovane, irruente e sboccata Lolita. Ma qual è il ritratto della protagonista che viene fuori da queste pagine? Lolita ci appare in tutta la complessità e la contraddittorietà della sua identità ancora fluida e in divenire di adolescente: insieme matura e infantile, opportunista e ingenua, cinica e sensibile, innocente e seduttrice. Irrequieta, sfrontata, curiosa, terribilmente vitale, avida di emozioni e sensazioni, ribelle e a suo modo idealista, Lolita è, come dice Veronesi nella citazione posta ad epigrafe del testo, una "drop-out", una sorta di Holden Caulfield in gonnella in perpetua rivolta contro il mondo oppressivo, fasullo e compromissorio degli adulti (rappresentato prima dalla tremenda madre, e poi da Humbert stesso, che da liberatore si trasforma presto in nuovo aguzzino, tanto da meritarsi, tra gli innumerevoli epiteti derisori che Lo gli affibbia, quello di "mamma umberta"), che lotta con ogni mezzo per sopravvivere nella realtà cruda e violenta in cui è stata catapultata. In conclusione, pur non potendo certo rivaleggiare in termini di valore assoluto con il suo modello, si può' dire con il "Diario di Lo" la Pera è riuscita in modo convincente nel suo ambizioso tentativo. Le si puo' rimproverare soltanto la lunghezza forse eccessiva della narrazione, nella quale una sostanza comunque ricca e interessante risulta a tratti un po' troppo diluita. Maurizio Blondet, "Gli 'Adelphi' della dissoluzione" Ares, 1994 Nel suo ultimo libro sul "trash" contemporaneo, da noi recensito, Tommaso Labranca, traccia un ritratto irriguardoso della casa editrice di Roberto Calasso, Adelphi, sommergendo di sferzate ironiche la cultura che propone, patinata e snob. In redazione abbiamo pensato di affiancare all'incontro con Labranca un articolo dedicato a un curioso libro del giornalista Maurizio Blondet, frutto anch'esso di un'interpretazione personale e originale del mito editoriale Adelphi. "Gli "Adelphi" della dissoluzione" è stato pubblicato nel 1994 da Ares, casa editrice schierata su posizioni di cattolicesimo di destra (tanto per darvi un'idea citiamo due sue recenti pubblicazioni: L'eskimo in redazione (Quando le Brigate Rosse erano sedicenti) di Michele Brambilla e Il pensiero militante. Vent'anni di ricatto marxista sulla cultura italiana di Franco Palmieri). Con acume ma con una disinvoltura discutibile, Maurizio Blondet scopre ambizioni nascoste in una cerchia di uomini di cultura e di potere vicini alla sinistra laica. Frugando tra biografie e rimandi storici, riconosce delle tentazioni culturali e politiche di stampo iniziatico e spiritualistico, a suo giudizio preoccupanti. Già il nome Adelphi (sarebbe corretto scrivere adelphì), che significa in greco antico "fratelli" ma anche "adepti", ha una chiara connotazione iniziatica. Tali "fratelli" sarebbero, in campo letterario, Roberto Calasso, Massimo Cacciari, Elémire Zolla, Sergio Quinzio. Il politologo Giorgio Galli nel suo "Occidente misterioso" (ristampato di recente con il titolo "Cromwell e Afrodite", Kaos edizioni) ritiene che nella società contemporanea riaffiorino alcune tematiche gnostiche, solo apparentemente scomparse in seguito alla vittoria della Razionalismo moderno. Cita a questo proposito un articolo di Ruggero Guarini dal titolo "Il club dell'abisso" che riprende questa tesi considerandola però solo una moda culturale: "Il riferimento più recente alla Cosa Gnostica nel campo dei mass-media è un articolo in cui Guido Ceronetti, recensendo La rovina di Kasch di Roberto Calasso, ha dichiarato che lui, Calasso, E.M. Cioran, Sergio Quinzio ed Elemire Zolla fanno parte della "banda internazionale dei neognostici". Lo gnosticismo è dunque diventato una moda culturale? L'articolo di Ceronetti non è che l'ultimo di una serie di segni che confermano questa ipotesi." Ma affidiamo alle parole di Blondet il compito di descriverci quelle che lui considera delle vere e proprie "strategie" latenti. "E' per questo scopo -lanciare Nietzsche contro il perbenismo marxista- che nel 1962 Luciano Foà (abile direttore editoriale dell'Einaudi, N.d.R..) fonda l'Adelphi. E' un'impresa che non vedrà la luce per quasi un decennio, tanto è impegnativa. Colli e Montinari stanno lavorando a qualcosa come a tremila pagine inedite". Adelphi nasce quindi con l'intento di riscoprire il filosofo tedesco, fino ad allora relegato dalla critica marxista tra i fautori di un'irrazionalismo distruttivo. E già dal '62 lavora nella casa editrice il giovane Roberto Calasso, che ne indirizzerà le scelte successive. La sua postfazione a Ecce Homo di Nietzsche, prosegue Blondet, "è una derisione della razionalità di sinistra e un elogio alla follia di Nietzsche, come frutto di un'ascesi segreta di dissoluzione ordinata alla liberazione totale". La "sinistra passatista e attardata nel socialismo reale non s'accorge che, all'Adelphi, Calasso fa ben più che scavare nella miniera dell'Impero austro-ungarico (qui il riferimento è alla riscoperta di autori mitteleuropei, come Roth e Hofmannsthal, N.d.R.). E' lui, crediamo, a orientare di colpo il catalogo editoriale verso la sfera della neo-gnosi dionisiaca. Il catalogo si affolla di letteratura mistica, poemi epici tradizionali, classici dell'Estremo Oriente, autori posti negli inferni politici e culturali, da Guénon a Gurdjieff a Dumézil". E più oltre: "Egli imprime il suo marchio di proprietà sulla sfera che, nel sacro e nella tradizione, costituisce il lato dell'ombra, delle esperienze-limite feroci, delle zone infere... Calasso privilegia una spiritualità di tipo sciamanico, ossessivo. La possessione è la base della conoscenza: questo è uno dei suoi aforismi preferiti... E' palesemente il mondo senza Cristo quello che Calasso evoca con tanto piacere, la nostra autentica radice, quella a cui dovremmo tornare". Un mondo che, citiamo da Le nozze di Cadmio e Armonia di Calasso, "si rifiuta di distinguere fra dei e daimones" e il cui segno è il sacrificio come atto interiore ed esteriore. "Nella versione di Calasso emerge un mondo innocentemente mostruoso, senza pietà, dove si violano i vivi e morti senza tregua". Agendo in questa prospettiva, la cultura "adelphiana" creerebbe un état d'ésprit, un condizionamento culturale che si ripercuote pericolosamente sugli ambienti più influenti cui è collusa e che mira a introdurre non più valori ma disvalori, aprire le porte all'Anticristo, favorire la dissoluzione di ciò che impedisce la sua vittoria. Così le osservazioni di Blondet - forse accomunate da un medesimo integralismo, benché di segno opposto - sembrano ricalcare quelle dei critici di tradizione marxista, che videro anch'essi come priva di scrupoli la riabilitazione di autori dimenticati o frettolosamente considerati di destra. Riportiamo in chiusura altre parole del Direttore editoriale di Adelphi, tratte questa volta da "La rovina di Kasch": "Dedicando la vittima a qualcosa di altro da sé, la società riconosce la sua dipendenza da ciò da cui si è staccata,... si afferma la colpa che fonda la cultura: il suo distaccarsi da tutto il resto". Siamo molto vicini all'aforisma eracliteo così tradotto da Giorgio Colli proprio per i tipi di Adelphi in "La sapienza greca" (e da noi proposto in calce alla copertina del primo numero di Fabula Review del marzo 1995): "Nessuno, fra tutti coloro le cui espressioni ho ascoltato, si è spinto fino a questo: riconoscere che la sapienza è separata da tutte le cose". [m.r.] Franco Forte (a cura di), Cyberpunk - antologia Stampa Alternativa, 1996, L. 20000 Esaurite le marche di sigarette, Stampa Alternativa ha deciso di passare ai dolciumi. Così questa antologia del cyberpunk italiano si presenta sotto forma di una scatola che imita quella del cioccolato Kinder, e che contiene 9 libretti Millelire (7 di narrativa, e due di saggistica) più un floppy disk contenente del software. Il curatore, Franco Forte, è un nome noto nell'ambito fantascientifico italiano (tra l'altro è tra i curatori della rivista telematica di fantascienza "Delos", ed ha già curato per Stampa Alternativa un'antologia di letteratura fantastica, "Fantasia", a suo tempo recensita su Fabula Review). Questa volta il soggetto è molto più circoscritto, e viene spontaneo chiedersi in primo luogo se esista un movimento letterario cyberpunk italiano di spessore tale da giustificare l'antologia; e in secondo luogo se esista un cyberpunk con caratteristiche specificamente italiane, o se invece il modello americano non sia dominante. Quanto alla prima domanda, la migliore risposta è proprio l'antologia stessa; Forte è riuscito a mettere insieme sei autori che coprono con ottimi risultati tutte le accezioni possibili del cyberpunk, dai semplici cliché avventurosi di "Virtual Killer" di Stefano Di Marino fino allo sperimentalismo ad oltranza di "We Live in a List" di Pina D'Aria, racconto che si propone di rappresentare l'indebolimento del concetto di identità personale in un mondo telematico; dimostrando così che anche in questo campo gli autori italiani sono capaci di darsi da fare. Quanto all'italianità dei racconti, bisogna tenere conto che il cyberpunk propone il più delle volte un mondo massificato e omogeneizzato dalla tecnologia, in cui le identità nazionali tendono a perdere di senso; da questo punto di vista è particolarmente efficace Di Marino, che rappresenta una Milano simile alle città di Flash Gordon, nella quale spuntano incongrui alcuni edifici del presente come la biblioteca Sormani; ma non mancano comunque racconti in grado di integrare i temi cyberpunk con problematiche specifiche del nostro paese, come "Saluti dal Lago di Mandelbrot" di Franco Ricciardiello e "La Corsa di Jimmy Boot" di Giampaolo Proni. A quest'ultimo mi sento di attribuire la palma di miglior racconto dell'antologia: l'odissea del truffatore informatico napoletano è descritta con sapiente equilibrio tra cupezza e ironia, tra azione e divertimento. Unica nota stonata sono i due racconti firmati dall'antologista stesso: è sorprendente che Forte, dopo aver dimostrato un'ottima sensibilità nella scelta dei racconti altrui, non abbia resistito alla tentazione di inserire due testi propri, "Quinta Dimensione" e "Acciaio", i quali non solo sono lontanissimi dalle tematiche proprie del cyberpunk, ma tentano di imitarne superficialmente le atmosfere usando uno stile sovraccarico di metafore roboanti. Ciò non inficia comunque il valore dell'antologia, la quale è consigliabile sia all'appassionato, che avrà la possibilità di gustare un pugno di buoni racconti di autori nostrani, sia al non-iniziato, che troverà due testi divulgativi e un ipertesto linkato a vari siti Internet che potranno guidarlo esaurientemente attraverso il movimento cyberpunk. [m.p.] Tiziano Scarpa, "Occhi sulla graticola" Einaudi, 1996, L. 22000 Gli occhi in questione sono quelli che Alfredo, studente universitario alle prese con una tesi sulle figuracce in Dostoevskij, mette addosso a Carolina Graticola, timida disegnatrice di organi genitali nelle vignette dei manga giapponesi, incontrata la prima volta su un vaporetto - la storia è ambientata a Venezia - dove Carolina si rende protagonista di una apocalittica "figura di merda" (nel senso letterale del termine). Ma ad ostacolare le mire di Alfredo c'è un terzo incomodo, Fabrizio, di cui Carolina è problematicamente invaghita, che si paga vitto e alloggio fornendo quotidianamente alla sua anziana padrona di casa dello sperma per un improbabile uso cosmetico. E' questo lo spunto narrativo da cui prende avvio questo bizzarro e scatologico libretto, intriso di uno humor sardonico e grottesco, che reca il sottotitolo di: "breve saggio sulla penultima storia d'amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo". Postmoderno cocktail di cultura "alta" e trash, impastata di linguaggi eterogenei e di disparati registri stilistici, l'opera d'esordio di Scarpa svolge frammentariamente il filo del racconto alternando parti narrative ad altre di stampo saggistico (in cui il puntiglioso rigore dell'approccio contrasta con effetti comici con la trivialità del tema. Accenno qui solo alla dotta disamina linguistica circa l'insulto veneto "sborone"). Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso e ha perfino una peculiare configurazione tipografica. Bisogna però dire che il pirotecnico virtuosismo di scrittura dell'autore e certi passi davvero esilaranti non bastano a fare di questo libro qualcosa di più che un pretesto per uno sfoggio di bravura fine a se stesso. L'impianto "drammatico" su cui il testo è costruito risulta privo di spessore e complessità e denuncia tutti i suoi limiti in un finale tirato via, francamente banale e insulso. [e.c.] K.W. Jeter, "Dr. Adder" Fanucci, 1996, L. 22000 "«Me ne vado» disse il giovane. Nella fattoria delle Uova di Phoenix era conosciuto come E. Allen Limmit. Dirigeva il bordello aziendale. «Stai scherzando» disse Bonna Cummins, direttrice del personale della fattoria. Gli lanciò un'occhiata minacciosa attraverso la scrivania, da sotto le sopracciglia alte un dito. Le si poteva leggere negli occhi quello che pensava: guarda un po' lo stronzetto." L'autore: K.W. Jeter è semplicemente un ex-allievo di Philip K. Dick che, nel 1972 (a poco più di vent'anni d'età) piazzò in mano al maestro questo incredibile romanzo, da cui Dick fu sconvolto e che non riuscì a far pubblicare solo che anni ed anni dopo, presumibilmente per l'estrema crudezza degli argomenti trattati. Attualmente Jeter si è fatto un discreto nome come epigono di Dick (è autore, tra l'altro, del seguito di "Blade Runner", tra breve in uscita negli USA). Premessa: chi scrive non ama la fantascienza né, più in particolare, la letteratura cyberpunk; ciò nonostante, non posso esimermi dal dichiarare che "Dr. Adder" è un ottimo libro di SF nonché un mirabile esmpio di cyberpunk ante litteram. Scritto nel 1972 - dunque moltissimo tempo prima che i primi incubi cyber iniziassero a devastare la iperattiva mente di William Gibson - "Dr. Adder" è un romanzo che parla di Interfaccia quando ancora il vocabolo dovette apparire un neologismo. Ma Interfaccia è, in questo caso, la zona più devastata-degradata-sessualmente vertiginosa della solita Los Angeles futuribile. Popolata da quelli che oggi potremmo chiamare "cyberpunkabbestia", ladri, stupratori e puttane mutilate, l'Interfaccia vive il suo paradossale splendore sexecstatic proprio grazie al feticismo dell'amputazione, o comunque dell'artefazione cybersessuale: è possibile raggiungere orgasmi oltre ogni limite, a patto che il corpo della prostituta che te li vende sia privo di uno o più arti (meglio se costei è addirittura ridotta ad un troncone); che la forma del suo utero sia modificata in modo tale da sfruttare i vantaggi del risucchio a ventosa e la sua vagina sia sovra (o sotto) dimensionata sino al 75% in più (o in meno) rispetto alla norma. Un'autentica boutique degli orrori sessuali insomma, che rappresenta l'unica scappatoia, incarnata dalla perversa fantasia fetish, ad un mondo in cui tutto sa di disperato e disperante e, quando va bene, di stantio, già visto, soporifero. Supremum Artifex di tali modificazioni chirurgiche è il leggendario Dottor Adder, riconosciuto sovrano culturale dell'Interfaccia (e leggenda vivente per i desperados che la popolano), a sua volta impegnato ad ingaggiare una lotta senza quartiere con Mox, personaggio un po' alla Jimmy Swaggart, capo di una setta tele-religiosa che, impartendo i dettami di una morale pseudoevangelica, vede ovviamente Adder come simbolo della più profonda depravazione e dunque mortale nemico. Credo di non far torto a nessuno svelando che tra Adder e Mox, quanto a depravazione e totale assenza di scrupolo morale, è veramente una bella lotta, dalla quale è probabilmente Adder ad uscir meglio, se non altro perché Mox impersona il prototipo del predicatore ipocrita americano, una figura talmente odiosa dal far risultare persino Adder un tipo un po' strano ma in fondo un buon diavolo. C'è un "eroe" nel romanzo ? C'è, c'è, anche se il tratteggio della sua figura mi sembra la cosa meno riuscita del lavoro di Jeter. Si chiama Limmit, ed è semplicemente il corrispondente futuribile (dunque parecchio disincantato) del classico ragazzo americano "comune" e di provincia, che si trova a dover sopravvivere in una situazione particolarmente difficile, e che costituisce spunto e scusa per narrare la storia di Adder e Mox. Al di là di ciò che afferma la quarta di copertina del libro ("Dr. Adder non è certo un'opera facile da digerire, tutt'altro. E' un romanzo che vi colpirà profondamente, vi provocherà e disturberà, ma se avrete il coraggio di affrontare questa esperienza, vedrete che vi rimarrà sicuramente impresso nella memoria") e fatto salvo che tale romanzo non rappresenta indubbiamente il regalo ideale che volete fare a vostro cugino seminarista, va detto che Dr. Adder è lettura piacevole e avvincente; il ritmo non conosce praticamente momenti di stanca e, vogliamo esagerare, conduce a particolari ed interessanti riflessioni sulle attuali distonie dell'american way of life, di cui quelle di Dr. Adder sono proiezioni futuristiche non così fantascientifiche. Detto questo, vi assicuro che leggere 30 pagine di Adder prima di andare a letto non vi turberà minimamente il sonno.[l.] Alberto Arbasino, "Parigi o cara" Adelphi, 1996, pagg. 311, L. 22000 "Questo sordido chiostro rammenta immagini di pensionnat, di internat, familiari nella realtà quotidiana a molti piccoli francesi; o piuttosto secondo Clouzot, Les diaboliques: architetture lugubri, slabbrate, grigiore sconsolato che ricopre le passioni e tirchierie inconfessabili." Un giovane promettente si reca a Parigi, dopo la laurea, per conseguire il dottorato. Qui, attratto com'è dal mondo letterario, va in pellegrinaggio dai più importanti scrittori dell'epoca, li interroga e li fa parlare e di questi incontri tiene un diario, che viene arricchito dalle testimonianze della vita culturale francese, dalle inconcludenti notti parigine, dalle giornate un po' decadenti di Cannes in occasione del Festival del Cinema. Nel corso di pochi anni, dal '56 ai primi Sessanta, il giovane, cioè Arbasino, traccia un quadro interessante, ironico e tagliente. ìParigi o cara" venne pubblicato per la prima volta nel 1960, ora è riproposto da Adelphi, con piccole aggiunte dello scrittore. Il quale possedeva già i timbri che contraddistinguono la sua prosa attuale, astratta e irriverente, che deve molto, come afferma lui stesso, a Gadda e a Comisso. Il fatto che fa rabbia è che aveva solo 26 anni, che è poi l'età dell'estensore della presente recensione e di altri collaboratori di Fabula Review. L'unica consolazione è che Arbasino, talento precoce, scrive oggi come allora, molto di maniera. E possiamo dire che già si potevano notare i suoi pregi e difetti: insopportabilmente snob quando colpisce con la scure della sua cultura libri, film o opere teatrali (e dà giudizi completamente sbagliati sulla Nouvelle Vague), Arbasino è capace di ritratti stupendi quando, ritirando il proprio ego dalla pagina, conduce per mano l'interlocutore a confessarsi. Va a casa di Céline, che vive fuori Parigi "fra abitazioni in rovina e orticelli melmosi pieni di gatti". Dice Céline: "mi importa soltanto lo stile, dunque mi interessa soltanto il colore... Del resto, dal romanzo non c'è più nulla da aspettarsi...né da imparare...Ormai i contatti umani sono tanti, e così invadenti, che l'insegnamento e l'educazione non hanno più niente in comune con la letteratura...". E Cocteau, che abita un minuscolo appartamento e concede interviste in cucina, in mezzo a una schiera di discepoli: "non è il lavoro di teatro, o il film, che mi interessa: è autre chose. Io credo che si possano trovare delle indicazioni preziose nella letteratura popolare, che è sempre in anticipo sul romanzo letterario". Le polemiche sulla crisi del romanzo, sullo stato della letteratura, sul nouveau roman attraversano anche le chiaccherate con Henry Miller, Simenon, Barthes ("il linguaggio era stato espulso dalla civiltà moderna... alla Letteratura spetta un compito più impegnativo: condurre l'inchiesta e i viaggi nel Linguaggio"), Raymond Aron e altri. Spunti che, come si dice in questi casi, non hanno cessato di essere attuali.[m.r.] |