POP & ROCK RECENSIONI
a cura di Marco Passarello, Lupus
Enya, "The Memory of Trees" (WEA)
In musica ci sono personaggi i quali, pur non inventando nulla di radicalmente nuovo, riescono ugualmente a costruirsi un proprio stile assolutamente inimitabile. E` questo sicuramente il caso di Enya, la quale, dopo aver militato in seconda fila con i Clannad e aver firmato alcune colonne sonore minori, riuscì con "Watermark" a creare un'alchimia sonora destinata a conquistare il pubblico. Melanconiche melodie celticheggianti, delicati arpeggi di pianoforte, soffici tappeti di sintetizzatore, un'aura di mistero spirante dai testi in gaelico e latino, e soprattutto una voce dolce ed ipnotica, iterata in mille sovrapposizioni e riecheggiamenti, fino ad assomigliare più a uno strumento che a una voce umana. Sembra abbastanza facile, e forse lo è, ma il difficile è mescolare questi elementi nelle giuste proporzioni, ed Enya lo ha sicuramente fatto con gusto e abilità. Avere uno stile inconfondibile è però un'arma a doppio taglio: si corre il rischio di cadere nel cliché, ed è purtroppo quello che sta capitando. Gli ascoltatori attenti avranno già potuto notare che il successivo album di Enya, "Shepherd Moons", altro non era che una copia conforme di "Watermark", più brillante dal punto di vista sonoro ma inevitabilmente meno fresco da quello compositivo. Ora questo suo nuovo "The Memory of Trees" non riesce a dissipare l'impressione che Enya sia rimasta musicalmente ferma dov'era diversi anni fa. Il produttore è sempre lo stesso, i suoni pure, e vi sono alcuni brani (per esempio lo strumentale "From Where I Am") che sono imbarazzantemente somiglianti a quelli passati. E sono del tutto scomparsi quegli interventi di strumenti acustici che donavano un soffio di vita a una musica un po' troppo artificiale. Certo, la perfezione sonora si è ulteriormente affinata, c'è qualche brano che si spinge su strade un po' meno battute, ma è decisamente poco per un'artista del suo livello. All'interno dell'album Enya si fa raffigurare addormentata su un trono. Implicita autocritica? [m.p.]
Primus, "Tales from the Punchbowl"
I Primus sono quel che si definisce un gruppo "atipico", per usare un eufemismo. Nati a Seattle, sono riusciti a raggiungere la popolarità rimanendo assolutamente distinti dalla moda grunge che è dilagata dalla loro citta nel mondo intero. Non poteva essere altrimenti, poiché difficilmente i brani dei Primus possono essere confusi con quelli di qualcun altro: su una base approssimativamente funk-metal (con in primo piano il funambolico basso di Les Claypool, spesso in movimento su tempi sghembi lontani anni-luce dalla normale pratica del rock) il gruppo innesta frammenti degli stili musicali più diversi, dal country al jazz, dalla psichedelia all'avanguardia, ottenendo un miscuglio inimitabile. La stessa effervescenza è presente anche nei testi, che alternano crudeli spaccati di moderna alienazione a sberleffi e bislacche storie a base di pescatori, maiali spaziali e personaggi con strani nomignoli. Insomma i Primus sono uno dei gruppi tecnicamente più preparati della scena rock, ma questo non impedisce loro di prendere ogni cosa con una sana dose di umorismo dissacratorio, con uno spirito che non può non ricordare il compianto Frank Zappa. Dopo il successo del precedente disco "Pork Soda", i Primus averebbero potuto riposare sugli allori. Hanno invece prodotto un disco complesso e per molti versi difficoltoso, che estremizza ulteriormente la peculiarità del loro stile. In qualche punto rischiano seriamente di uscire di strada per la loro spericolatezza, ma non li si può biasimare per questo, specie quando inseriscono come quarto brano una "Southbound Pachyderm" che sembra partorita dai dei redivivi Pink Floyd in puro stato di grazia. Sentiremo parlare di loro ancora per molto tempo. [m.p.]
David Bowie, "Outside" (The Diary of Nathan Adler - a Hyper Cycle)
Definendo Bowie un "camaleonte" si cade nel più frusto luogo comune. E` difficile però trovare una definizione migliore per un artista che ha attraversato oltre un quarto di secolo di storia del rock mantenendo sempre la padronanza dei nuovi linguaggi musicali, evitando di cadere nella sindrome della vecchia gloria che ripete se stessa all'infinito. Eppure la sua stella si era ultimamente un po' appannata. I crudeli anni '80 lo avevano costretto ad abbandonare lo sperimentalismo musicale e la carica trasgressiva del proprio personaggio, ripiegando su album un po' fatui che, seppure tecnicamente ben fatti e alla moda, nulla aggiungevano alla lista dei suoi meriti. Negli ultimi tempi il Duca Bianco si è mosso in maniera apparentemente confusa, come se volesse tornare agli antichi fasti ma non sapesse bene come fare. Sembra invece che abbia colto nel segno con questo nuovo album, che fa apparire sotto una nuova luce anche il resto della sua produzione più recente.
"Outside" è infatti il punto di partenza di quello che è probabilmente il più ambizioso progetto della carriera di Bowie. Tutto ruota intorno a un testo scritto dallo stesso Bowie (incluso nel libretto del CD), un racconto in stile splatterpunk che descrive le indagini di un sedicente detective, Nathan Adler, intorno all'assassinio di una ragazzina, Baby Grace, il cui corpo è stato minuziosamente smembrato e utilizzato per comporre una scultura da parte di un artista omicida. Da questo racconto Bowie ha tratto delle poesie che, smembrate e riassemblate con la tecnica del cut-up, sono diventate i testi delle canzoni, ognuna delle quali si immagina cantata da uno dei personaggi, come le arie di un'opera; ciascuno dei personaggi è rappresentato all'interno del libretto del CD mediante un'elaborazione grafica al computer, anch'essa opera di Bowie. Per musicare i brani si è riformata l'antica alleanza con Brian Eno. I due, aiutati da un solidissimo gruppo di improvvisatori (formato da diversi vecchi compagni di strada di Bowie, cioè Reeves Gabrels, Carlos Alomar, Mike Garson e Erdal Kizilcay, più i due batteristi Sterling Campbell (Soul Asylum) e Joey Baron (Bill Frisell Band), hanno messo insieme un album molto sfaccettato; la musica è un ibrido tra le più moderne tendenze dell'industrial rock ed echi degli album più "teatrali" di Bowie (come "Aladdin Sane" e "Diamond Dogs"), con l'aggiunta di complesse improvvisazioni strumentali che sono evidentemente il frutto del recente, sperimentalissimo e misconosciuto album "The Buddha of Suburbia". E non è che l'inizio, visto che il duo Bowie-Eno ha già annunciato che le vicende dei vari personaggi proseguiranno nel corso di varie opere, di cui la prossima (l'album "Inside") è già imminente e annunciata, fino a completare quella che nelle intenzioni degli autori dovrebbe essere una dolente celebrazione delle convulsioni di morte del Ventesimo Secolo.
E' difficile dire se un progetto così ambizioso, e per ora incompleto, sia commensurabile ai quasi ottanta minuti di buon rock contenuti nel CD. E tuttavia ho l'impressione che, se è vero che l'arte di oggi privilegia il lasciar intuire piuttosto che il realizzare, il virtuale piuttosto che il reale, con questo Nathan Adler il nostro David sia riuscito ancora una volta a incarnare un personaggio-simbolo. O per lo meno ci è andato vicino. [m.p.]
Tori Amos, "Boys for Pele" (WEA)
Terzo album (senza contare il disastroso e dimenticato esordio hard rock) anche per Tori Amos, autrice di carattere per molti versi diametralmente opposto a quello di Enya. Se l'irlandese infatti è un fiore di serra, incapace di vivere al di fuori degli studi di registrazione, l'americana Tori Amos è una creatura selvaggia, in grado di affrontare il pubblico in compagnia del suo solo pianoforte. Con lo strumento ha una relazione viscerale ed esclusiva, tanto che nei suoi dischi i rari strumenti aggiunti danno spesso l'impressione di essere fuori posto, importuni intrusi in quello che essenzialmente è un rapporto a due. Questa volta Tori fa tutto da sola, senza l'intermediazione di un produttore, in totale libertà.
Questo le permette di dissipare definitivamente i residui sospetti di leziosità che gravavano su di lei: in "Boys for Pele" non c'è nemmeno un singolo da classifica, e nessun addolcimento gratuito; solo una serie di canzoni personalissime, costantemente in bilico tra gentilezza e aggressività. Gli arrangiamenti sono ancora più semplici che nei dischi precedenti, ma non privi di sorprese, come certe esplosioni di batteria con sonorità quasi industriali, o come certi brani eseguiti con la massima naturalezza al clavicembalo, come se suonarne uno in un contesto rock fosse la cosa più normale del mondo. Se "Boys for Pele" mette definitivamente in luce le qualità di autrice (e di eccezionale strumentista!) di Tori, evidenzia però anche quello che a mio parere è il suo principale difetto: la mancanza di linearità. Chiunque abbia provato a decifrare una sua intervista capirà cosa intendo: non di rado ci si trova di fronte a ragionamenti vaghi, arzigogolati e contraddittori. Senza nessuno a contenere la sua esuberanza, questa volta Tori ha partorito dei testi difficili da seguire, per non dire ermetici, e delle canzoni le cui aspre evoluzioni sono a volte ardue da capire e giustificare. Sembra quasi che suoni unicamente per se stessa invece che per il pubblico. Il che non suona necessariamente come una critica... [m.p.]
Üstmamò, "Üst" (I Dischi del Mulo)
Chi fino ad oggi riteneva (non immotivatamente) che la musica italiana fosse, salvo rarissime eccezioni, qualitativamente di "serie B", farà bene a guardarsi intorno. No, non stiamo dicendo che la fuffa sanremese sia scomparsa (figuriamoci!) o che gli handicap che perennemente affligono la nostra produzione siano del tutto risolti. Tuttavia è innegabile che oggi capiti con una certa frequenza di incontrare del materiale, anche e soprattutto nuovo, qualitativamente in grado di non sfigurare di fronte alla produzione estera. Questo è senz'altro il caso degli Ustmamò, i quali non sono degli esordienti: prima di "Ust" hanno inciso altri due album.
Il nuovo disco però segna una svolta: se i primi due dischi si muovevano nel territorio consueto del nuovo rock indipendente italiano, con testi prevalentemente in dialetto (quello dell'Appennino tosco-emiliano), il nuovo punta decisamente verso una maggiore accessibilità e un pubblico più ampio. Il che non vuole affatto essere una critica: ben vengano musicisti in grado di andare al di là del pubblico d'élite, purché riescano a farlo conservando la propria originalità e freschezza. Le nove canzoni che compongono "Ust" (con l'aggiunta di una bonus-track già apparsa nella compilation "Materiale Resistente") dimostrano che il gruppo è perfettamente in grado di muoversi in territori molto diversi tra loro pur mantenendo uno stile distinguibile e originale. Si spazia dai campionamenti dub di "Indice di borsa" alle delicatezze acustiche di "Piano con l'affetto", dalle accattivanti melodie radiofoniche di "Baby dull" o "Memobox" alle sofisticate strutture di "Schermo splendente" o "Onde sulle onde". Il trait-d'union di tutti questi brani è la cantante Mara Redeghieri, che impone su tutti il marchio della propria inconfondibile voce, e che firma i testi, curatissimi (come peraltro ogni cosa in questo CD), efficaci, ricchi di abili giochi linguistici. Se gli Ustmamò riusciranno a mantenere la chiarezza di intenti e il controllo della propria musica che hanno dimostrato finora sono destinati a diventare uno dei gruppi di punta della scena italiana. [m.p.]
The Beatles, "The Beatles Anthology 2" (Apple)
Ormai anche le panchine dei giardini pubblici sanno di cosa si parla quando si tirano in ballo i volumi della monumentale Anthology dei Beatles. Dopo la pubblicazione decembrina di Anthology 1, comprendente outtakes, versioni live ed inediti di studio del periodo 1962/1964 e trainata dal singoloFree as a bird, ecco a noi la seconda puntata, comprensiva dello stesso genere di materiale ma relativo al periodo 1965/1968 (sicuramente il migliore nella carriera dei quattro); i riferimenti temporali, tanto per capirci, riguardano l'epoca che parte da Help!, passa per Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, Magical Mystery Tour e termina prima del White Album. Meglio dire subito che il disco è bellissimo, certamente (e comprensibilmente) migliore del precedente. Stavolta il singolo riesumato e "overdubbato" dal resto dei Beatles è Real Love, pezzo che i fans di Lennon avranno già ben noto grazie alla presenza del provino di partenza (lo stesso su cui hanno lavorato McCartney, Harrison e Starkey insieme a Jeff Lynne) su Menlove Ave., compilazione postuma a cura della vedova Lennon, dunque non esattamente di buonissimo gusto. Questa versione di Real Love comunque a me sembra bellissima, non commensurabile con Free as a bird che è più complessa nella scrittura e nell'arrangiamento, ma ugualmente toccante.
Il resto è tutta merce storica, ma storica veramente: da un editing di due versioni di Yes, it is (delle quali la prima è cantata da Lennon con voce svogliata, strascicata e biascicata) ai tre inediti (If yoùve got trouble, That means a lot e 12-bar original) che sinceramente avevano tutte le carte per restare tali; da una Yesterday solo voce e chitarra molto ma molto più deliziosa di quella consueta ad una strepitosa And Your Bird Can Sing, particolarità della quale è la presenza della coppia Lennon McCartney che, sin dall'inizio, non riesce a cantare una sola parola della canzone senza distruggersi (e distruggere l'ascoltatore) dalle risate: una vera cura contro il cattivo umore. E via così per altre decine di pezzi stranissimi o assurdamente arrangiati, suonati, cantati, tutti stravolti rispetto al modo in cui siamo abituati ad ascoltarli e certamente di estremo interesse per comprendere a fondo il metodo di lavoro con cui prendevano forma gli immortali successi del gruppo. Ma, naturalmente, è sufficiente la presenza di tre delle innumerevoli outtakes di Strawberry Fields Forever (di cui qui non si parlerà per evitarmi di sfogliare il vocabolario alla ricerca di aggettivi iperbolici) a giustificare l'acquisto di quella che sarà certamente ricordato come il miglior volume dell'Anthology. [l.]
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