FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RANSETTE

Patrizio Pacioni




Il mio nome è Lorenzo.
Vivo a Montelupo da quando sono nato, e sono ormai cinquant'anni. Non erano ancora stati affissi i risultati degli scrutini degli esami di quinta elementare, che mio padre, dopo avermi messo in mano la vanga, una mattina mi portò con sé, a strappare alle pietre del colle un po' di terra per gli ulivi. Cosicché crescendo, per ogni centimetro che guadagnavo in altezza, un callo nuovo di zecca mi compariva sul palmo di una mano.
Lui invece da qualche mese è il nuovo proprietario e inquilino della casa isolata appena fuori dal paese, quella che tutti, qui, chiamano "Villa Ginepro", o più sbrigativamente, "Il Ginepro". La fece costruire nella seconda metà del secolo scorso, su suo stesso disegno, l'architetto Niccolò Casali, uno dei nostri più insigni compaesani (anche se, dopo avere intitolato a suo nome la strada panoramica, la biblioteca comunale e la scuola, si è deciso che poteva bastare così).
E, secondo le intenzioni del capostipite, chiusi in un isolamento dorato quanto superbo, tutti i suoi discendenti ci sono nati, cresciuti e morti, dando al municipio due sindaci e mezzo.
Per "mezzo" intendo parlare di Rocco, unico di tre fratelli orfani a scampare alla morte in guerra. Ma che, ancora giovanissimo, rimase fulminato da un ictus proprio mentre, con la mano sulla costituzione ancora fresca d'inchiostro, giurava fedeltà alla neonata Repubblica Italiana.
Io ero appena nato, ma quelli che c'erano mi hanno raccontato che quando la guardia comunale andò a comunicarlo alla moglie, la Graziella, che poverina si può dire non era ancora uscita dall'adolescenza, lei non fiatò neppure:s'afflosciò sul bel pavimento di travertino dell'ingresso, e lì lasciò andare la creatura
che da tre mesi scarsi le cresceva nel ventre.
Un maschio. L'ultimo dei Casali.
Così la Graziella rimase nella casa diventata troppo grande e triste per lei, a invecchiare e incurvarsi prima del tempo, avvolta di vesti nere e di solitudine. Fino al giorno in cui, passando in bicicletta, Gisto il guardiacaccia lanciò uno sguardo attraverso la finestra aperta del salone, e la vide penzolare come un prosciutto, impiccata al gancio del lampadario.
I suicidi non sono cosa di tutti i giorni, qui in campagna, cosicché, per parecchio tempo, di trasferirsi al Ginepro non se l'è sentita nessuno.
Almeno finché non è arrivato il vecchio, con la sua barba bianca e gli occhialini rotondi cerchiati d'oro, accompagnato da un geometra e da una squadra di muratori cittadini;e non credo che sia stato il miglior modo di presentarsi, visto che anche qui non mancano certo bravi manovali senza lavoro.
Ma questa è stata soltanto la prima cosa a renderlo antipatico a quasi tutti gli abitanti di Montelupo.
La seconda è stata la sua bella pensata di mettere ai lati del cancello d'ingresso due colonne con tanto di capitelli, e di far sistemare in giardino (quello dove, prima che arrivasse lui, crescevano l'insalata e i fagiolini più saporiti dei dintorni) una specie di grosso leone di pietra, con la faccia da uomo, ma con in testa un coso che a me sembra tanto un velo da suora.
Stranezze da forestieri con il cervello bacato.
Solo dopo abbiamo capito cos'era, quando Lavinia, la figlia di Rosetta, ha mostrato alla madre il libro di scuola, dove parlava dell'antico Egitto. C'era la foto di un affare come quello, ma ancora più grande, e c'era scritto che si chiamava sfinge:per quel che ne so (ma non ne sono proprio sicuro) niente più che un mascherone di pietra che serviva per tenere lontani i predoni, come
gli spaventapasseri nei nostri campi di grano.
Da quel giorno il matto l'abbiamo chiamato Ransette, come dice che si chiamava uno dei re che invece che sottoterra, come i normali cristiani, si facevano seppellire dentro le...
Oh, non mi ricordo mai come si chiamano, porca vacca!
Ah sì, le piramidi, ecco!
Anche se non ho ancora capito bene come facevano a tirarle su, senza (che so, io?), una gru, un trattore, una ruspa... boh!
Quanto alla numerazione, l'abbiamo aggiunta solo in un secondo tempo, quando la Gisella, la postina, doveva consegnargli una raccomandata, e andava in giro di qua e di là, di sopra e di sotto, a chiedere a tutti chi era questo Primo Coen. E' stata un'idea di Alfio, l'oste, che è sempre il più spiritoso di tutti.
" Ransette Primo... e speriamo che non arrivi il secondo! "
Che poi Rodolfo, il maestro in pensione, che anche se ormai è rimbambito e più sordo di una campana, è sempre uno che ha studiato, ha detto che quello è un cognome che sa d'ebreo lontano un miglio, e si vede pure dalla forma del naso. Noi qui in paese di giudei non ne abbiamo mai avuti, anche se i tedeschi che vennero giù con le campagnole e i mitragliatori in braccio durante l'ultima guerra non ci volevano credere, e rastrellarono tutto il paese, guardando pure nei forni dove le donne cuocevano il pane.
Adesso non li adopera più nessuno. I forni, voglio dire. I filoni vengono su tutti i giorni col camioncino del panettiere di Torrita, ed è molto più comodo per tutti, anche se non ci hanno il buon sapore d'una volta.

Sono in paese da un anno, e ancora non conosco quasi nessuno. A parte il dottor Baldi, il medico condotto,
che si occupa della mia stipsi cronica, e di tenere sotto controllo i postumi della flebite alla gamba sinistra. E la signora Silvana, naturalmente:la brava donna che due volte a settimana viene ad aiutarmi a rassettare la casa.
Non che io abbia bisogno dei bravi abitanti di Montelupo, anzi, ci tengo a condurre una vita riservata, senza vicine invadenti e pettegole che a ogni ora del giorno e della notte bussino alla porta per offrirmi un bricco di latte appena munto o una scodella di brodo di gallina caldo.
E per ficcare il naso nelle mie cose, per capire cos'è che faccio tutto il giorno chiuso nella mia villa.
Insomma, nonostante passino le settimane e i mesi, io continuo a sentirmi trattato come un estraneo, un personaggio alieno e bislacco da cui guardarsi. E questo non mi piace per niente.
Perché è la loro paura, a farmi paura.
Sembra un gioco di parole, ma è la pura e semplice verità.
Evito per quanto possibile di scendere in paese. Lo faccio il lunedì mattina, quando acquisto le provviste per la settimana;poca roba, col passare degli anni il mio stomaco ha imparato a riempirsi con poco. E il venerdì, ch'è il giorno in cui sono solito passare dall'ufficio Postale per controllare se c'è qualche pacco per me da Alessandria, da parte del buon Amhed. Oggetti preziosi, per la mia collezione privata:manufatti rari, antichi papiri, statuette, monete, monili, piccoli escrementi di storia strappati alla sabbia sottile del deserto.
Perché non sto parlando di Alessandria del Piemonte, ma di quella d'Egitto, se siete caduti in un equivoco di questo genere.
Insomma, quando passo per via S. Giovanni, la stradina
lastricata di sassi che taglia in due il borgo medievale, mi sembra di sentire su di me gli sguardi curiosi delle comari, confuse nella penombra delle persiane accostate.
E i vecchi che giocano a scopone ai tavolini del bar davanti alla chiesa fermano l'asso di bastoni e il tre di coppe a mezz'aria, quando sbuco in piazza. Poi affondano le labbra e la punta rubizza del naso nei boccali schiumosi di birra e gazzosa, guardandomi di traverso con i loro occhi cisposi.
Sono sicuro che, quando dalla montagna scende il buio della notte, nelle case dei contadini, ai bambini che non vogliono saperne di addormentarsi, c'è sempre un nonno, o una nonna, che, rimboccando coperte e lenzuola fino alla punta del mento, sussurra con aria grave:
" Se non ti addormenti subito chiamo il vecchio con la barba bianca, e lui viene qui intabarrato nel suo mantello nero, e ti porta con sé sul poggio, nella sua strana casa... "
Non ho mai avuto mantelli, né neri né bianchi. Solo, quando la vallata comincia a soffiare sul villaggio il vento freddo di novembre, tiro fuori dalla naftalina il mio paltò blu, che è caldo e mi copre fin sotto le ginocchia.
E se arrivano a scambiare la mia vecchia e onesta palandrana per un tenebroso mantello, vuol dire che ho ragione ad avere paura.

Qui a Montelupo siamo gente per bene, ci conosciamo tutti, e le porte delle case non sono serrate neanche di notte.
O meglio:così era finché non è arrivato l'ebreo.
Non era ancora finita la processione dei furgoni che per una settimana hanno fatto la spola tra la stazione di Tor di Sasso e il Ginepro carichi di mobili e di
casse, che già cominciavano a succedere cose strane.
Fui io ad accorgermi che il vecchio Cesare era scomparso.
Sto parlando di quel micione pezzato che, dopo che la macchina di Baldassarre gli aveva triturato una zampa, finalmente l'aveva finita di fare il gradasso con gli altri gatti, e non si allontanava più dall'orto di Cecilia, perché sapeva che lì un po' di frattaglie di pollo o una ciotola di latte non gli mancava mai.
Non passa neppure un mese che, mentre con Remo, Vinicio e Lorenzo siamo intenti a giocarci a briscola mezzo litro di bianco, ti piomba dentro l'osteria il Pierone annunciando a tutti che non trova più Fulmine, il suo cane da caccia.
" Va bene che gli è scesa la cataratta nell'occhio destro, e col sinistro non vede più in là del muso, ma gli ero affezionato, a quel botolo. "
dice, e tira giù un moccolo che se lo sente don Andrea cade giù secco sul sagrato della chiesa.
Che poi non sono proprio convinto che gli volesse un gran bene al Fulmine, sennò quelle pedate che quando aveva bevuto un bicchiere di più si divertiva a suonargli sulle costole, povera bestia, le avrebbe menate un po' meno robuste.
Fatto sta che dei due animali nessuno ne ha saputo più niente. Secondo Giovanna, la bottegaia, se li è mangiati il Ransette. Dice che lui le chiede sempre strane spezie, che lei non ha mai sentito nominare, e che sua nuora lo ha visto mentre si aggirava a mezzogiorno di Ferragosto, quando le brave persone se ne stanno in casa al fresco, nel prato dietro al Castello, con un bastone in una mano e una bottiglia di vetro piena di lucertole nell'altra:forse è uno di quegli stregoni che fanno bollire le loro porcherie in un pentolone e poi, biascicando formule magiche, se le mandano giù.

Comunque per non correre rischi lei la cagna coi cuccioli li ha chiusi nella cantina, e ha ordinato al marito, se il matto si avvicina, di non farsi troppi scrupoli a sparargli nelle chiappe una bella scarica di pallini, di quelli che vanno bene per le lepri.

Questa mattina mi sono svegliato così presto che, accanto all'ultima falce di luna del mese, si potevano ancora vedere le stelle più restie a sciogliersi nella luce perlacea dell'alba. Il fatto è che anche se non sono mai stato un dormiglione, mi accorgo che più gli anni passano e meno tempo riesco a restarmene a letto. Perché per noi vecchi è così:forse sarà che, man mano che ci si avvicina alla morte, diventa sempre più forte la voglia di strappare alla vita, e al sonno, una manciata di minuti in più.
Come d'abitudine ho calzato le pantofole foderate di pelo, ho indossato la vestaglia sopra al pigiama di flanella, e ho messo a bollire sulla piastra elettrica l'acqua per il the.
Tazza, piattino e zuccheriera sul tavolo di legno della cucina, accanto al libro con la storia e le foto del tempio di Assuan, per il momento più gradevole della mia giornata. E' stato mentre tagliavo la ciambella, e la fragranza dei semi d'anice si spandeva per la cucina, che ho notato la scritta sul vetro della finestra. All'inizio ho pensato che fosse schiuma da barba, poi ho capito che l'avevano vergata con una di quelle odiose bombolette che vanno tanto di moda a carnevale.
Crepa, stregone!
Non ho avuto difficoltà a leggerlo, anche se le parole erano scritte a rovescio. Ho ancora i riflessi pronti e gli occhi buoni, io.
Ho raccolto dal camino l'attizzatoio, e, più svelto che potevo, sono andato alla porta. Naturalmente ormai
non c'era nessuno, là fuori, ma proprio nel bel mezzo del vialetto, qualcuno aveva lasciato un cumulo di sacchetti di plastica della spazzatura squarciati. Una schifosa macedonia di bucce di patate, lattine vuote, ossa di pollo, fondi di caffè.
Mocciosi, discoli, ragazzacci sciagurati, animali! Degni figli dei loro padri. Per un momento la vista si annebbia di rosso. La salivazione che aumenta (e questo è già un grosso problema, quando come me si porta la dentiera), mentre penso a quanto il grande Anubi, il tenebroso Signore dei morti, gradirebbe il sacrificio di uno di loro. Uno qualsiasi.

Questa notte a Montelupo non ha dormito nessuno.
Un cerchio di fiaccole e torce elettriche, lungo quanto il perimetro delle mura, si è allargato nei campi e tra gli alberi a ridosso del borgo, mentre i richiami degli uomini e i guaiti eccitati e nervosi dei cani si mischiavano alle preghiere e ai singhiozzi delle donne.
Un nome si ripeteva ossessivamente, gridato con voce rauca dalle gole esauste, invocato come la Vergine nella processione del giorno dell'Assunta:quello di Gaetano, il bambino di cinque anni che da due giorni è scomparso da casa e dal paese.
E' quasi mezzogiorno, e inutilmente indugio ancora sotto le lenzuola, nella vana speranza di riuscire finalmente a prendere sonno. L'alba era già passata da un pezzo, quando gli ultimi volontari si sono arresi, e hanno abbandonato le ricerche, con le scarpe sporche di fango, le maniche delle camicie straziate dagli spini aguzzi dei cespugli di more e il cuore gonfio di dolore impotente.
Naturalmente c'ero anch'io, tra loro.
Un salto al bar, prima di rincasare, per darsi coraggio, e non pensare all'orrore troppo vicino;chi
prende un caffè, chi un cappuccino, chi un bicchierino di grappa.
- E' caduto in una roggia, poco ma sicuro. -
dichiara Rolfo, scaracchiando sul pavimento.
- No, le abbiamo esplorate tutte. Per me l'hanno rapito gli zingari. E non sputare, schifoso! -
lo zittisce Pietro, passandosi l'unghia del pollice tra gli incisivi per recuperare un pezzo di salsiccia rimasto incastrato dalla cena di ieri sera.
- Sei fuori strada, imbecille. -
interviene secco Nicola.
- E' dalla fiera di agosto, che quei vagabondi fetenti non si fanno vedere qui intorno. E se con la doppietta ne ho beccato qualcuno solo di striscio, quando cercarono di fregarmi il maiale, vedrai che se ne staranno alla larga ancora un bel po'! -
Risate stanche, poco convinte. Poi torna il silenzio, calando su tutti noi come il coperchio di un tombino da fogna.
- Ma allora chi...? -
Domanda sottovoce Gregorio, il pecoraio, un seccaccio tutto nervi e ossa.
Non c'è risposta:braccia che si allargano, spalle che si alzano e si stringono, poi, senza che nessuno mostri di accorgersene, sette facce si girano all'unisono verso la finestra, attraverso la quale, in lontananza, galleggiando sinistro nella foschia che tarda ad alzarsi, si intravede il Ginepro.

Sono due giorni che non la smette di venire giù. Pioggerellina gelida e tediosa che anche se te ne rimani a casa, all'asciutto, riesce a entrarti prima nell'anima e poi nelle ossa.
Dalla finestra dello studio, qui al secondo piano, vedo passare lungo la strada del cimitero,
l'interminabile fila scura del corteo funebre, che segue mestamente una bara bianca, così minuscola e leggera che non faticherebbe a portarla in spalla un uomo soltanto.
Persi mia sorella minore, travolta di una delle poche automobili che circolavano al Cairo, il giorno del mio ottavo compleanno, poco prima che la famiglia fosse costretta a filarsela via per evitare guai con gli integralisti (che già allora cominciavano a fare sul serio).
Quindi posso capire perfettamente il dolore di chi rimane, dopo una simile perdita.
Mi ha detto la Silvana che tutti i muri del paese sono tappezzate di manifesti listati a lutto con la fotografia del bambino morto:infatti due li hanno appiccicati anche sulla parete anteriore della villa... e la mano di qualche imbecille, chissà perché, ci ha disegnato sopra con una bomboletta spray di vernice gialla una stella di David.
Spero che il significato di questo gesto sconsiderato non sia quello che penso.
Lo spero proprio.

Il curato va avanti a parlare di agnelli e pascoli celesti, ma non credo che siano in molti, a starlo a sentire. Di sicuro ciò che tutti vogliono è che quel che rimane di Gaetano sia lasciato a riposare in fondo alla sua fossa, e che l'autore dell'omicidio sia trovato prima che possa fare altri danni.
Siamo tutti parenti e amici qui a Montelupo, ma, fìnché non sarà scoperto l'assassino, quell'ombra di sospetto che puoi leggere negli sguardi dei paesani quando si parlano e si guardano tra loro, non potrà scomparire del tutto. Anche se sono in molti a pensare che dev'essere stato un forestiero.
Il maresciallo dei Caramba ha convocato tutti i
capifamiglia e li ha invitati a mantenere la calma e a tenere d'occhio quelle teste calde dei figli, e di non farsi opinioni affrettate.
- Lasciateci lavorare tranquilli, e vedrete che presto o tardi lo sbattiamo dietro alle sbarre, il bastardo. E in caserma sappiamo come fargliela pagare subito, senza lasciargli addosso segni che possano insospettire il giudice. -
Strano che, con tanti tacchini gallonati in giro, abbiano fatto parlare proprio lui, l'ultima ruota del carro. Ma forse anche questo fa' parte del gioco.
Io invece credo che le indagini non si presentino per niente semplici, visto che sono passati tre giorni dalla sua scomparsa, prima che due donne che andavano a raccogliere legna in pineta trovassero il corpicino carbonizzato, nascosto alla meglio sotto uno strato di frasche e pigne secche.
Lì per lì non avevano capito bene neanche di cosa si trattasse, e tenendo presente che mancava la testa ed entrambe le braccia, posso anche intuire perché.
Facendo fischiare le gomme sul brecciolino sono piombate dalla strada provinciale una decina di "gazzelle" con tanto di sirene e lampeggianti, come se ci fosse ancora qualcosa da fare, e subito dopo la sfilata interminabile delle automobili dei giornalisti e i furgoni attrezzati delle televisioni, e le stradine del paese erano così piene di cavi elettrici che si faceva fatica persino a camminare.
Alle otto di sera tutta Montelupo era davanti alla televisione, per vedere sul TG del Primo o su Canale 5 chi di noi era stato ripreso. La Lucrezia, che con le tette e le chiappe che si ritrova era stata la prima a essere notata dagli inviati speciali, prima di lasciarsi intervistare era andata a cambiarsi, indossando il vestitino rosso delle grandi occasioni. Sì, sempre il
solito, quello con la gonna che si ferma a mezza coscia, tanto aderente, sotto la scollatura, da chiedersi come cavolo fa' a respirare, strizzata così. Dicono che abbia subito telefonato a suo cugino Berto, giù a Rosignate, perché registrasse una videocassetta da conservare, e che quando si è accorta che avevano tagliato il servizio, si sia chiusa in camera piangendo come un vitello per mezza giornata.
Non mi piace come si stanno mettendo le cose. A mezzogiono, mentre me ne stavo seduto all'osteria, a far fuori un quarto di vino e una gazzosa al mio solito tavolo d'angolo, ho sentito quello spaccone del Michele che sobillava i suoi compari perdigiorno, dicendo che ci metteva la mano sul fuoco che ad ammazzare il piccolo è stato il Ransette, e che se qualcuno si fosse preso la briga di cacciare il naso al Ginepro avrebbe trovato da qualche parte la testa mancante, sempre che il matto non se ne fosse servito per fare una di quelle muffimi... mammifu... (fancùlo!) mummificazioni per cui andavano matti i suoi amici egiziani.
E quei quattro fessi lo stavano ad ascoltare guardandolo come Dio in terra, e nessuno mi toglie dalla testa che, mezzi ubriachi com'erano, se lui avesse semplicemente chiesto di seguirlo, di sfondare il cancello della villa a colpi di mortaio, e magari di dare una lezione al vecchio, non se lo sarebbero certo fatti ripetere la seconda volta.

Non so perché, ma in questi ultimi giorni non riesco a concentrarmi come al solito sui miei studi e sulle mie ricerche.
Persino il papiro che Amhed giura di aver rinvenuto tra le rovine sepolte di Akhetaton, la superba capitale fondata da Amenofi IV, e di aver portato a rischio della propria pelle fuori dal paese, ha perso gran parte del
suo interesse. E pensare che, il giorno in cui lo liberai dall'imballaggio che l'aveva protetto dalle insidie del viaggio, rimasi in attonita contemplazione per l'intero pomeriggio, stupito e nello stesso tempo incredulo per ciò che vedevo, assolutamente incapace di pronunciare una sola parola.
"Il papiro dei gatti di Aton"
lo battezzai, per via dei due felini sacri effigiati in capo alla cupa storia raccontata dai geroglifici:una vicenda di intrighi, di potere e di morte, quella che portò il perfido Aye, tutore del giovanissimo Tutankhamon, ad assassinare in modo feroce prima il giovanissimo pupillo e subito dopo la vedova ancora fanciulla. Un reperto di straordinario valore storico ed archeologico, che illumina di una luce sinistra l'ultima fase della XVIII dinastia...
Ma la scomparsa e la morte tragica del piccolo Gaetano, l'ostilità sempre più manifesta e incomprensibile che persino i sassi del paese sembrano riverberare contro la mia persona, mi hanno pian piano precipitato in una cupa apatia, che m'impedisce persino di godere dei progressi che, secondo le scritture degli antichi sacerdoti, riesco a realizzare nell'arte sacra ad Anubi:da una cassapanca del mio piccolo museo privato mi fissano, con i loro nuovi occhi scintillanti e immobili, il cane orbo e il gatto sciancato che ho liberato dagli affanni e dalle sofferenze di un'esistenza randagia, restaurandone i corpi menomati e preservandoli dalla corruzione oltraggiosa della decomposizione.

Anna Lisa era l'unica bambina bionda di Montelupo. I suoi capelli erano così chiari che tutti, in paese, la chiamavamo "Canapina".
Ma quando l'hanno ritrovata, a poche centinaia di
metri dalla carbonaia che per due giorni era stata il tragico sepolcro del piccolo Gaetano, e a meno di un chilometro dal Ginepro, non è stato certo per i suoi lunghi riccioli d'oro, che l'hanno riconosciuta:di quelli non ce n'era più neanche uno, raschiati via dal cranio insieme alla pelle. E quanto al resto era tutto così malridotto che c'è voluto il dentista che le aveva applicato l'apparecchio per raddrizzare l'arcata, per dire l'ultima parola sull'identificazione della vittima.
- Nessuna traccia di abuso sessuale. -
pare abbia dichiarato il medico legale, dopo il primo sommario esame effettuato nella sala delle adunanze del Municipio, requisita per l'occasione, e subito la notizia si è diffusa tra le case del borgo più veloce di un'epidemia di morbillo all'asilo.
Gli inviati delle radio e delle televisioni sono talmente delusi che potresti leggerglielo in faccia perfino al buio.
Gli ingredienti c'erano tutti:sesso, violenza e morte, cosa vuoi di più? Era così perfetto... adesso invece sembra quasi che abbiano avuto i ladri in casa. Li vedi intenti a confabulare tra loro, preoccupati, all'affannosa ricerca di un'altra storia da rifilare al pubblico affamato di sensazioni forti.
Noialtri, invece, nonostante il freddo, mentre la neve comincia a scendere imbiancando cappotti e cappelli, anziché mollare tutto per rifugiarci al calduccio sotto le coperte, ce ne rimaniamo tutti in piazza a contare i rintocchi dell'orologio del campanile, che nemmeno i cavalli quando ruminano il loro sacco di biada, son capaci a starsene così zitti. Tutto d'un tratto se n'esce fuori come i dolori quella vecchia squinternata della Clarissa e strepita:
- Uomini! Cosa ce li avete a fare codesti pendagli sotto la cintura? Almeno suonassero, come i campani che
le vacche portano al collo! Lo sappiamo tutti chi ha combinato questo macello! -
E rotea in giro quel suo sguardo da neurodeliri, puntandoci il dito sotto il naso, uno per uno.
- L'altra sera l'ho visto io, con questi occhi, il Ransette che tutto curvo, per non farsi notare, trascinava un sacco in giro per il bosco! E adesso lo so, cosa ci teneva dentro! Senzaddìo, fattucchiero maledetto che coi suoi riti magici ci porterà via tutti i figli... se non lo fermiamo subito! -
Si vede che la maggior parte dei presenti non aspettava altro che di sentire quelle parole, perché prima ancora che Clarissa finisca di parlare, otto o nove scalmanati già sono in piedi intorno al Michele, col viso stravolto dalla rabbia e i pugni stratti levati in alto.
- Si! Sì! -
urla lui, indurendo la mascella e i muscoli, con le vene del collo così gonfie che sembra stiano per scoppiare da un momento all'altro.
- E' ora di finirla! Andiamo a stanarlo dalla sua spelonca, il demonio! -

Ho riservato la teca nuova alla collezione di scarabei:piccoli, preziosi amuleti in osso, legno rame, argento e oro, raccolti nei complessi funerari di Giza, Saqqara, Abu Simbel e Deir el-Bahri. Credo che neppure al British di Londra, o al Museo Egizio di Torino, esista una raccolta completa e preziosa quanto la mia.
Disporre in ordine sui ripiani di vetro i reperti arrivati con l'ultimo invio mi aiuta a rilassarmi, e Dio solo sa quanto ne abbia bisogno, nella sconsolata angoscia che mi è compagna in questi giorni.
Ero venuto qui a Montelupo per trovare finalmente un po' di serenità, per dedicare ai miei studi questi
ultimi anni di un'esistenza ormai esausta dal suo stesso protrarsi...
E invece mi ritrovo in un luogo maledetto che all'improvviso sembra essere diventato il centro stesso dell'inferno.
I medesimi demoni che hanno fatto scempio dei due bambini, ammiccano verso di me dagli occhi dei paesani quando, passando per la via, alzano lo sguardo verso le mie finestre.
Gelide premonizioni di morte mi attanagliano da dentro:credo che prima di coricarmi, stanotte, reciterò le sacre formule del Libro dei Morti.

Cercare di fermarli, adesso, sarebbe un suicidio.
Non posso che restarmene in disparte, mentre i primi lanci di pietre infrangono i vetri delle finestre del Ginepro. Poi le grida di scherno, gli insulti, qualcuno scavalca l'inferriata che protegge il giardino, tonfi sordi sul portone d'ingresso, lo schianto del legno che cede. Mi avvicino quel tanto che basta per ascoltare le invocazioni del vecchio, le bestemmie degli assalitori, gli schiocchi sordi e raccapriccianti delle percosse. Solo quando il riverbero delle fiamme illumina la neve davanti alla casa, e già i giustizieri fuggono a rifugiarsi nelle tenebre della notte, sento avvicinarsi il miagolare isterico e ormai inutile delle sirene.

Un universo silenzioso di dolore, bianco e odoroso di disinfettante e medicinali. Lo stillicidio della flebo, che a intervalli regolari un'infermiera viene a sostituire.
Sono stanco di soffrire. Sono stanco di vivere.
Tutto ciò che contava, per me, è bruciato nel rogo di Villa Ginepro, insieme alle mie carni.
Alterno brevi momenti di veglia a lunghi periodi di
assopimento chimico;a ogni risveglio, contro il mio intenso desiderio di oblio, nonostante il dolore lancinante delle ustioni che martoriano il mio corpo dalla testa alla punta estrema dei piedi, sento una parte di me, irragionevolmente, gioire per l'ennesima effimera resurrezione.
Presto passerò davanti a te, e alla tua bilancia, divino Toth, e con cuore sincero pronuncerò, secondo quanto scritto nel centoventicinquesimo capitolo del Libro dei Morti, l'elenco dei peccati che non ho commesso.
Io non bestemmiato.
Io non ho rubato.
Io non ho stuprato.
Io non ho mai alzato la mano contro un fratello. Perché i fanatici sicari nazisti che nel '42 a Varsavia coi miei compagni facemmo saltare in aria, lanciando una granata nel loro covo, non erano certo fratelli miei, ma del diavolo.
Però c'è qualcosa che voglio vedere, adesso.
Prima che vengano a iniettarmi altri farmaci che annullino, insieme al dolore, la mia volontà.
Prima della fine.
Raccolgo ogni forza residua, e cerco di ritrovare tutta la mia lucidità, perché so che non potrà esserci un secondo tentativo. Oltre alla mortale debolezza debbo vincere l'ostacolo delle fasciature che irrigidiscono le articolazioni e le membra. Finalmente riesco a calare le gambe dal letto, reprimendo a fatica un grido per le fitte lancinanti che accompagnano ogni frizione delle garze sulle piaghe.
Sono in piedi, e riesco a muovermi, anche se immagino che la mia andatura, in queste condizioni, somigli a quella ridicola di un pinguino zoppo.
Resto schiacciato dall'improvvisa consapevolezza che
non ci sono specchi in una camera d'ospedale, poi la porta del bagno riaccende la speranza.
Stringere la maniglia per aprirla è come serrare tra le mani un ferro rovente.
Ma c'è.
Sopra al lavandino. Sufficientemente grande da riflettere la mia immagine dal bacino in su.
E l'immagine che mi rimanda è proprio come speravo che fosse.
Bende bianche avvolgono il volto, lasciando scoperte soltanto le pozze oscure e opache degli occhi.
Bende bianche avvolgono il torace e le braccia, il bacino, le cosce.
Tale e quale la mummia di un faraone:una degna fine, per me.
" OSIRIDE, ACCOGLIMI! "
grido, spirando tra le braccia del giovane medico che intanto è accorso, trafelato e più terrorizzato di me.

Così è morto.
Povero vecchio squinternato:c'è venuto fino a Montelupo, per finire ammazzato in quel modo!
I forestieri, giornalisti e curiosi, se ne sono andati via, lasciandoci come ricordo un po' dappertutto lampadine da flash bruciate e pacchetti accartocciati di sigarette americane.
Dopo il linciaggio i miei compaesani vagano di qua e di là senza una meta precisa, con l'espressione assente e gli occhi bassi di chi si vergogna di qualcosa, e ha una gran fretta di dimenticarla. Ma ho l'impressione che, per quanto don Andrea possa riempirla fino all'orlo, non basterà l'acquasantiera della chiesa, per lavare le mani lorde di sangue innocente.
Ho detto innocente, proprio così:infatti l'assassino, la bestia, è ancora in circolazione tra noi.

Già. Anche se non posso dirlo a nessuno, io lo conosco bene, il lupo che ha fatto la sua tana tra le pecore. E so che, adesso che ha assaporato il dolce nettare del delitto, non sarà facile fermarlo:perché lui è scaltro almeno quanto spietato.
Certo che finché c'era il Ransette, tutto era più semplice:quello era un vero e proprio parafulmine, fin troppo facile far ricadere ogni sospetto su di lui.
Ma adesso che è sepolto in una cassa di zinco sotto due metri buoni di terra... non si può certo accusare un defunto!
Perciò l'altro ieri, approfittando della confusione, ho sottratto al vecchio Simone la pipa e quello strano accendino che comprò quando lavorava da carpentiere in Germania.
Una vera ispirazione:sono stato previdente, a quanto pare.
Li porterò in tasca, oggi pomeriggio, quando andrò a prendere la piccola Marinella all'uscita del doposcuola, e la convincerò a passare dal bosco.


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