FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA BARA DI SCHROEDINGER
Marco Passarello
Quello di trovarsi nella situazione in cui mi trovo era un terrore molto diffuso nei secoli passati, quando morire era ancora una cosa facile, troppo facile per essere sicuri che non esistesse la possibilità di tornare indietro, per poi ritrovarsi irrimediabilmente sigillati sotto terra, condannati a morire una seconda volta. Oggi, semmai il problema è opposto: il timore non è quello di essere dichiarati morti con troppa leggerezza, bensì quello di non ricevere mai il sospirato viatico, e di rimanere per sempre nel limbo, il corpo imbrigliato da una ragnatela di mille fili e tubi, come quello di una marionetta in cui un burattinaio tecnologico cerchi di instillare un'inutile, inconsistente parvenza di vita. E per questo forse che non mi ero mai imbattuto nel timore di risvegliarmi nel chiuso di una bara. Non mi era nemmeno mai passato per la mente. O meglio, solo una volta: quando lessi "Il Seppellimento Prematuro" di Poe. Eppure anche in quel caso non provai alcun brivido: mi feci al contrario delle grasse risate all'indirizzo del protagonista, ossessionato dal terrore di essere seppellito vivo, fino al punto di svegliarsi urlando terrorizzato, scambiando per l'interno di una bara la buia e stretta cuccetta marinaresca in cui era stato deposto. "Ma guarda che manie avevano nell'Ottocento!", mi limitai a pensare, e non presi ulteriormente in considerazione quell'avvertimento che il Destino, attraverso la letteratura, mi mandava.
Eppure quella lettura non è stata inutile. Se non altro, quando mi sono risvegliato in questa bara, senza un ricordo preciso di come ci fossi capitato, la mia mente è balzata subito verso quel racconto letto tanti anni prima, e lo ha afferrato come un ancora di salvezza. Immaginando che tutto fosse frutto di un equivoco, ho cominciato a esplorare metodicamente il luogo in cui mi trovavo, alla ricerca dell'indizio che mi avrebbe dimostrato in quale stupido autoinganno ero caduto. La consapevolezza di essere realmente imprigionato senza scampo, di non poter trovare alcun indizio che mi consentisse di uscire ridendo da quella situazione, mi ha raggiunto così non in maniera subitanea e violenta, ma gradatamente, e questo mi ha permesso di non perdere del tutto la calma. Non ho urlato, non mi sono scagliato contro le pareti della cassa. Un po' perché i miei sensi e le mie forze non erano pienamente efficienti, ma sembravano solo parzialmente attivi (per motivi che allora ignoravo, ma ora comprendo molto bene), un po' perché non volevo consumare inutilmente ossigeno ed energia. Sono rimasto invece in silenzio, silenzio assoluto. Ho bloccato, per quanto potevo, anche il respiro. Tutto inutile: non riuscivo a udire il minimo rumore che mi potesse comunicare qualche informazione su ciò che stava all'esterno della cassa. Ho immaginato l'irreparabile: sepolto sotto due metri di terra, non c'era nulla ormai che potesse tirarmi fuori di lì in tempo utile. Forse in quel momento qualcuno passeggiava accanto alla mia tomba, chiedendosi oziosamente come me la passassi sottoterra. Nel buio assoluto è molto facile immaginare le cose. Ho immaginato questo personaggio, di cui non potevo vedere il volto, ma solo le suole delle scarpe, che camminava due metri sopra la mia testa. Più passava il tempo, più la mia mente aggiungeva particolari a questa immagine, finché non è diventata per me totalmente reale. Mi sono convinto che quel personaggio non era frutto della mia immaginazione, ma esisteva realmente, era davvero lì a contemplare la mia tomba. Perché, se io percepivo lui, lui non percepiva me, non riusciva a capire che io ero ancora vivo lì sotto? "Svegliati, fai attenzione, perdio!", gli ho gridato. "Posso vivere solo se capisci che sono ancora vivo!"
Fu in quel momento che, improvvisamente, la situazione mi è diventata chiara. Ho ricordato la storia del gatto di Schroedinger, quel simpatico paradosso che si trova su tutti i libri di fisica, e che resta in mente anche a chi non ha capito nulla di fisica atomica e di teoria quantistica. Diceva Schroedinger che, se chiudiamo un gatto in una scatola in modo che sia perfettamente isolato dal mondo esterno, e se mettiamo nella scatola un congegno mortale, costruito in modo da scattare in un momento imprevedibile, diceva dunque Schroedinger che per la fisica questo gatto non è né morto né vivo; possiamo solo calcolare una funzione di probabilità, che ci dice che, per esempio, se in questo momento c'è il 50% di probabilità che il congegno mortale sia già scattato, il gatto allora è morto al 50% e vivo al 50%... Solo se si apre la scatola, la presenza dell'osservatore fa "collassare" la funzione, e il gatto diventa istantaneamente vivo al 100% o morto al 100%. Altrimenti, se il gatto continua a restare isolato dagli osservatori, per la fisica il gatto rimane un gatto parzialmente vivo (o parzialmente morto, dipende se si è ottimisti o pessimisti). Ecco dunque cosa mi è capitato: completamente isolato dal mondo esterno, ho perso la mia univocità, e non sono né vivo, né morto. Temo perciò che dovrò aspettare molto, molto tempo in questa bara: qualunque evento, per quanto improbabile, non è mai impossibile, e dunque la mia probabilità di essere vivo non scenderà mai a zero; ci sarà sempre un'infinitesima percentuale di vita in me, fino al momento in cui gli attrezzi del becchino o una qualche catastrofe naturale non riporteranno alla luce il mio corpo, e mi faranno collassare definitivamente nella morte o nella vita. E un peccato che, con l'andare del tempo, l'eventualità che la mia attesa si concluda da vivo diventi sempre più improbabile. Non perché ci tenga particolarmente, ma perché vorrei raccontare a tutti che essere morti al 70% non è poi così diverso dall'essere vivi.
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