FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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OLTRE IL CONFINE DEL BUIO
Marina Gentile
Fin da bambina, il buio mi terrorizzava e man mano passavano i minuti tic tac tic tac una sorta di morsa mi stringeva la gola tanto da trasformare quest'ultima in un inutile budello da dove non usciva alcun suono, mentre la mia piccola massa cerebrale contenuta in una scatola sillabava senza sosta "Mamma... Mamma...", ma questa non arrivava lasciandomi in compagnia del mio 'inutilè orsetto di pannolenci, il quale, con l'arrivo della maggior età, fu rinchiuso nel baule dei ricordi e più tardi affidato con cura alle rive del mare come un pronubo affida una giovane sposa all'Altare fiorito.
Il mattino seguente un raggio di luce filtrava attraverso le persiane accostate ed i miei occhi, schiusi al nuovo giorno, seguivano il contorno delle cose amate, e sbalordivo al pensiero di come il buio rendesse misterioso e arcano il mio spazio che ben conoscevo, e istintivamente azionavo i comandi del trenino elettrico di mio fratello seguendone affascinata il percorso. Bella invenzione i trenini... Bella invenzione la fantasia che mi portava lontano, lontano; tra le moschee, le dune del deserto, le piramidi egizie ed ovunque io volessi andare.
Pur sforzandomi la mia immobilità fisica è totale, persino le palpebre restano fisse concedendomi solo una piccola fessura dalla quale posso vedere che qui intorno è rimasto solo un gran buio e fra un po', son convinta, anche l'ossigeno rimasto si esaurirà.
Credo di avere le mani algide e sento che qualcuno le sta sfiorando in una carezza furtiva.
Un brivido corre lungo la mia schiena, mentre pian pianino da un contorno sfocato individuo la figura di mio padre e di lui i suoi occhi seri, il suo naso importante e quella piccola incavatura sul mento che ho ereditato in qualità di figlia.
Vorrei dire cose mai dette, ma non esce alcun suono dalla mia bocca chiusa, e vorrei che fra di noi un lungo abbraccio suggellasse il nostro amore, ma la mia rigidità è totale. La sua mano continua a sfiorarmi silenziosamente non la vedo ma di essa conosco ogni ruga, ogni venatura, ogni solco.
So che le unghie sono smussate e tondeggianti, ed essa è per me come un libro dal quale leggo la sua lunga vita di figlio a sua volta, di padre da sempre. Già da fanciulla rimanevo lungamente a guardare mio padre, scrutavo i suoi movimenti, la sua mimica, cercavo di imparare da lui a vivere ammirandone la sua invulnerabilità, ma alle volte pareva che fosse lui ad imparare qualcosa da me succedeva raramente ed allora capivo che non di rado dietro una falsa torre di ferro si nascondono le persone più sensibili. Poche volte l'ho veduto piangere e la cosa che ricordo è che le sue lacrime prima di scivolargli addosso pareva danzassero all'interno dei suoi occhi di acquamarina un elegante minuetto, ma, sentendosi osservato, giustificava il suo pianto "come uno strano bruciore agli occhi" e con una soffiata di naso e una scrollata di spalle si allontanava ma in me rimaneva un discorso inconcluso, e, mentre ritornavo ai miei giochi, un'ombra rimaneva in agguato.
Un soffio gelido e la sua immagine viene spazzata via come una foglia gialla in un sentiero autunnale. Sento una lagrima sgorgare dai miei occhi eppure non sento sul mio viso la stessa scivolare; intorno a me il buio sembra essersi inspessito, mentre dall'imbottitura di questo mio ultimo rifugio esalano gli odori del passato misti a naftalina e muffa, come se essa la cassa di legno era lì pronta a ricevere il mio corpo da tanto, troppo tempo...
Eppure, nonostante mi ritrovo rinchiusa, credo fermamente che qualcosa accadrà, anche se questa esacerbante attesa mi sta logorando il sistema nervoso e fra un po' inizierò a scalciare e urlare a squarciagola "Fatemi uscire!!!"
E se non ci fosse nessuno qui fuori? E se le mie grida di disperazione fossero confuse con il vociare dei bimbi? E se questo buio che mi avvolge come una pesante coltre mi rimanesse addosso come glutinosa fuliggine? E se... se solo mi ricordassi cosa ci faccio qui sarebbe più facile uscirne, ma l'ultima cosa che ricordo è il bianco accecante prima di questo buio pesto...e ancora prima una donna grassoccia ma di bell'aspetto, ingentilita da un abito di seta color muschio coprente fino al ginocchio ma che lascia intravvedere il solco delle mammelle che riconosco familiare.
Nonostante il suo personale noto che muove una gamba dietro l'altra con grazia e leggerezza, come un cherubino in un quadro di Raffaello.
Di mia madre porto sempre con me i suoi occhi dolci come marzapane, schiusi come deboli petali di un fiore, lontani come la mia infanzia, umidi come giornate d'autunno.
Mia madre, avviluppata dalla tristezza, adesso mi sorride e gli occhi di colei che ho amato di più' al mondo guizzano di gioia come zampilli d'acqua dalle fontane romane. Mia madre con amorevole riguardo rimboccava le coperte di noi figli, ci viziava con dolci e giocattoli di tutti i tipi, ci amava annullandosi totalmente.
La sua unica millanteria di "femmina" era data da uno strato leggiero di rossetto che adoperava mettersi davanti allo specchio poco discosto dalla porta di casa. Indossava il suo cappotto marrone e prendendo me e mio fratello per mano (io alla sua destra), ci portava seco al mercato ed ivi contrattava con i mercanti per risparmiare qualche lira che metteva da parte con parsimonia, affinché raggiunto un preciso ammontare potesse servire per l'acquisizione di un qualche ninnolo per noi piccoli. E' ritornata l'oscurità' con la sparizione dell'immagine prediletta, e con essa è ritornato il panico.
Sarà questo il morire a cui tutto il genere umano è destinato? E se questo è morire, dopo questa anticamera forzata in quale sito verrò collocata nella trilogia dantesca... forse mi calerò per la discesa erta dell'inferno? O forse ascenderò per il monte dei beati conoscendo la grazia di colei che fu "per il divin poeta musa ispiratrice... "? O forse, più semplicemente, dopo questi barlumi di coscienza a ritroso nella mia apodittica breve vita, diverrò parte integrante di questo buio!
Sembra irreale come un luogo possa contrapporsi ad un altro sito a distanza ragguardevole, eppure ai miei occhi si apre come un ventaglio la spiaggia della mia giovinezza dove nelle giornate più afose noi piccoli solevamo stare ore ed ore a bagnomaria fino a farci avvizzire i polpastrelli e scurire le labbra. Usciti dall'acqua mi piaceva costruire case e castelli fin quando i piedi dispettosi di mio fratello si trovavano guarda caso a passare da lì, calpestando in un attimo ciò che con cura stavo edificando.
A quel punto iniziavano le grandi guerre che finivano sempre con me bambina soccombente e piangente e altrettanto il mio fratellino che riceveva a titolo gratuito due ceffoni per mano materna. Indi venivamo trascinati vicino l'ombrellone, e mio fratello riposto a forza accanto mio padre ed io a poca distanza da mia madre che passava il suo tempo sferruzzando sciarpe e berretti a maglia rasata sempre uguali, di identico colore, che noi piccoli solitamente dimenticavamo sotto i banchi di scuola. Comunque quel castigo non durava molto, infatti alla prima distrazione di un genitore ci ritrovavamo a sollazzare in riva al mare.
E' insolito come la mia fantasia mi abbia riportato in quei luoghi, anche se ora la spiaggia è tutta per me, non v'è alcuna persona, gli ombrelloni sono chiusi, abbandonati alla salsedine e al sole scorticante; le capanne di legno (sempre in fila indiana) han perso il loro originario colore blu mare, alcune porticine sono aperte, altre scardinate. I miei piedi mi portano quasi incontrollati davanti la N° 213, e con un mezzo sorriso afferro la maniglia ed entro. Non riesco a quantificare gli anni trascorsi, ma la memoria è viva e sui ganci alle pareti sono appesi i nostri costumi e sull'unica mensola un piccolo specchio da borsetta che solo in alcune parti adesso riflette.
Il silenzio è spettrale in questo metro quadrato rinchiuso da un gabbiotto di legno dove il sole filtra a fatica.
E' disperazione quella che sento provenire dall'esofago fino ad attanagliarmi la trachea, un grande impulso mi costringe alla fuga.
Il silenzio è spettrale, rotto solamente dal lieve tintinnio di un ferro da maglia dimenticato.
Il cielo è sgombro; il sole mi irradia ma non mi scotta; qualche gabbiano intreccia voli annoiati; credo che, se si potesse scegliere il luogo dove morire, io sceglierei questa spiaggia. Qui dove i miei passi si inseguono levigati dall'acqua cristallina del mare, qui dove il mio sguardo si perde nella bianca spuma del mare e le mie orecchie dietro il sordo fragore delle onde sulle rocce.
In questo luogo dove come per malia sparisce età e tempo, e il tramonto pare duri millenni lasciando il buio della notte spezzato dalle luci intermittenti delle stelle.
Un buio pesante riavvolge la pellicola dei miei ricordi. Qui intorno nessun punto luminoso attrae la mia attenzione. Forse "qualcuno" avvalendosi dell'oscurità vuole che la stessa ci aiuti a riflettere, a porci domande nell'attesa di poterle trasmutare in affermazioni.
Chissà se ho saputo spendere bene i miei anni per esempio; forse ho troppo preteso o forse avrei potuto osare ma son rimasta in retroguardia ad aspettare che altri i più audaci cogliessero vittorie e sconfitte.
Adesso aspetto rinchiusa in questo comodo guscio rassegnata in parte e combattiva in altra, pronta e vigile a captare dall'e sterno qualcosa che mi venga in aiuto per svelare questo enigma nel quale anche Edipo avrebbe annaspato; "COGITO ERGO SUM "non ricordo chi lo disse ma la cosa certa è che se penso SONO, e se sono ESISTO; ecco che la conoscenza, come frutto del sapere, in questo momento mi occorre per non andar fuori di senno e mantenere, anche se in forma superficiale, uno stadio di calma, apparente che mi aiuti a cogliere l'aspetto positivo di questa coercitiva immobilità, sembra utopistico pensare al positivo in questo mare di guai, ma è verità che ogni cosa ha il suo contrario e così come al giorno segue la notte e alla vita la morte, così anche nel mio caso dove tutto è negativo o apparente mente negativo potrò cogliere l'aspetto positivo prima o poi e se buio si contrappone a luce, riuscirò a rivedere, anche se forse attraverso l'esile luccichio di un moccolo. La parola luccichio mi fa pensare e pensare molto. Per esempio sul lungo Arno quando ad una certa ora il buio delle acque viene ammorbidito dai riflessi delle finestrelle tutt'intorno ed una magica atmosfera rende romantico anche respirare. Mano nella mano, la sua tremava commosso di ammirare l'incarnato del mio volto leggermente pallido e assorto nell'immagazzinare emozioni e colori di quel viaggio alle soglie dell'inverno. Si era commosso anche quel giorno gelido di dicembre quando giunsi all'interno della piccola chiesa poco discosta dalla casa paterna indossando l'abito nuziale di morbida seta.
Quando arrivai all'altare, dall'interno dei suoi occhi verdi lago scivolarono due lacrime di commozione e felicità, mentre gocce di sangue sgorgavano dal crocifisso posto immediatamente d'innanzi al pulpito. Mi ero innamorata del suo timido sorriso e mi diceva sempre " Fin quando staremo vicini nessuno oserà farti del male!"
Vorrei che in questo momento la sua voce spezzasse questo infinito silenzio rotto ormai sempre più raramente dai battiti lievi del mio cuore. " Fin quando staremo vicini nessuno oserà farti del male " ci credevo ed appoggiando con grazia la testa sulle sue spalle lui mi cingeva a se accarezzando amorevolmente i miei capelli e per preservare questi momenti chiudevo con doppia mandata la porta di casa. Un fischio attira la mia attenzione; forse l'attesa sta per concludersi e come un flashback riascolto il fischio inesorabile del capostazione. Sotto la pensilina lasciavo la mia famiglia a sventolare un fazzoletto in segno di saluto, mentre la bocca di mio padre si schiudeva in un sorriso che nascondeva malamente una smorfia di dolore. Il treno pian pianino iniziava la sua corsa e altresì iniziava il mio primo giorno di donna. I miei cari ripercorrevano la banchina in senso inverso senza il carico delle valigie ma pesanti nello spirito, mentre qualche passerotto sciacquettava il suo piumaggio sotto l'acqua delle fontanelle cinguettando. Poi tutto spariva tranne la mia immagine riflessa sul finestrino e quella inevitabile lagrima che moriva sulle mie labbra e della quale non scorderò il greve sapore. Lasciavo sotto la pensilina le mie bambole sulle quali il tempo avrebbe adagiato da lì a poco uno strato di polvere che nessuno avrebbe soffiato via; lasciavo una casa calda da dove dietro la finestra esposta ad est guardavo il sole levarsi e la pioggia cadere e poi le palme lungo il viale della libertà i cui fusti si ergono maestosi fino a sfiorare la volta celeste.
Il treno proseguiva la sua corsa, la mia città natia diveniva piccola e lontana, ma dentro me una grande nostalgia si espande va, consapevole che nelle sere di primavera in una anonima metropoli del nord un leggiero venticello mi avrebbe regalato l'illusione della brezza marina.
E' incredibile come in questo momento rivivo a tappe la mia vita, come in un lungo film proiettato su di un maxi schermo, dove il mio personaggio riveste il ruolo di attrice, regista, comparsa e spettatrice nel contempo.
Una grande luce mi investe mettendo fine ai miei ultimi ricordi. Mi ritrovo in un paesaggio ameno illuminato, non dal sole, non da torce bensì da se stesso. Di questo luogo inimmaginabile non riesco a descriverne forme e colori; eppure è fresco come un ruscello ed è un luogo di primavera dalle forme autunnali e dai colori estivi. E' il luogo che l'uomo cerca affannosamente dal suo primo vagito all'ultimo respiro.
E' il luogo per eccellenza dove non esistono sveglie, computers e valigette ventiquatt'ore, né tantomeno metropolitane e taxi, e qui e qui soltanto l'uomo può ammirare finalmente la bellezza e l'armonia inebriandosi, come un pianista che martella sui tasti bianchi e neri creando la Musica.
E' descritto nel libro delle favole, ma il bambino cresce e l'uomo non trova mai il tempo per ritornar bambino.
La lunga attesa, dunque, finisce qui; il treno della mia vita, sbuffando vapore e stanchezza, mi ha portato alla fine del viaggio. Forse vedrò altre stazioni, vivrò altre vite, e percorrerò vecchi percorsi. Chi lo sa!
Una bara di legno grezzo attrae la mia attenzione; stacco con cura una rosa bianca dal davanzale di una finestra vuota poggiandola sul Nome inciso: il Mio!!!
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