FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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EXEGI MONUMENTUM AERE PERENNIUS

Michele Colombo




Spesso è buio, qui dentro, e io non l'ho mai amato, il buio.
Non ricordo nella mia vita nemmeno un attimo in cui l'oscurità mi abbia procurato un'emozione anche lontanamente positiva.
Solo freddo, solitudine, timore, abbandono.
Non so perché mi viene in mente questo, proprio adesso... forse perché qui dentro l'attesa è abbastanza lunga da permettermi di formulare grandi e immaginose domande come questa, e altre ancora.
Io sono qui, mi sento abbastanza bene, eppure, a dispetto di ogni logica, mi trovo rinchiuso tra queste quattro pareti di legno, foderate di velluto lucente; il tutto, solo per soddisfare l'oziosa vanità di uno stupido gentiluomo di campagna e della sua consorte nullafacente.
Chi ha mai detto che l'uomo ha conquistato e colonizzato la terra per via della sua intelligenza, della sua capacità di apprendere e di adattarsi alle situazioni più diverse? Evidentemente, qualcuno che non è mai stato qui, in questa casa, con questa gente.
Credevo che poter far parte di una delle più grandi collezioni d'Europa fosse un privilegio, credevo di avere finalmente la possibilità di fermare la mia fugace ricerca almeno per un istante, abbandonando l'affanno che mi ha accompagnato attraverso i secoli e i continenti.
Mi avevano detto:
"Vedrai, non starai poi tanto male; ti tratteranno con i guanti di seta; ci saranno grandi feste ogni domenica, e il ballo per il genetliaco della regina, le celebrazioni per l'anno nuovo e per il ritorno dei coscritti dai paesi lontani; resterai a bocca aperta vedendo i fiori del pruno imbiancare come neve le terre fino a dove arrivano i tuoi occhi, e d'autunno l'acero infuocare la campagna con la sua macchia sanguigna."
Potete ben capire quali fossero le attese che avevo, io, prima di venire qui. Invece in questo posto non succede mai nulla, e ho paura che se non capita in fretta qualcosa di simile all'altra sera mi ritroverò presto, come al solito, ad imprecare al cielo in preda ad un attacco di nervi.
Non ho mai amato il buio, dicevo, inoltre questa insopportabile noia fa correre il mio pensiero nelle direzioni più disparate; ad esempio, mi viene da guardarmi indietro, e mi trovo a considerare che questa paura è sempre stata, per me, il veicolo di una singolare difficoltà a comunicare con gli altri: non so se anche voi avete mai provato questa sensazione, come di parlare e non essere compresi, alzare sempre più la voce per accorgersi che gli altri, attorno, neanche vi sentono... beh, questo a me accadeva ogni volta che fuggivo per cercare il sole, e questo ha segnato la mia vita.
Ricordo, da giovane, tutti gli amici del villaggio divertirsi come pazzi a scavare cunicoli nella sabbia, ad inventare percorsi sempre più tortuosi nel silenzio del deserto, ad emergere dal buio all'improvviso, alzando al cielo il grido dell'attacco di sorpresa, per ricadere esausti di tanta fatica e di tanto godimento; io no, io nei cunicoli non mi addentravo, le mie braccia striminzite, esili non potevano tollerare lo sforzo di scavare nel terreno infuocato; io mi appartavo per cercare in silenzio l'universo dentro me stesso e il mio destino, per sentire sulla pelle indifesa la violenza del sole africano, verso mezzogiorno.
Non ho mai saputo il mio vero nome, anche se gli amici mi chiamavano Rä-môn, "colui che secca al sole": appartenevo a quella colonia di disperati, che i genitori nemmeno ricordano più, senza casa, senza futuro; avere addirittura un nome, in quelle condizioni, sarebbe stato grottesco...
Non ho seguito la Grande Migrazione ad Occidente che i maschi della colonia organizzarono una sera d'inverno per sfuggire alla minaccia dei popoli del mare, spinti verso il villaggio dal gelo eccezionale di quell'anno; restai lì, troppo debole per scavare nel ghiaccio, troppo pesante da trasportare: fardello inutile, chi non ha nome, chi teme il buio; allora rimasi con le femmine, ad attendere una morte ingloriosa, invocata, sicura... si sarebbe presentata con gli occhi gialli, piccole fessure di rettile nel dolore della carne e dell'anima.
Fu un miracolo, e in quattro riuscimmo a scamparla, per quella volta; si dice: "Muore giovane chi è caro agli Dei", e quello non era decisamente il nostro caso.
Ricordo che quando le femmine cercarono di raggiungere gli altri ormai lontani mi sentii per la prima volta davvero solo.
Da quel momento ho attraversato la storia e le città col mio passo lento e cadenzato, con quell'andatura un po' goffa e un po' altera di chi soffre senza mostrarlo, con la bramosia di conoscere le scoperte meravigliose dell'uomo e degli altri esseri della Terra, di vedere la luce dell'anima in fondo al cammino così difficile e pericoloso, solo, senza un nome; mia unica, fedele compagna, la paura del buio.
Ho visto quasi tutto quello che i libri riportano, e quando è accaduto qualcosa, io ero lì, nascosto dietro un cespuglio, rintanato in un anfratto delle rocce, riparato da una fessura nel muro, dietro il cardine d'una porta o fra le pieghe di una statua.
Ho visto la figlia del vecchio Faraone avvicinare al seno, nel silenzio, il bambino del riscatto d'Israele, e con gli occhi velati di lacrime innalzare al cielo la cesta, strappata al gorgo assassino del Nilo.
Ero solo, dietro il pagliericcio, quando l'uomo più giusto, lo spirito più libero dell'Ellade tutta decise di bere dalla coppa del veleno per il bene della sua città, e ho potuto udire i suoi amici che singhiozzavano, e lui guardarli fiero dal sotto in su, e senza un tremito ringraziare i suoi Dei per una sorte tanto felice.
Ho sentito in lontananza le grida disperate dei cavalli, dei buoi, dei muli trascinati nella polvere della battaglia, azzoppati dal peso delle salmerie macedoni, catturati e scannati da Parti, Medi, Galati.
Dormivo, e mi destò di colpo l'urlo di gioia della folla che voleva vedere morti tre ladroni, e nello stesso tempo, servile, compiaceva i corrotti e gli invasori: fu in quegli occhi di condannati che vidi per l'ultima volta la dignità.
Sdraiato al sole del Mediterraneo ho udito un giorno un monaco mite leggere le sue scritture dapprima, come al solito, a voce alta, poi sempre più fievole, fino a quando soltanto gli occhi accompagnavano il pensiero sulla pergamena, e il silenzio tornava a regnare sul portico assolato; i suoi confratelli avevano interrotto per un attimo il loro magnifico lavoro di copiatura e lo osservavano, muti e stupefatti.
Ho visto un'estate, in Palestina, una giovane donna violentata, derisa, assassinata dalla follia furibonda del fanatismo senza dio, e una croce d'oro ergersi come segno indelebile della vittoria vergognosa sulle torri più alte della città.
Ho visto uomini e bestie di ogni razza e colore, e da loro sono fuggito, nascondendomi sotto un sasso, o nelle crepe di una parete, ma mai del tutto al buio: sento ancora il freddo dell'oscurità rimescolarsi nelle ossa al rombo della paura, sotto la pelle, fino nei piedi; non mi sembrava giusto morire allora, lontano dalla luce, senza un nome.
Ho visto guerre e matrimoni, ho mangiato alle tavole dei ricchi e diviso la miseria dei sobborghi, ho udito e imparato lingue ai più sconosciute, tremando alla rudezza del dorico ed abbandonandomi alla melodia del copto, e di tutte conservo una parola, un accento, un'espressione nella memoria.
Ho assaggiato con gusto il sapore dolciastro del primo inchiostro di stampa, e per caso ho apprezzato frutti esotici ed ignoti, il pomo d'oro, la patata, il caffè.
Ma è qui, attorno alla mia lussuosa prigione, negli atri risonanti del castello patrizio di campagna, dove il giorno è scandito dall'affannarsi di serve e fantesche per continue inderogabili incombenze, che ebbi, l'altroieri, la vera rivelazione, il tuffo al cuore, l'emozione più intensa di tutta la mia vita: ho assaporato la gioia di avere trovato un posto nel mondo, una dignità nel creato... ma forse è meglio che vi racconti tutto con ordine.
Da quando, qualche anno fa, vennero a stanarmi mentre me ne stavo alsole, pancia all'aria, in una spiaggia siciliana, vivo qui.
Mi hanno allestito queste quattro mura di velluto damascato, mi hanno sistemato sotto una finestra, bene in vista, alla luce, e dal basso ho sempre visto accademici nasi ed occhialini eruditi scrutarmi con interesse, e adesso sono sicuro che vengono apposta per me.
Io li lascio fare; in fondo, se si escludono questi laccioli che mi tengono inchiodato per le braccia al terreno, non me la passo poi tanto male: ho sentito di alcuni miei compagni di sventura, pochi centimetri più in là, trafitti al cuore da un lungo spillone, crocefissi sul legno nudo, sezionati per fini scientifici, con le viscere esposte, lo scheletro piegato, le gambe fratturate.
Per me, invece, è diverso, i professori mi rispettano: mi guardano, strizzano l'occhio per mettere a fuoco un particolare, commentano, sorridono, si stupiscono, ma non mi muovono mai di qui.
Detto fra noi, anch'io li guardo, commento e mi stupisco, ma non è la stessa cosa farlo quando sei rinchiuso in una scatola, e non mi sembra che loro siano poi così interessati al mio parere.
Finalmente, l'altra sera, la svolta.
Il buio regnava nel salone e, come potete immaginare, non avevo preso sonno. D'improvviso, una lama di luce, e dalla porta aperta il trillo vezzoso della servetta giovane, dalle gote rubizze, fingeva di scoraggiare il precettore dal desiderato approccio.
L'inseguimento, la fuga, l'incontro, la ritrosia, l'unione dei due non mi parve in nulla dissimile al corteggiamento che, da lontano, vedevo recitare al mio villaggio dai maschi in primavera, o alle danze dei volatili in amore, o ai salti del delfino infatuato.
Non so dire come sia successo, esattamente, fatto sta che in un istante mi ritrovai in terra, avviluppato nel velluto damascato, circondato dalle schegge di vetro della scatola, a gambe per aria.
Un grido della servetta, che ora potevo udire distintamente, rimproverava il compagno:
"Guarda che hai fatto, disgraziato. Te l'avevo detto, io, che non dovevamo venire nel Salone della Collezione".
"Ma tanto," scherzò lui "chi vuoi che se ne accorga, per un insetto in più o in meno?"
"Stupido!" cominciava a piagnucolare la servetta, preoccupata "Sai che il padrone ci licenzia in tronco, se lo viene a sapere; speriamo solo che non sia uno prezioso".
Le sue dita grassocce e morbide mi sollevarono da terra con timore, trasmettendomi un calore materno.
"Mamma mia, quanto è brutto, fa proprio schifo!" commentò sgradevole l'uomo, ignorando evidentemente l'uso dello specchio.
"Come si chiama?" domandò curiosa la ragazza "Prova a leggere lì, che io non sono capace".
Fra me e me pensavo di rispondere "Rä-môn", quando il fiato mi si bloccò in gola: ancora un istante e l'animalesco precettore, con tutta la sua boria porcina, mi avrebbe dato quello che ancora non avevo trovato attraverso i secoli, un nome vero, magari importante, regale; ma poi ho pensato che no, meglio di no, i nomi altisonanti bisogna saperli portare, esserci nati apposta, e io sono un figlio di nessuno; e se scoprissi di avere un nome difficile, o volgare, oppure femminile, ne rimarrei turbato? Sapere che me lo sono portato addosso tutta la vita mi aiuterebbe? E comunque sia, che senso avrebbe, dopo, la mia voglia di sapere? Conoscere il mio nome mi porterà finalmente la pace, oppure è la ricerca il motivo profondo della mia esistenza? E il limite della conoscenza, che parte dai nomi e arriva all'essenza stessa delle cose, dove si trova?
Questi pensieri mi facevano girare la testa, il cuore mi batteva ai limiti della sua capacità, il sangue mi pulsava alle orecchie, rombando con una pressione inaudita, annebbiandomi la vista, e solo le ultime forze mi sostennero quando lo udii declamare:
"Ecco, è scritto qui. Scaraboeus Imperialis Aeternus, detto Scarabeo sacro. Una leggenda vuole che tragga la sua immortalità dall'oro contenuto nella sabbia dell'Oasi di Sypha, e che per questo....."
Non lo udii finire la lettura, e non conosco la sorte sua e della giovane servetta.
Ma ora, almeno, ho un nome.



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