FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LUCKY
Massimo Vassallo
Così buio che mi viene voglia di chiedermi che cosa ci sia, nel buio. Vermi che nascono, che sono l'evoluzione finale della mia forma di vita? Si, un bel sollievo. Uomini e bestie nascono e muoiono da milioni di anni e tutto ciò che l'evoluzione riesce a fare di loro è un pugno di vermi, dall'alba dei tempi? Questo pensiero mi fa sentire come una coltura di batteri in laboratorio, ma dal buio emerge un'altra immagine, quella di un vermicello, sottile e verde, che spunterà dall'informe e nauseante massa in putrefazione, e spunterà come un germoglio, e si nutrirà dell'enorme cadavere materno per affermare il proprio diritto a esistere. E per questo che non sono positivista.
La catena ininterrotta della vita mi angoscia. Preferisco pensare all'esistenza che giace nel buio dentro di me come a una cacca di mosca appiccicata a un grande, caldo e fumante letamaio in inverno. E più rassicurante. Come rassicurante sembrava questo villaggio, quando ci sono arrivato.
Chi può sapere perché i freni della prudenza sono più deboli, in certe persone? Io sono sempre stato fortunato, nel senso che le situazioni in cui mi caccio per colpa della mia immotivata e speranzosa fiducia negli altri di solito si risolvono grazie alla fortuna. La prudenza non è il mio forte, insomma.
Di certo, però, non mi aspettavo che uno di nome Lucky facesse questa fine. Si, è il mio nome. 'Fortunato. Mi chiamano così. Un nome sciocco, lo so, colpa della stupidità di cui parlavo. Diffusa, generalizzata, quella dell'uomo qualunque, che si ostina a imporre l'idea di bello e di buono dove c'è solo squallore e oppressione.
Schiller scriveva che "contro la stupidità gli stessi dei lottano invano". Aveva ragione e torto insieme. "La stupidità non si combatte, la si evita", dice un mio amico, e credo che abbia più ragioni lui di Schiller. Ma ci sono cascato lo stesso, ho ceduto alla speranza, nell'illusione di cambiare in meglio la mia vita. Avrei dovuto dar retta al mio amico, andarmene per altre strade. Invece... "loro" sembravano onesti e amichevoli, mi avevano messo un tetto sulla testa e mi nutrivano anche. Si guardavano soddisfatti, guardando me, dicevano di essere orgogliosi di come ero cambiato...
La stupidità è insensibile, e il suo essere anche crudele è solo una conseguenza di questa caratteristica.
Eppure ero stato avvertito, alla stazione di servizio dell'autostrada: "gira al largo, lascia perdere, quelli che vanno lì spariscono". E io: "si, figuriamoci, sarà mica il "tunnel della droga"! Io ne esco, quando mi sono stancato".
Bene, ecco il risultato della mia stupidità: un corpo vivo chiuso in una bara. C'è proprio buio. Un buio da universo primevo, assenza di movimento, di energia, il buio da cui vengono il tempo e lo spazio.
Che posso dire? Era cominciata bene, con il vecchio: imponente, barba bianca, di una sincerità disarmante, e mi accoglieva a braccia aperte.
Uno ancora più stupido di me, perché non si è mai accorto di fare il loro gioco, di essere solo uno strumento. E io, tutto contento di tuffarmi in quelle braccia. Padre, padre, padre... dammi il tuo amore, che solo di amore ho bisogno per vivere. "Ti darò una ragione per vivere, ti donerò uno scopo". Si, uno scopo... e io ho creduto reale il mio stesso desiderio. Si, lo cerco da tutta la vita, uno scopo. Figuratevi se mi perdevo l'occasione di dare un senso alla mia esistenza.
Ed era tutto così bello.
La grande casa immersa nella campagna, i silenzi inumani di metri di neve d'inverno, il soffio del vento tra gli alberi, il piccolo villaggio, ma soprattutto la casa del vecchio. Una casa "vera", a due piani, con il giardino pieno di fiori d'estate, la cancellata bassa di legno dipinta di un colore allegro, niente serrature alle porte, tre boindi, e la luce che entrava in fasci enormi, scale di materia chiara, lucide, il pianoforte nella sala da musica.
"Che cosa cerchi?" mi aveva chiesto, all'arrivo, l'estate scorsa.
Giravo con l'autostop, avevo lasciato l'autostrada con zaino e sacco a pelo, prendendo quel viottolo che sgusciava via dalla civiltà, "sentendo" che si trattava di un giorno speciale, importante.
Poi la stradina sterrata arriva al villaggetto fuori dal tempo di cui mi ha parlato il benzinaio della stazione di servizio. Gente giovane e anziana in giro a piedi, niente auto o moto, e sorridenti. Li guardavo allibito, da sotto i capelli lunghi e sporchi dopo un mese di vagabondare. Poi chiedo dove si può trovare un lavoro e mi mandano dal vecchio dai capelli bianchi. Mi accoglie gentile, le sue domande sembrano quelle di un amico. Incredibile, penso, ma dove sono capitato?
Stupidità.
Dovevo saperlo che quando non si segue l'istinto ci si fa incantare, e non sono sempre fate. L'istinto mi diceva di scappare da quel posto, ma le gambe erano stanche, e quel tipo così per bene. Dissi che stavo cercando un posto dove fermarmi per qualche settimana, lavorando, si capisce. Sapevo qualcosa di conserve? "Certo, sono dolci e mi piacciono". E lui a ridere. "E sufficiente, per il momento".
Quando mi mostrò la stanza che dovevo occupare, stranii.
Stereo, tv a colori, computer, macchina del caffè, una libreria strapiena di volumi, l'armadio zeppo di vestiti decenti, riviste di musica...
"Signore, è questo il paradiso che mi hai preparato?"
Uscendo sul pianerottolo andai a sbattere contro Joyce, una ragazza bionda dagli occhi blu, e un corpo che non vi dico. In capo a poche settimane facemmo coppia fissa. Joyce è olandese, la solita Van qualcosa, e mi raccontò che i padroni della fabbrica sono molto generosi: socialisti, filantropi. "Bene", mi dissi all'epoca, "quasi quasi resto qualche giorno in più". E trascorso quasi un anno.
Lavoro, anzi, fino a ieri lavoravo nella piccola fabbrica di conserve come magazziniere, poche ore al giorno, attività un po' noiosa ma a me andava bene; ho cominciato a suonare la chitarra e il piano (ci sono due tizi dell'Ymca che insegnano gratis, per altruismo), con Joyce si fa l'amore quasi per gioco, ridendo come matti. Insomma, avevo cominciato anche a pensare di, come si dice, 'costruirmi un futuro, in questo villaggio.
La stupidità non è contagiosa.
Se questo è vero, significa che se sono stupido la colpa è solo mia.
Pare proprio di si, visti i risultati.
Adesso sono qui al buio a rompermi le scatole, tutto solo, da almeno dodici ore.
Come ero solo ieri sera, quando sono venuti a prendermi.
"Un grosso ordinativo, vieni alla fabbrica, c'è bisogno". Ok, mi sembra giusto ", pensai, "questi non sono mica i soliti schifosi padroni sfruttatori, dopotutto me lo stanno chiedendo "per favore". Un rapido saluto a Joyce e li seguo.
Appena dentro al magazzino mi saltano addosso, mi legano e mi sbattono in fondo a questa cassa, poi ci mettono sopra un plexiglass trasparente.
Dodici ore in questo magazzino senza finestre, puzzolente di vapori dolciastri, che non mi soffocano solo per via dei buchini nel plexiglass.
Sento qualcuno dire che i padroni sono arrivati e vogliono vedermi.
Ma questi che cosa vorranno, da me? Mi stupisco di non essermelo chiesto prima. Ecco che si accendono i neon sul soffitto. Rumore di passi che si avvicinano. Sono parecchi, i padroni, e circondano la bara.
Mi osservano senza parlare. Li guardo anch'io.
Hanno facce lucide e fredde.
Facce pallide, con gli occhi quasi rossi e i denti di fuori.
Oh... cacchio.
E si che me l'aveva detto, quel mio amico: "guardati dai padroni, anche da quelli gentili, perché alla fine è comunque il tuo sangue che vogliono".
Avrei dovuto dargli retta.
La stupidità, la stupidità... è sempre colpa di qualcuno, se accadono certe cose. Questi allupati vampiri tecnocrati mi guardano come io potrei lumare una Saint Honoré.
Uno di loro solleva il plexiglass, il fiotto d'aria più fresca mi stordisce, per qualche secondo non vedo più la sua faccia. Ma sento il contatto dei denti, grossi, durissimi, sulla gola. Mio Dio, che modo orrendo di finire! E all'improvviso reagisco, mi scuoto come un matto, ma le corde sono robuste e non riesco nemmeno a muovermi di lato, perché la bara è stretta. Il vampiro mi preme una mano sul petto, con forza straordinaria, mi schiaccia e immobilizza. Dopo un secondo, o un anno, sento due punte gelide che cercano le vene del collo, e un alito ancora più dolciastro e puzzolente dell'odore del magazzino mi penetra nelle narici.
Rats, non c'è più niente da fare...
Mi irrigidisco, chiudo gli occhi, aspetto il momento e prego che non sia troppo doloroso.
"Lasciatelo!"
L'urlo blocca il pallido, che si ritrae, e rientrano anche i suoi canini. Sento un forte rumore di metallo trascinato, un motore, la stanza viene invasa dalla luce del giorno. I padroni della fabbrica di conserve svaniscono dal mio limitato campo visivo.
Non si sente più niente.
Passano alcuni minuti, silenzio.
Alla fine, nel campo visivo entra una faccia preoccupata che si apre in un sorriso a trentadue denti. Finalmente mi metto a urlare. Due schiaffi e mi accorgo di essere stato slegato. Lei mi aiuta, esco dalla bara.
"Grazie, Joyce".
Per terra ci sono dei mucchietti di polvere e dei vestiti eleganti.
"Sbrigati, dobbiamo andarcene in fretta o quelli del villaggio ci massacrano",
mi dice lei, secca, indicando il furgone che aspetta col motore acceso sotto alla saracinesca alzata del magazzino.
"Grazie, Joyce".
Il pick up scatta in avanti sollevando fango attraverso la minuscola main street. Seconda, terza, siamo fuori dall'abitato.
Mi volto d'istinto, a guardare la casa del vecchio che si allontana.
"Ma come, cosa", chiedo poi, mentre la campagna scivola veloce ai lati della stradina sterrata.
"Aspettavo da un anno l'occasione", spiega lei, "gli facevo la posta, a quei bastardi".
Illuminazione, campanelli che tintinnano, memorie d'infanzia.
"Ridimmi com'è che ti chiami di cognome"
"Van Helsing"
Cacchio...
Le sorrido, abbandonandomi sul sedile del passeggero, le dita intrecciate dietro la nuca, mentre oltre gli alberi cominciano a spuntare le antenne radio della stazione di servizio. Ho una fame bestiale, e sete. La guardo apertamente, lei mi squadra senza troppo calore, e il pick up saltella e sobbalza tra le buche colme d'acqua. "Fortuna". Tra tutte le ragazze che potevo incontrare... una discendente del killer di Dracula.
"Lucky", mi dico, "idiota fortunato, oggi è il primo giorno della tua vita".
Osservo il suo profilo, la mascella rigida, gli occhi di ghiaccio blu. Non sarà facile scoprire che tipo è. Ma è vera, e conosco la sua carne. "Forse... perché no, perché no... forse ho anche trovato un nuovo lavoro".
Le macchine che corrono sull'autostrada sembrano schegge di futuro.
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