FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it
UNA MANCIATA DI TERRA
Nadia Cavaleri
Ricordo che gli antichi dicevano che si pregano gli dei quando si teme il peggio, ma quando la sorte giunge pessima, si pone il terrore sotto i piedi e non ci si preoccupa di mali peggiori.
Credo proprio che la sorte sia giunta pessima e seguirò la saggezza antica, cercando di non preoccuparmi di quel che potrà ancora accadermi.
Devo comunque impiegare il tempo. Non riesco a muovermi, questo è vero, ma il mio cervello è lucidissimo e vaga disperato da un pensiero all'altro. La mia mente è come un grande uccello fatto prigioniero, sbatte, terrorizzato, le ali e non riesce a trovare una via d'uscita. Mi viene da pensare a tutta la mia esistenza passata: un gran sbatter d'ali e nulla più.
Io, che mi credevo così diverso, forse anche incompreso, ma sicuramente superiore. Io rifuggivo dal consorzio umano per tuffarmi a capofitto nei miei libri. Mi pareva, che così facendo, potessi sentire delle voci vere e incontrare delle persone vive, al posto di quelle maschere traballanti al suono di trombette di carnevale che si incontrano ogni giorno.
Alla fine non so se fosse più vuota la vita fuori dai libri o quella dentro. Certo è che tutta la mia saggezza, se mi passate la mia presunzione, mi è servita a poco. Io non ho trovato la mia via.
Questo buio, questo silenzio, che mi sta circondando ora, mi sembra di averlo sempre vissuto. Adesso, forse, è più opprimente, ma la situazione non è poi cambiata molto, da come vivevo prima. Anzi, questi cuscini danno un po' di requie alle mie stanche membra.
Non sono vecchio e i miei arti non hanno mai avuto niente di serio, solo che sono sempre stati stanchi. Ho praticamente vissuto avvolto da una stanchezza mortale, il sonno non mi bastava mai. Ricordo che ho spesso pensato che la cosa più bella della vita fosse dormire.
Ora non crediate che io sia una persona pigra. Al contrario, avrei voluto essere dinamico, impegnato, sempre con una mano sul telefono, a bordo di grandi barche, viaggiare su auto veloci, affaccendato in voli intercontinentali. Solo che tutto questo non è successo. E' semplice: le cose o avvengono o non avvengono. A me non è mai capitato niente di interessante. Non ho conosciuto le persone, cosiddette "giuste", non mi si è mai presentata l'occasione d'oro, di quelle che ti cambiano la vita. Ho semplicemente continuato a vivere (almeno credo di aver vissuto) come la vita stessa s'imponeva a me, trascinato dalla corrente. Tanto che ora non riesco nemmeno a ricordare come ho fatto a finire qua dentro. Non che abbia molta importanza, dal momento che mi sembra difficile poterne uscire, però ogni tanto pecco di curiosità.
Sono sempre stato curioso di quel che poteva accadermi in futuro. Mi arrovellavo in sogni fantastici ogni volta che si presentava anche la benché minima variazione alla piattezza dei miei giorni, il che, per la verità, accadeva di rado. Alcune volte ho persino consultato i tarocchi. Tutto tempo perso. Nella mia vita non è mai successo niente. Si, può anche darsi che sia stata colpa mia. E' un po' difficile, dato il grigiore di tutta un'esistenza, incolpare esclusivamente il mio destino avverso. Solo che, ecco, non mi riesce, ripercorrendo questi anni di totale monotonia, non mi riesce proprio di trovare degli errori esplicitamente da me commessi.
Forse è soltanto una questione di carattere. A me non è mai riuscito di entrare in comunicazione con gli altri esseri umani. Nel consorzio sociale intravvedevo solo due categorie di individui. Da una parte gli stupidi e gli ignoranti. Dall'altra i delinquenti che studiano attentamente le tue mosse, le tue distrazioni e le tue debolezze per poterti fregare meglio.
Va bene, va bene, questa è la classica visione del pessimista fallito. Lo so. In fondo è proprio quello che sono: un pessimista fallito.
Pessimista lo sono sempre stato. Non sono mai riuscito a trovare niente di buono nell'esistenza umana in generale, non solo nella mia.
Fallito, invece lo sono diventato. Da che ho il lume della ragione coltivo il culto della intelligenza, a dire il vero della mia intelligenza in modo particolare, dato che raramente ho riscontrato questo dono divino in altri individui. Di pari passo è venuta anche la mia integrità morale, il mio rifiuto a scendere a compromessi e persino una certa ritrosia a chiedere qualunque cosa. Qualcuno ha osato pensare che fossi un soggetto arrogante e presuntuoso. Ma si ingannava. Ad essere sincero e, data la mia posizione, non vedo motivo di mentire, io sono solo un timido.
Il risultato finale è che coloro che ritenevo dei cretini patentati sono riusciti ad ottenere successo, comunque a far carriera e, se proprio erano degli stupidi, erano in ogni caso in grado di ritagliarsi un posto accettabile in questa società. Beh, io non ho avuto successo, non ho fatto carriera, e non sono nemmeno riuscito a costruirmi una famiglia. Insomma niente, una pura nullità. In questa nostra era del consumismo dove il valore delle persone (che spesso viene scambiato per intelligenza) è direttamente proporzionale agli zeri che compongono le cifre dei rispettivi conti correnti, io di zeri ne ho davvero pochini. E pensare che tutti, ma proprio tutti, mi considerano un individuo intelligente. Persino l'impiegato della banca a cui vado a versare il mio miserello assegno di fine mese, questo con un numero veramente esiguo di zeri, pure lui una volta ebbe a dirmi " Lei si, che è una persona intelligente." Non ricordo ora a proposito di che lo disse, ma probabilmente quel giorno era il primo Aprile ed io, come spesso mi accade, non ho guardato il calendario. Insomma, per farla breve, l'unica cosa che ottenni dalla vita, fu questo mio impiego di bibliotecario.
Ricordo ancora la gioia immensa che provai il giorno della nomina. Ero entusiasta di poter stare accanto alle menti supreme di tutte le epoche e di tutte le lingue. Parlo dei grandi scrittori, naturalmente, che, attraverso le loro opere, mi rivelavano eminenti verità. Ho divorato volumi e volumi: tutti i nostri classici, lo studio delle letterature straniere e, naturalmente la latinità. Io sono quello che, tanto per fare un esempio, quando ho davvero bisogno di rilassarmi, leggo le Metamorfosi di Ovidio prima di coricarmi la sera. Una lettura che riesce a suscitare in me i sogni più dolci e piacevoli come quelli che fanno i bambini.
Adesso, però, mi sembra giunto il momento di confessare l'orribile crimine della mia vita, una macchia profonda nella mia anima, di cui mi vergogno terribilmente. Ho commesso un sacrilegio, una cosa orribile e, per quel che vale, ne sono immensamente dispiaciuto. Il dramma è che non posso affatto rimediare, nemmeno ora, anzi, forse la mia confessione potrebbe causare ancora più danno di quanto non abbia già fatto in tutti coloro che mi conoscono. Oh, non siate curiosi del mio male, non commettete questa malvagità. In ogni caso, ormai ho incominciato e andrò fino in fondo, sperando, in questo modo, di alleggerirmi almeno un po' la coscienza. qual è, dunque questa terribile colpa? Ve lo dico in poche parole: io mi sono permesso di giudicare le persone. La cosa è grave, non tanto perché li ho considerati più o meno dei cretini, ma, rivedendomi in quel periodo, mi sembra di averlo fatto con malignità e, più ancora, senza alcuna autorità per farlo.. Mi spiego meglio. Come ho già detto, ero entusiasta del mio lavoro. Già dai primi mesi ero riuscito a costruirmi la mappa di tutto quello che la biblioteca poteva offrire agli utenti. E' davvero ben organizzata e rifornita ed è in grado di offrire grandi opportunità sia per la ricerca che per la lettura. Bene, io in poco temo imparai quali tesori erano custoditi nell'edificio e quali quisquilie eravamo invece costretti a conservare. In una parola mi sentivo il depositario di tutto lo scibile umano. Tutto quanto era stato scritto d'importante era nelle mie mani; lo possedevo fisicamente, lo potevo toccare, maneggiare, sfogliare a mio piacimento.. Forse tutto questo mi haun po' dato alla testa, mi sentivo quasi una divinità, un dio felice. Dispensavo consigli, quasi delle vere lezioni, a tutti quei poveretti (così li consideravo) che si rivolgevano a me per chiedere informazioni e mi permettevo di giudicare la persona che avevo davanti unicamente basandomi sulla richiesta dei libri che mi porgeva.
Insomma il mio ragionamento era di questo tipo: io, per mia somma bontà, metto a vostra disposizione grandi ricchezze, vi apro forzieri ricchi di gemme preziose e tesori inestimabili e voi cosa fate? Vi accontentate di un boccale di peltro per bere alla taverna? Questo per me era inammissibile. E giudicavo proprio male chi mi richiedeva i peltri, mentre dedicavo la mia attenzione a chi s'interessava dei preziosi.
La mia cattiveria, però, non si è fermata qui, ho fatto di peggio. Mi sono arrogato il diritto di rifiutare dei libri, con le mille scuse a disposizione dei bibliotecari, a quelle persone che, a mio giudizio, non avevano lo spirito (cambiamo parola, giusto per non essere ripetitivi) di comprenderli in tutta la loro ricchezza. Sono azioni terribili e non ho scusanti anche se sono convinto che altri bibliotecari abbiano commesso atti del genere. Se dovesse capitarvi che, nella biblioteca sotto casa, l'incaricato vi rifiuti un libro, deve comunque sorgervi il dubbio che forse è perché non vi ritiene degni. E questo lo dico, non già per alleviare le mie colpe, che restano imperdonabili, quanto a seguito della mia opinione su tutta l'umanità.
In ogni caso questo accadeva prima che mi innamorassi. Già, può sembrare strano che un individuo come me potesse provare sentimenti così profondi, pure è ciò che accadde.
Lei era una donna eccezionale, un'intelligenza prorompente, una mente irrequieta e curiosa che amava andare al fondo delle cose. Una donna che non si fermava alle apparenze, ma ricercava il fondamento della realtà che la circondava, chiedendosi sempre il perché di tutto. Amava perscrutare nei pensieri delle persone e portare alla luce la parte più intima e nascosta degli animi per dialogare con essa. Una donna che sapeva concettualizzare e giungere all'essenza delle cose.
La rivedo ancora camminare per le strade di Londra. Il suo passo veloce, ma altero, avvolta nelle sue gonne lunghe, dai toni cupi. Il sole l'accarezzava timido illuminandole il volto, un po' pallido, ma raggiante di una luce interiore.
Poco importa che si sia suicidata prima ancora che io nascessi. Lei per me è stata l'unica vera donna, l'unica che avrei potuto amare, anche fisicamente, se i nostri destini ce l'avessero permesso.
Fu allora, in quel periodo che ero così preso da lei, che compresi che non avrei mai potuto amare un'altra donna. Mai avrei potuto avere una comunicazione così intima e appagante con nessun altro spirito femminile.
Lei, fu ancora lei, a darmi una grande lezione sul genere umano, mi permise di comprendere la piccolezza delle nostri menti, il nostro ragionare limitato. E solo allora capii la stoltezza del mio giudizio e....
Ehi, ma cos'è questo rumore? Sembra una manciata di sassolini che urta contro una superficie di legno. Che strano, questo strepito continua e sembra provenire proprio da sopra la mia testa. Assomiglia al suono tipico della terra gettata sopra una bara al momento della sepoltura. Ehi, aspettate un momento! Non facciamo scherzi cretini! Adesso si, che mi viene una crisi di nervi! Non sono ancora morto, io... o forse si? Ma da quanto, poi? Io sono una persona intelligente, dovrei sapere se sono morto... o forse no?
ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.