FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTO DI MEZZANOTTE MAI LETTO

Fabio KoRyu Calabrò




A volte mi dispiace il non poter più rivedere la luce.
Quelle albe piene di sentimento, così delicate ma così potenti prima del dispiegarsi dei primi raggi di sole.
Quei tramonti malinconici, quello spegnersi lento, lento, lento... e poi, d'improvviso, il buio. La notte.
Ricordo come, nelle giornate estive, la luce filtrava tra le foglie, tra i rami, mentre giocavo a socchiudere gli occhi nel tentativo di creare altre linee d'ombra, altri ricami, altri mondi, annegati fra le palpebre e la retina. Ricordo come, nelle mattinate invernali, socchiudevo gli occhi allo stesso modo per mitigare il forte riverbero della neve che aveva già ricoperto strade, case, alberi.
Ricordo le grandi chiazze nere che svolazzavano al centro del mio stupore ad ogni scattare di flash, nelle foto di compleanno.
Ricordo il piccolo rumore dell'interruttore, che al mio ritorno a casa, a notte fonda, diventava improvvisamente un suono importante, dispettoso, fin troppo forte. Ma mai forte quanto la luce, che, anche se non faceva rumore, appiattiva in un tutto fatto di certezze lo spessore indicibile del non visto.
Ricordo. Il fatto è che ricordo. Se non ricordassi, non mi spiacerebbe poi tanto il non poter più rivedere la luce. Ripenso al feroce slabbrarsi delle ciglia ad ogni nuovo risveglio, come se ogni mattina avessi dovuto rinascere, alla dolcezza calda dell'abat-jour sul comodino di un nonno che aveva la faccia da duro -ma sotto quella luce gli avrei strappato qualsiasi consenso-, al fastidio lampeggiante di un neon che spaventava sempre la zia quando lo si accendeva perché le ricordava il lampo di un fulmine che le era entrato dal camino fin dentro la cucina, e aveva ancora due pentole ammaccate a memoria dell'evento.
Ripenso agli occhi di quegli amici con cui si faceva a gara a chi rideva prima guardandosi fisso, e che dopo vent'anni han smesso di ridere persino se mentre li guardo gli faccio il solletico sotto le ascelle.
Ripenso a tutta la luce che mi è entrata di soppiatto nel naso, nelle orecchie, nei pori della pelle, non vista.
Sì, ripenso. Ripenso e ricordo. E vi assicuro che è solo questa dannata abitudine che mi rende pesante il fatto di non poter più rivedere la luce.
Forse avrei dovuto dirglielo che ero ancora vivo, mentre inchiodavano il coperchio su questa bella, comoda, utile cassa di legno.
Ma, sapete, non mi è mai interessato che gli altri capissero i miei scherzi.



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