FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ALZATE IL SIPARIO
Isabella Dafne Rimoldi
Ho sempre avuto una paura incontrollabile del buio ma nessuno, nemmeno io, è mai riuscito a comprenderne il motivo: voglio dire, non mi sembra di avere mai subito un trauma tale da poter generare questa fobia così infantile, eppure, ne sono schiava sin da quando ero una bambina.
Sto cercando di controllarmi, davvero, ma non mi è mai piaciuto stare in attesa perché ritengo che perdere tempo in questo modo sia un chiaro segno di impotenza.
Insomma, io aspetto che qualcosa accada, ma, intanto, finché ciò non si verifica, non riesco più a concludere niente, perché la mia mente non fa altro che pensare a ciò che potrebbe succedere. Così mi sento ancora più inutile del solito.
In effetti, non mi è mai capitato di sentirmi veramente importante nella mia vita che, convenzionalmente, si potrebbe definire "normale", ma che, invece, io preferisco chiamare "anonima": ho studiato in una scuola che, purtroppo, aveva una grande prevalenza di ragazze e, conseguentemente, di pettegolezzi malignità e consigli, letti sui giornali, per dimagrire senza difficoltà in un tempo record; ma, del resto, non mi hanno mai fatto sentire così tanto la mancanza di quei discorsi titanici che caratterizzano la maggior parte dei maschi, sulle donne viste troppo spesso come passatempi per il sabato sera, sui litri di birra che riescono a bere in una volta e sulle partite di calcio.
Non che io detesti gli uomini; anzi, mi sono sposata con un ragazzo che conoscevo da sempre e che avevo considerato solo come un amico, almeno fino a quando non mi sono ritrovata davanti all'altare con lui. Ho appena avuto un figlio inaspettato, ma non per questo del tutto indesiderato, che sta passando la sua prima infanzia tra merendine sempre più colorate, ordigni meccanici che hanno la capacità di muoversi e parlare da soli e diabolici cartoni animati giapponesi che hanno come protagonisti mostri e mutanti, con l'unico scopo di annientare e distruggere per il bene dell'umanità.
Mi chiedo se, quando sarà più grande, sarà una di quelle persone che faranno di tutto per vestirsi e comportarsi seguendo rigorosamente la moda del momento, oppure sarà un ragazzo che non si farà condizionare dagli schemi imposti dalla società per formarsi una propria personalità, lontana dalle tendenze di massa. Fortunatamente, il mio lavoro, se così posso chiamare un'attività che mi costringe a restare seduta tutto il giorno, davanti ad una calcolatrice e una macchina da scrivere, non mi ha mai consentito di dedicare molto tempo alla cura della mia casa. Dico "fortunatamente" non a sproposito, visto che non sono mai riuscita a sopportare quelle mura così opprimenti, quei mobili che quotidianamente si ricoprono di polvere e, più di ogni cosa, odio la cucina: forse perché mi ricorda, in qualche modo, mia madre, che di quel luogo ne aveva fatto il suo regno, ma anche la sua galera, visto che per tutto il giorno non faceva altro che cucinare e pulire subito quello che aveva appena sporcato. Insomma, io me ne sto qui a chiacchierare e a ricordare, mentre lì fuori non si decidono ancora sul da farsi; inoltre ho una voglia incredibile di cambiare posizione, magari di mettermi a pancia in giù, ma i miei dolori reumatici non me lo consentono.
Del resto, non mi va nemmeno di chiedere aiuto a qualcuno, perché non voglio ammettere di soffrire per ogni minimo movimento e di avere bisogno di loro, forse per un assurdo senso dell'orgoglio che da sempre caratterizza il mio carattere e che spesso mi ha causato non pochi problemi.
Ma non potete nemmeno immaginare lontanamente come vorrei urlare alle persone qui presenti che sto impazzendo a restare in attesa in questa stanza, che chiamo ironicamente "cassa", non tanto per la ristrettezza dello spazio, quanto perché l'interno color legno mi fa sentire come un pomodoro in una cassetta di frutta; inoltre, ho anche un gran desiderio di fumare in pace una sigaretta ma, purtroppo, non ho pensato a prendere il pacchetto quando sono uscita da casa. Certo potrei chiederne una a qualcuno, ma non mi sento di disturbare nessuno, visto che tutti i presenti, molti dei quali nemmeno di mia conoscenza, sono completamente assorti nei loro discorsi talmente sussurrati da non riuscire nemmeno a sentirli.
Sembra, comunque, che la monotonia venga finalmente stravolta da "quel" fatto determinante che ho atteso sin dall'inizio di questa storia: hanno deciso di farmi fare un giro in macchina. Sia chiaro, non che la cosa mi esalti più di tanto, però, ora come ora, accetterei di tutto per non rimanere più in questo squallido posto.
A malincuore sto notando, però, che la macchina sulla quale mi stanno facendo salire non è affatto di mio gradimento e sento che mi sta venendo un altro attacco di nervi: insomma tutti sanno benissimo che questo è il mio momento, anzi, per essere più esatti, questo è il solo momento in cui io sono l'unica e indiscussa protagonista. Però, invece di essere almeno premiata con una macchina che mi piace, vengo scarrozzata con questa specie di barcone ambulante tutto scuro, scomodo e del tutto inospitale.
Ma non mi sembra il caso di fare polemiche, in fondo non mi sono quasi mai lamentata in passato e non vedo perché ora dovrei sconvolgere chi mi sta intorno con una critica del tutto inaspettata da parte mia; oltretutto siamo quasi arrivati a destinazione.
E' ora di scendere e porre fine a questa faccenda che mi sta anche stancando oltremodo; mi accompagnano al mio posto, al centro dell'attenzione e degli sguardi di tutti.
Finalmente mi sento felice e rilassata, perché adesso anch'io sto per recitare un ruolo principale in questo grandioso spettacolo, e non più quello di una comparsa che appare sulla scena della vita solo quando è opportuno o necessario.
Finalmente, grazie a questa mia grandiosa interpretazione, lascio qualcosa di importante, qualcosa di mio, alle persone che mi hanno voluto bene e, magari, anche a quelle che hanno solo finto di farlo: il grande momento è arrivato e, certamente, non me lo lascerò sfuggire perché in realtà l'ho atteso per tutta la vita e, come ho già spiegato, non mi piace perdere tempo ad aspettare e, tanto meno, mi piace farmi sfuggire il motivo di tanta attesa.
Ma penso di non essere stata la sola a conquistare questo attimo di gioia: in realtà, credo che l'esistenza di ognuno di noi sia basata sulla speranza, anzi, per meglio dire, sull'unica certezza che abbiamo nella nostra esistenza così piena di incognite: l'arrivo di questo attimo che ci farà diventare Qualcuno. Ecco, questo istante per me è giunto ora: alzate il sipario, signori, e permettetemi di condurre questo spettacolo.
Ma sto notando a malincuore che nessuno è felice quanto lo sono io, e sebbene non facciano altro che regalarmi decine di fiori, non accennano né a sorridere, né a complimentarsi con me.
Si limitano soltanto a salutarmi, con i loro volti malinconici e la loro aria sconsolata che, a mio parere, però, è esagerata data l'occasione: del resto è solo un funerale. Il mio.
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