FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RIARMANDO L'ARM.I.R OVVERO IL MAGGIORE, IL CANNIBALE, MARISSOL ED IO
Massimiliano Griner
- Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare - disse proprio così?
- Proprio così. Non potrò mai dimenticarmelo finché sarò al mondo. Fu l'ultima volta che lo vidi. Era il 3 gennaio 1943. Diciannove giorni dopo ero già a Leopoli. - Il maggiore si accorse che la pipa si stava spegnendo. Prese lo sturapipa d'argento e tentò inutilmente di riattizzarla.
Quelle parole irrevocabili, tremende, pronunciate da un uomo finito, mi avevano scosso. Mi asciugai un po' di sudore dalla fronte.
Solo un'ora prima si era sentito il fruscio del lettore di tessere magnetiche. Qualcuno stava arrivando. La serratura automatica si era aperta con uno scatto metallico.
- Ah, certo che il progresso! pensi che una volta doveva alzarsi l'ultimo arrivato, come dal dentista!
Un uomo molto anziano dal fare dimesso aveva fatto timidamente il suo ingresso nel salotto di Marissol. Erano le tre pomeridiane di un caldo lunedì di giugno. Riuscì a concederci un misero buongiorno, raccolse le ultime forze per scegliere un giornale - raccolse dalla mazzetta "Il Foglio" - e poi si buttò su una poltrona vicino al caminetto. Tutto sotto gli occhi ridanciani di un putto bronzeo dell'Andreotti, che minacciava di squagliarsi per il gran caldo.
Il maggiore ed io lo salutammo con altrettanta indifferenza. Ripreso il filo del discorso, stavo per chiedergli precisazioni, quando, dalla parete di fronte all'ingresso, si staccò un grosso quadro incorniciato che riproduceva una Visitazione, e cadde fragorosamente a terra insieme ad un pugno di calcinacci, rimanendo incastrato dietro il Chippendale. Al suo posto sulla parete rimase una superficie screpolata vagamente irregolare.
- Dio mio, cosa stanno combinando di là? - mi disse il maggiore ridendo - speriamo che non ce la rovinino tutta!
- Secondo Marissol è di Vermeer. Pensi quando se ne accorge!
- Dio ce ne scampi, Tiziano, preferisco essere mille miglia da qui.
L'ometto ci guardò, fece lo sforzo di sorridere, e poi tornò alla sua lettura. Credo che non conoscesse ancora bene il caratterino di Marissol.
- Uno scambio di vite, ecco quello che accade - aveva esordito il maggiore mentre caricava con cura la sua rhodesian con un profumato, mieloso cavendish nerissimo, che non avevo mai visto o odorato prima (il maggiore - lo chiamo così, ma da civile era stato un regista della RAI abbastanza in vista - sanciva, proclamava, affermava, quasi mai si limitava a dire, o, perché no, ad ascoltare).
Ci eravamo già visti diverse volte, ma nel nostro scambio di chiacchiere, così, per ingannare l'attesa, eravamo rimasti sempre sulle generali. Ora il maggiore, non ricordo più seguendo quale filo - forse una battuta su uno scambio di persona di cui parlava la cronaca quei giorni, forse seguendo una di quelle piste della memoria che il caso a volte fa resuscitare - mi stava raccontando una vicenda dei suoi anni giovanili.
- Pensi che erano stati persino insieme ai Littoriali, quelli di Venezia, del '36. Si era nell'acme del ventennio allora. Mussolini era una figura di una bellezza straordinaria, incontrastata, incontaminata. Io ebbi personalmente l'onore di incontrarlo. Lo ricordo come fosse adesso. Era l'autunno del 1933, io mi ero appena iscritto all'università. Fu una udienza riservata, pochissime persone, non eravamo più di trenta, trentacinque. Il Duce arrivò improvvisamente, ci salutò calorosamente, senza formalità, e immediatamente volle scambiare qualche parola con ognuno di noi. C'era anche un bambino - uno dei figli dei Tozzetti - avrà avuto quattro anni... - bè, ci crede, Mussolini spese più tempo con lui che con gli adulti. Lo prese in braccio, gli chiese come si chiamasse, era uno spettacolo a vedersi, perché noi di Mussolini non conoscevamo l'aspetto umano, paterno.
Insomma, avevano partecipato insieme al concorso, e si erano iscritti alla stessa prova. Allora li chiamavano Studi Coloniali. Erano stati indecisi entrambi, Ballarati avrebbe voluto partecipare in un primo momento al concorso per la migliore tesi sulla Dottrina del Fascismo, ma poi il padre, che era un gancio, un avvocatone, gli aveva consigliato di dedicarsi agli studi coloniali, che le colonie erano il futuro del paese, che era lì che si poteva fare carriera, e rapidamente. Invece per De Franciscis era diverso. Ah, davvero eh... lui all'Africa era appassionato sul serio. Faceva sempre un gran parlare di Piaggia, e di Cipolla, erano i suoi miti. Lui nell'Africa ci credeva. Ma non era un colonialista, no davvero. Lui era un terzomondista. Solo che, pover'uomo, era in anticipo di trent'anni sui tempi.
Alla fine vinse un tal Santoro, uno sconosciuto del GUF di Bari, ma i due giovani riuscirono in qualche misura a farsi conoscere. Ballarati aveva scritto una robetta sul corso del Nilo Bianco, se non ricordo male, invece de Franciscis aveva compilato uno studio più che egregio sul Tanganika. De Franciscis era proprio bravo. Se ne accorse Zangrandi, che lo segnalò a Vito Mussolini, che gli fece fare qualche pezzo per "Il Secolo". Qualche suo pezzo comparve anche su "Critica Fascista", Bottai si era interessato a quel ragazzo di talento.
Ballarati invece non era poi un granché. Però lo presentarono a Ricci, persino a Settimelli, sempre grazie a papà, intendiamoci, e qualcosa gliela fecero fare. Non le dico cosa pensava di lui il Montanelli.
Il maggiore fu interrotto dal solito fruscio. Un'altra tessera magnetica. Fece il suo ingresso un uomo giovane, sulla trentina, piuttosto elegante. Salutò con cordialità e andò a sedersi sul Chippendale, senza badare alla Visitazione. Fu in quel momento che mi accorsi che il vecchietto ci stava ascoltando, e che usava "Il Foglio" solo per cercare di nascondersi. Dopo qualche istante dalla camera di Marissol fecero capolino due giapponesi. Salutarono con un leggero inchino e se ne andarono.
Il prossimo era proprio il maggiore, ma era troppo intento a raccontare. Dopo di lui venivo io, ma ero altrettanto intento ad ascoltare. Ci sarebbe stato il vecchietto, ma sembrava non si sentisse molto bene. Era molto pallido. Fu lui stesso a chiedere che passasse avanti il giovane arrivato per ultimo, che per ringraziarci fece un largo sorriso.
Il maggiore riaccese la pipa con un cerino.
- Nel 1938 si laureano entrambi. Ballarati, grazie agli agganci, riesce ad entrare nell'OVRA. La "pupilla del Duce", la chiamavano. Pensi, Tiziano, che Mussolini passava tutta la mattina a leggere le note dell'OVRA che il suo segretario particolare gli passava. C'era di tutto: rapporti dalla prefetture, segnalazioni della pubblica sicurezza, informazioni di prima mano sui gerarchi, note sulle condizioni mediche di Gramsci, tutto passava su quel tavolo.
Ballarati era ormai un fanatico. Molti dei littori erano cambiati. Alcuni erano passati su posizioni sinistreggianti, ritornando all'origine movimentista del fascismo. Spazio di manovra zero, però, caro mio. Li lasciavano giocare con le idee, parlare, parlare, sempre parlare. In qualche occasione lasciavano filtrare qualcosa di loro. Contro i tedeschi, contro certe posizioni bislacche della mistica fascista... ma tutto sommato erano degli utili idioti.
Ballarati no. Era un convinto. Era uno zelatore. In un celebre articolo apparso su "Critica Fascista", fu lui a paragonare gli economisti stranieri, che non volevano capire i benefici della rivoluzione corporativistica, agli aristotelici oscurantisti del '600 che non volevano guardare nell'occhiale di Galileo.
De Franciscis invece era di un'altra pasta. Al fascismo non credeva già più, questo era sicuro. Faceva pratica da un avvocato, scriveva sempre meno. Ma le loro strade dovevano ancora incontrarsi. Pensi, Tiziano, che andarono a innamorarsi proprio della stessa ragazza. Erano i due classici rivali, quelli dei migliori romanzi d'appendice.
Solo che Ballarati era dell'OVRA. E contro l'OVRA c'era poco da fare. Voci false che De Franciscis avesse contratto la lue bastarono perché i genitori della ragazza gli negassero di vederla. De Franciscis chiese allora di arruolarsi. In fondo il suo sogno era quello di vedere l'Africa. Sperava di essere inviato in Cirenaica.
Lo imbarcarono a Bari nel 1941, destinazione segreta. Li avevano vestiti kaki, e avevano dato loro tende leggere. De Franciscis era convinto che ce l'avrebbe fatta. Invece dopo settantacinque li sbarcarono in Albania. C'era la neve, la costa era un deserto di ghiaccio.
Mentre Ballarati si sposava a Roma - e fu una grande cerimonia, come se la guerra non ci fosse - De Franciscis, con il grado di sottotenente che si era guadagnato in una scuola di ufficiali in Grecia, partiva per la Russia, XXXV corpo d'armata, divisione Pasubio. Fu lì che ci incontrammo. Trenta chilometri di Don da guardare a vista dai tartari e dagli usbeghi. In tempo per partecipare allo grande Rotta, dopo lo sfondamento del fronte.
De Franciscis non doveva partire, ma Ballarati ci mise lo zampino. Intanto anche il Ballarati lavorava per la patria. Era lui che riceveva e smistava le richieste di Graziani, spedendo in Marmarica cannoni composti di parti non compatibili - avevano fatto casino con i numeri di matricolazione - o senza strumenti di puntamento, oppure colombiere senza colombi, o radio senza pile. Fu il suo modo di collaborare, in buona fede, a Sidi el Barrani.
Durante la Rotta, De Franciscis affrontò tutto quello che di terribile era immaginabile, e anche molto oltre. Il gelo, le bufere di neve e di ghiaccio, gli assalti dei cosacchi a cavallo armati di sciabole, e la fame, l'onnipresente fame. Un lunghissimo calvario che la provvidenza volle invece evitare a me.
In un certo periodo arrivarono persino all'antropofagia. Questo me lo raccontò ad Arbusow Rondi, un suo commilitone. Era stato in una chiesa diroccata, durante la marcia tra Arbusow e Tcerchowo, a due giorni di marcia dal Don. I prigionieri erano così schiacciati gli uni contro gli altri che si faticava a stare in piedi. Così almeno mi disse Rondi. Fu il fatto di essere parte delle squadre di seppellimento dei cadaveri che salvò sia lui che il De Franciscis. Prima di calare i cadaveri nelle fosse tagliarono via il cuore e altre parti molli, con le baionette, e le mangiarono crude.
- E che successe poi? - non potei trattenermi dal domandare.
- Perdemmo di vista Rondi. De Franciscis ed io prendemmo la via di Woroscilowograd. Quasi tutti quelli che conoscevamo erano morti, o congelati, o dispersi. Trovammo rifugio in una dacia abbandonata, e ci nascondemmo con il poco cibo che c'era rimasto. Negli ultimi giorni arrivammo persino a mangiare i pochi semi di girasole che si erano fissati tra le travi del pavimento. Io intuii subito che fermarci era un suicidio. Volevo continuare, riprendere subito la marcia, e gli dissi che aspettare i russi o i cosacchi era una follia, e che solo lasciando la dacia avevamo un buon numero di possibilità. De Franciscis però era ormai l'ombra di se stesso. Sembrava non desiderare più niente.
"Niente da fare - riuscì a dirmi con le ultime forze, e mostrando la mano assiderata avvolta in un fazzoletto di tela gualcito, aprì nell'ordine il pollice e l'indice - no fame, no sete. Finito di contare"
- " terribile.
- Eh, la vita è dura, caro Tiziano.
In quel momento il giovane uscì dalla stanza di Marissol. Il Maggiore si alzò, facendo leva sulla mia spalla - non ne aveva bisogno, nonostante l'età, era un modo di accomiatarsi -, e raggiunse la nostra ospite.
Il vecchio riprese la lettura del suo giornale, interrotta un bel pezzo prima. Io ero sconvolto da quello che mi era stato raccontato, e rimasi a lungo assorto.
Dopo un tempo imprecisato, il maggiore passò per il salotto. Fece un cenno con la mano, e sparì. Sulla porta comparve Marissol. Era semplicemente fulgida, con quei lunghissimi capelli rossi, retaggio del padre irlandese, che le ornavano la profonda scollatura.
- No tenias un seminario, guapo?
- Aplazado: el profesor tiene la casa inundada.
Qualche secondo dopo ero sdraiato sulla duchesse e le mani affusolate di Marissol stavano esplorandomi con cura. Forse un giorno le avrei chiesto anch'io, come i giapponesi, una seduta spiritica. Oggi mi accontentavo di farmi leggere la mano.
Quando uscii dalla stanza vidi il vecchio che mi fissava. Non era più pallido. Sembrava molto determinato.
- Sa, la vita è buffa.
- Perché dice questo?
- Sa con chi ha appena parlato, fino a poco fa?
- Bè, non so come si chiama, ma...
- Quel che è sicuro, è che non vide mai la Russia, neanche in cartolina.
- Ma che sta dicendo? come può dirlo?
- Ha letto le lettere di Rondi alla famiglia, e quelle che nel dopoguerra scrisse a De Franciscis, questo si.
- Ma chi è, allora?
- Era il sottotenente Ballarati. Ballarati Gaudenzio, classe 1915, dell'OVRA.
- Ma lei, scusi, chi è per dire questo? -, domandai sempre più frastornato.
- Maggiore De Franciscis Giuseppe, XXXV corpo d'armata, divisione Pasubio, 30a d'artiglieria, ragazzo. In persona.
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