FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BIADA VIRTUALE

Massimo Vassallo




"Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare."

Questo mi disse il contadino, dalla sua piccola cella nel sotterraneo dell'impianto fosforeo di Ludmias, dopo che era stato rimesso in condizioni di scontare la sua pena. Ogni tanto lo andavo a trovare, aprivo la feritoia e controllavo che fosse vivo. Non che ne avessi bisogno in senso morale, o anche solo informativo, ma mi piaceva farlo. Si merita di stare lì, viola di freddo, incatenato al muro di pietra, immerso nello sterco e nel piscio. Le guardie mi riferiscono in merito alla sua salute, che peggiora lentamente. Lentamente, si, perché quando la sua vita è in pericolo lo faccio curare, rifocillare, lavare accuratamente. Non sono un carceriere qualunque. Mi aveva anche sfiorato il pensiero, tempo fa, che dovevo cercare di capirlo. Tentai. La sua prima giustificazione, dopo il delitto, era stata la povertà. Era povero? Affari suoi. I poveri sono la maggioranza degli abitanti del Terzo Impero. Se fai parte di una maggioranza, non ha senso prendere ciò che ti contraddistingue come una scusa per delinquere. Era povero? Doveva lavorare, allora, lavorare fino a sfinirsi, solo così poteva pensare di mantenere se stesso e la sua famiglia. La famiglia... un'altra scusa. Chi gliel'aveva detto di sfornare quattro figli prima dei trent'anni, se poi non era in grado di sfamarli? Quel contadino era colpevole di stupidità, a mio modo di vedere le cose la peggiore delle pecche possibili. "Ho affittato più terra, ho fatto lavorare nei campi anche la bambina di cinque anni", diceva lui, dimostrando di saper contare almeno fino a cinque, "ma non bastava neanche per sopravvivere, e sapevo che stavo faticando tanto solo per questo. E sapevo che la parte migliore di quanto facevo vi rendeva ricco, Signore, mentre a me portava solo rabbia e sangue". "Idiozie!", gli risposi, ma quello che diceva mi affascinava, e più di questo ero preso dal modo in cui il contadino parlava: "Un giorno - proseguì - mi è venuto da chiedermi perché. Perché le cose nel Regno andassero in questo modo malvagio, che trova sostegno nelle parole del Vescovo cibernetico ma non in quelle della Bibbia dell'Agricoltore Sano e Felice. E pensavo, mentre il sole di mezzogiorno mi spaccava il cranio, pensavo che non capivo questo mondo, che era insensato. Poi compresi: il mondo non è di chi lo costruisce, ma dei ricchi che lo governano. Per questo le regole dei rapporti sociali, quelle scritte e quelle non scritte, hanno senso solo per chi ne trae vantaggio. E ho capito che l'immenso potere che avete sui poveri, Signore, non è vero che vi venga per diritto di legge o divino, ma che è stato sorretto nei secoli da invenzioni di vostri pari, da sempre nuove leggi scritte da loro, e dalla forza delle loro armi. Ho capito, Signore, che non solo io non vi debbo rispetto alcuno, ma che sono nel giusto, e nel mio diritto naturale, nell'odiarvi con tutte le mie forze per come mi costringete, me e mille altri, a vivere".
Dunque, era per disprezzo che aveva fatto ciò che l'aveva condotto in cella, in attesa di essere giustiziato. Il contadino parlava bene, troppo bene per un povero, così mi feci spiegare l'origine della sua istruzione: "Fui programmatore, prima che contadino - rispose - crebbi in un convento informatico, orfano, e più tardi educai il figlio di un Duca". Non volli sapere com'era caduto dalla condizione di precettore a quella di semplice mezzadro, non mi interessava. Basta, la mia curiosità era appagata. E non avevo modo di capirlo più di quanto lui potesse spiegarsi il nuovo ordine del mondo. Ritornai con piacere al mio terminale intelligente, consultando le carte geografiche della Bolivia meridionale e ordinando un nuovo scooter cosmico per mio figlio Aroldo. L'idiota sarebbe vissuto ancora a lungo, prima di essere giustiziato. L'idiota aveva osato pagare in contanti l'acquisto del trattore.



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