FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BIANCA

Massimiliano Dernini




Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa.
Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha carezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi.
Non riuscivo a spiegarmi che senso avesse che quei tre cercassero di centrarle le caviglie calciando tutti i ciottoli che trovavano sulla loro strada, mentre quella poveraccia era costretta ad arrancare sotto il sole, trascinandosi quel macigno.
Ma di cose senza senso già ne avevo notate parecchie durante le mie esperienze alla villa e mentre guardavo quel quartetto allontanarsi lungo la stradina polverosa, la sensazione era che sarebbero aumentate velocemente le stranezze, da quel giorno. La vecchia, la padrona, non ci degnava di uno sguardo, là alla villa, tollerando semplicemente la nostra presenza quando ci presentavamo a consumare i pasti che la signora preparava per noi, il pomeriggio tardi o alla peggio la sera, dopo che in casa avevano cenato.
Se usciva dalla cucina prima di cena, il nostro pasto era qualcosa che lei aveva preparato proprio per noi; se non la vedevamo fino a sera, allora erano i resti del cibo di casa: forse anche più succulenti, ma anche più pesanti. Di solito la notte si miagolava, quando mangiavamo gli avanzi. Quelli comunque erano davvero bei tempi!
Perché ci fosse da aver paura dei bambini, per quanto all'inizio si trattasse solo si un sesto senso, abbiamo cominciato a capirlo dal giorno dopo il loro arrivo: eravamo coi musi affondati nella ciotola, Bianca, il Tigre ed io, quando hanno iniziato a piovere sassi.
Che a un bel momento avrebbe potuto piovere merda, ce lo dicevamo spesso, più per scherzare che altro visto come ci trattava la signora in quel periodo, ma ai sassi non eravamo preparati. Per nulla. Tant'è che non siamo schizzati via come avremmo dovuto, ma abbiamo cercato di capire cosa stesse succedendo. Errore.
La seconda bordata, infatti, era destinata ad essere più precisa della prima e alle nostre urla di dolore si sono sommate quelle di trionfo dei cecchini. Nascosti nella macchia, siamo riusciti ad individuare la loro postazione e subito abbiamo realizzato la gravità della cosa:tiravano dalle finestre delle loro stanze, davanti al retro delle cucine, e questo significava che non avremmo più potuto mangiare in pace. Se avremmo ancora mangiato. Bianca aveva un bernoccolo notevole, io un bel graffio, il Tigre quasi nulla.
Lui quel nome non ce l'aveva per caso, in quella zona non entrava nessun altro gatto, se noi non volevamo.
Quella sera è entrato nella stanza dei bambini, mentre loro erano giù a mangiare, saltando di ramo in ramo, di davanzale in davanzale, e una volta là si è preso i berretti -quelli bianchi- e ce li ha lanciati giù. Su uno abbiamo fatto i nostri bisogni, tutti e tre, gli altri due li abbiamo portati via e fatti a pezzi. Occhio per occhio...
La mattina dopo eravamo euforici: avevamo dimostrato che c'era poco da scherzare, con noi...
Euforici ed affamati, perché quando compiamo le più grandi imprese, a Bianca gli occhi diventano più rossi che mai e allora resisterle diventa impossibile. Il Tigre ed io ci picchiamo un pochino, per fare un po' di scena, e lei poi ci fa contenti tutti e due, perché adora vederci combattere per lei.
Dopo, la mattina, la fame è tanta e il latte della signora è il minimo necessario.
Siamo corsi a bere, pensando che fosse troppo presto per quei bambocci, che stessero dormendo della grossa. Ci hanno lasciati rilassare, ci hanno fatto lappare un po' di quel buon latte grasso, ci hanno gabbati per bene. I bambini sono più astuti dei loro adulti, al contrario di quello che succede tra noi gatti.
La coperta ci è arrivata addosso all'improvviso, larga e pesante. Abbiamo graffiato e urlato e graffiato ancora. E mordevamo, intanto. Ma riuscivamo a farci del male solo tra noi, stretti in quel sacco ormai sollevato da terra.
Hanno cominciato a colpirci con un legno, botte da orbi, Bianca strillava, si contorceva. E quelli ridevano, schiamazzavano. Una vocina, più acuta delle altre, diceva: -Non così forte, daì non così! Basta adesso!-
Ma i colpi continuavano.
Finalmente un momento di sosta, di calma. E in quel silenzio, un rumore, prima in sottofondo, poi sempre più forte, sempre più forte. Assordante.
Il suono peggiore, il più temuto.
L'acqua che scorre.
Ho capito tutto in un istante, lo stesso tempo che è occorso perché la situazione precipitasse. Hanno lasciato i lembi della coperta tenendola sospesa sul canale vicino alla villa, dietro il boschetto. Non ci eravamo neanche accorti di aver fatto tutta quella strada. Il Tigre era quello ridotto peggio, è piombato in acqua senza fare una piega. Bianca ruggiva e si dimenava, ma una volta in acqua ha perso le speranze. Restavo io. Nel canale c'ero già stato una volta. Niente panico. Mi sono portato davanti a loro, mentre la corrente ci trascinava verso la chiusa di cemento, per spetasciarci dopo un salto di tre o quattro metri... Mi sono aggrappato al tubo che mi aveva salvato anche la volta prima, sono saltato fuori e sono corso avanti, in un punto un po' stretto mi sono sporto e ho afferrato la prima massa di pelo che passava.
L'ho lasciata lì per correre di nuovo avanti, veloce, velocissimo. Nel sorpassare la seconda palla di pelo, ho visto chi c'era ancora in acqua.
Bianca...
Le zampe mi bruciavano, non ce la facevo più. C'era ancora una strettoia? Non ero mai stato su quel tratto del canale. Dovevo continuare a correre. Più veloce, ancora di più. Là avanti, finalmente, una piccola ansa. Mi sono accucciato, e al momento giusto uno scatto, un abbraccio con tutte e due le zampe e un colpo di reni per buttarmi all'indietro. Lei mi cade addosso, mi allontana, poi mi morde e con un gancio destro mi graffia il naso. Svengo.
Dopo due giorni di semincoscienza, riapro gli occhi. Sono al coperto, il Tigre accanto a me, Bianca un po' più in là. In un minuto ricordo tutto, ma come siamo arrivati fino a lì?
Ho una crosta sul muso. Bianca... Poveretta, doveva essere quasi impazzita dal terrore.
Lecco un po' le orecchie del Tigre ma niente, sembra più distrutto di me: grugnisce e i volta. Allora mi avvicino a Bianca. Faccio per accarezzarle il musetto rosa, ma appena le giro intorno vedo gli occhi sbarrati, il vomito tutto intorno...Bianca!
Lì vicino una montagnetta di bocconi di cibo. Bianca... La spingo, la muovo col muso e subito la crosta mi si rompe e sanguina. Allora le lecco un labbro.
E sento quel sapore, cattivo, amaro.
Biancaaaaaaa!!!
Miagolo forte, fortissimo, inorridito, e a quel punto il Tigre salta su, come se non gli fosse mai successo nulla, improvvisamente desto e attento.
-Che c'è? che succede!?- Intuisco che non è sveglio, non si è ripreso: un urlo come non ne ha mai sentiti prima lo ha terrorizzato, lo ha strappato al profondo sonno dell'incoscienza.
Non rispondo, e lui capisce dalla mia faccia che è successo qualcosa che non vuole sapere. Ci ritroviamo dopo altri due giorni di vagabondaggio insensato, senza meta. Sta bevendo da una pozzanghera di fango, mi sente e volta il capo lentamente fissandomi con uno sguardo folle, selvaggio. Ha il muso incrostato di sangue, accanto i miseri resti di un grosso topo di fogna.
Il Tigre.
Accenno a quel poco di carne morta lì di fianco. Sono quattro giorni che non tocco cibo.
-Posso?-
Fa segno di sì con la testa. Mangio tutto, anche le ossa. Prima con un po' di disgusto -questi topastri c'hanno un sapore...- poi con voracità incontrollabile. Mi guarda compiaciuto, mi lascia finire. Poi dice: -Vado ad ammazzarli. Vieni?-
-Cosa!?-
-Vieni o no?-
-E' da pazzi, non ce la farai...Sono uomini! Non si è mai sentito...-Non ce la "farai"... Farai "tu" vuoi dire. Dovevo immaginarlo. Sei un mezzo gatto. L'ho sempre saputo, ma Bianca ti voleva bene.- Si volta e comincia a trottare.
-Aspetta!- Lo raggiungo, mi metto sulla sua pista. Lui gonfia la coda, poi senza altri segnali mi salta addosso, mi mette sotto e comincia a menare. Sono sempre stato più debole, non è una lotta, è un massacro. Niente più scherzi. Mi lascia dopo i tre o quattro minuti più lunghi della mia vita.
-Ci ha portati lei al riparo, ci ha trascinati lei, chissà come, al sicuro. Poi è andata a cercare cibo, cibo per tutti e tre. Perché noi, i maschi, non ce la facevamo. Non sapevamo neanche dov'eravamo girati. Poi ne ha assaggiato un pochino perché noi non accennavamo a svegliarci. E ci ha salvati per la seconda volta, perché se non l'avessimo vista avremmo mangiato anche le briciole, di quella schifezza. E tu ora hai paura. Tu ora vuoi farmi ragionare. Non attraversare più la mia strada, perché grazio una volta sola.- E se ne va.
Lo seguo, malconcio, da lontano. Chilometro dopo chilometro. Sa che lo seguo, ma non si volta mai.
Arriviamo alla villa dopo un altro giorno. Lui ha cacciato e io ho mangiato i resti, di nascosto, senza perdere contatto con lui. Aspetta che faccia buio, poi, seguendo il tracciato della volta dei berretti, sale fino alla stanza dei bambini. Hanno messo una rete davanti al vetro. Allora scende e passa dalla cucina, dove sa che i topi hanno indebolito il legno della porta. Graffia e morde finché lo stipite si svelle, sotto i suoi colpi folli.
Riesce a fare un buco molto più piccolo di lui, ma sguscia dentro contorcendosi e ferendosi. Senza emettere un fiato.
Sparisce all'interno, e all'improvviso mi viene in mente come si è guadagnato quel nome. Mi viene in mente quel dobermann a pancia in su, gli occhi una poltiglia rossa, con il Tigre sul suo petto a menare fendenti sulla pelle morbida sotto le cosce. E mentre sogno ad occhi aperti scoppia l'inferno, le luci si accendono di colpo, urla, fracasso di cose rotte, rovesciate. Poi dei miagolii, ancora urla. Dei lampi, azzurri, dentro a una finestra buia. Ancora strepiti. Allora mi giro e corro, scappo, fuggo da tutto quell'orrore. Passo tempo a gironzolare per i campi, cammino un po' accanto al canale. Torno da Bianca.
Neanche le formiche vogliono il suo corpo.
Ho bisogno di qualcuno.
Torno alla villa. Tutto è calmo, calmissimo. Vedo i sacchi della spazzatura vicino a una parete. Se riesco a sfamarmi un po', poi potrò cercare il Tigre...
Apro un sacco. Cartone.
Ne apro un altro. Scatole di latta, vetri, affilatissimi.
Resta l'ultimo. Mi guardo intorno, circospetto. Tutto calmo.
Lo squarcio. Il Tigre, o meglio ciò che resta di lui, mi crolla addosso. Il Tigre, eroe del cazzo.
Torno da Bianca. Ad ogni viaggio riesco a portare due bocconi.
Tre se piccoli. Passando dal buco che ha fatto il Tigre trasporto tutto dentro. Al buio vedo bene, ma al chiuso della cucina sono a disagio. Mi nascondo in un'intercapedine, con il mio carico di bocconi puzzolenti. Sento la bocca gonfia e insensibile, perché portarli in quel modo, con quello che hanno dentro, non era proprio l'ideale. Ma non c'era altro sistema. Con la luce del giorno arriva anche la signora. Lava, canticchia. Apre la porta di ingresso.
Forse riuscirò ad andarmene, dopo.
Finalmente comincio a sentire odore di cibo. Non fatico a reprimere l'istinto di uscire e rubare qualcosa da mangiare, perché quella sensazione di gonfiore alla bocca mi ha tolto l'appetito.
Quando infine la signora se ne esce dalla stanza, salto su e guardo nelle pentole.
Una fa proprio al caso mio: tutta piena di una sbobba densa e ribollente, è esattamente ciò a cui pensavo.
Faccio un po' di spola dalla mia intercapedine a quella pentola, finché il mio prezioso carico non è tutto là dentro, nascondendomi un paio di volte che arriva qualcuno, e finalmente posso sgattaiolare fuori da quella maledetta porta.
Libero, di andare a stendermi accanto a Bianca, di chiudere gli occhi e pensare al Tigre.
Libero, senza bisogno di pensare al cibo o al rumore del canale. Ora non ho più paura dei bambini.




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