FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CLICK CLICK
Riccardo Tommasini
"Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare."
Due ragazzi; attraversano i giardini parlottando senza fretta.
Click.
"Uhmmmm...niente da fare. No fame no sete. Finito di contare..."
Una suora, abbastanza giovane e con l'aria vispa. Click.
"Ne mancano solo tre. Non sono molte, vero?"
Allora mi accorgo di lei. Stacco l'occhio dal mirino della Nikon e mi volto.
La vecchietta è seduta sull'altro estremo della panchina, stringe tra le mani un giornale e mi guarda con un sorriso che sembra diretto ad altri posti; ad altri tempi, forse.
"Come ha detto, scusi?" domando, mentre mi chiedo perché uno non possa sedersi su una panchina del parco senza che non arrivi qualche rompiballe ad attaccare subito bottone.
"L'ho quasi finito, ne mancano solo tre".
Devo avere l'aria perplessa, perché si affretta ad aggiungere: "il cruciverba, sa? Mi mancano solo tre definizioni. Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare. Ma non mi viene in mente niente. Lei cosa dice?"
Il cruciverba.
Sa dio quanto me ne possa fregare del cruciverba di questa vecchietta, ora.....io ti direi di non rompere, che ho altro in testa in questo momento delle tue parole sul giornale.
"Beh, a me non viene in mente niente, davvero..." rispondo invece, mandando un pensiero irriverente ai miei genitori e alla buona educazione. Uno certe volte vorrebbe poterla dimenticare, l'educazione.
"Si, capisco, anch'io li trovo un po' difficili". Si concede anche un tono compiacente, come se non volesse farmi sentire troppo stupido. Abbozzo un sorriso un po' imbarazzato e cerco di riappoggiare l'occhio sulla Nikon, con noncuranza. Passa un bambino: zoom, macchina di sbieco, click. A volte funziona...
"Fa delle foto?"
A volte no.
Sento un brivido di irritazione che mi sale lungo la schiena, e mi viene voglia di rispondere: "certo che sto facendo delle foto, cristo! Con una macchina fotografica lei cosa fa, telefona?". Ma dura un attimo, e so che è perché sono depresso che mi irrito; non sarei lì, altrimenti.
"Si, faccio foto." Poi mi pento subito del tono seccato che mi è sfuggito (altro pensiero ai genitori e all'educazione...) e cerco di rimediare, aggiungendo cortese: "foto in bianco e nero, però.".
E chissà perché, mi viene da pensare che la cosa le possa fare piacere.
"Oh, a me piacciono da morire quelle a colori".
Appunto.
"Sa, forse è perché quando ero giovane io non c'erano, a colori. Anche quelle bianco e nero, sa, si facevano poco. Lei perché fa foto, scusi?"
Omadonnaquestanonmimollapiù...per la terza volta gli insegnamenti familiari mi impediscono di rispondere come vorrei; allora provo a darle una risposta stravagante, gli anziani si straniscono e ti lasciano stare, in genere.
"Cerco la felicità". Che poi è vero.
Non si scompone, la vecchina. "Anch'io la cercavo", dice soltanto, con un sospiro. Un sospiro che non perdona.
Rigiro la macchina fotografica, congelo per un'istante una ragazza bionda, col volto paffuto, una faccia di quelle che hanno sempre le cugine antipatiche. Decido in un istante che la trovo odiosa. Click.
Non resisto molto di pió, sento gli occhi della vecchina su di me che aspettano.
"E l'ha trovata, la felicità?", dico.
"E lei, con le sue foto, l'ha trovata?" ribatte lei, subito.
L'ho trovata? Io? Ripenso alle pareti di camera mia, coperte di stampe in bianco e nero di volti sconosciuti. Ripenso alle volte che le ho guardate, e che ho cercato di scoprirne le tracce in quei volti, della felicità. La felicità, però, finora pare ritrosa all'idea di manifestarsi sulla faccia della gente. Vecchi, bambini, vigili, ciclisti, puttane, preti, muratori, calzolai, famiglie intere e famiglie a pezzi; tassisti, giapponesi, infanti e giardinieri. Centinaia di volti, ormai. E comunque no, la felicità non impressiona le pellicole, a quanto pare. Glielo dico, alla vecchina.
Ma lei sembra saperlo già.
"Sa perché? Perché non esiste, la felicità."
E brava la mia vecchina. E' la prima volta che trovo qualcuno che afferma l'impossibilità di essere felice, senza nemmeno sentire la necessità di smettere di sorridere nel frattempo. O questa ha capito qualcosa che io nemmeno lontanamente immagino, o l'arteriosclerosi fa miracoli.
"Non esiste?" chiedo, formulando la domanda con chiarezza, visto che non ho idea di quanto l'arteriosclerosi incida sulle facoltà di comprensione.
"Non esiste proprio? Da nessuna parte, per nessuno? Non è un po' troppo?"
Sorride ancora la vecchietta; anzi, più convinta, ora.
"Sa," mi dice "io ho tre nipotini, giovani, il più piccolo ha tre anni appena; lui forse è ancora felice, ma gli altri non lo sono già più, hanno già iniziato a ricordare"
"A ricordare? Ricordare cosa?"
"Niente di particolare, solo a ricordare; ma a ricordare i momenti belli e quelli brutti. E allora sono diventati diversi. Ci ha mai fatto caso? Io si, ho tanto tempo per pensare."
Fa la faccia da vecchina un po' dimenticata. Forse anche troppo tempo per pensare, mi suggerisce una vocina triste.
"Quando abbiamo dei ricordi, belli o brutti, non li cancelliamo mai veramente. Ce li portiamo sempre dietro, un po', vero?"
Ci penso su. Seriamente. A tutte le volte che ricordi inopportuni mi aggrediscono a tradimento, pensieri di amici, amori, rancori e noie insopportabili che mi balzano all'improvviso davanti agli occhi, quando meno me lo aspetto, per quello strano vizio del cervello di collegare avvenimenti basandosi su esili relazioni. Invisibili, a volte.
E' vero, non si scorda mai del tutto. E non si può scegliere di farlo.
"E questo c'entra con la felicità?"
"Con la felicità, quella bella sensazione assoluta di gioia e benessere, c'entra, sa?" continua. Pare felice di aver trovato qualcuno disposta ad ascoltarla. E io sono troppo curioso, oramai.
"Ha mai visto un bambino piccolo piangere? Io si, ho avuto due figli, sa e tre nipoti, anche. Un bambino piccolo che piange ti spaventa. E' tutto lì, nel suo pianto, gli manca anche il fiato, gli rintrona la testa, non si ricorda nemmeno perché sta piangendo. Piange, e basta. Non esiste nient'altro. Non c'è nient'altro. E quando è felice è lo stesso. Quella è la vera felicità, quando sei felice senza condizioni.Quando sei felice e non sei nient'altro"
Comincio a capire il ragionamento, ora. Quindi la interrompo.
"E noi non possiamo essere assolutamente felici perché comunque siamo stati infelici, e questo non siamo in grado di scordarlo."
Ha capito che ho capito; se si potesse esserlo, sarebbe felice.
"Sì! E' come un veleno che una volta bevuto, non ti lascia più guarire, non trova?"
Mi diverte, quest'idea, non so perché. E mi accorgo che sto sorridendo. Perché ci deve essere qualcosa dietro, a questa storia. La vecchina non ha l'aria disperata, anzi. Allora mi accorgo che è furba, innocentemente furba, e sta giocando. Coi pensieri, con le parole e con me. Ha trovato qualcuno a cui raccontare un po' di se stessa, e un po' di quello che crede di avere imparato nella sua vita. Deve essere bello, pensare di poterlo regalare a qualcuno, e io non ho intenzione di deluderla, adesso.
"E allora come si fa? Dobbiamo per forza essere infelici? Mi sembra molto brutto, così"; cerco di dirlo con un filo di apprensione nella voce, perché so che è questa la domanda che aspettava.
Infatti la vecchina si apre in un sorriso di compiacimento e soddisfazione che probabilmente viene riservato alle grandi occasioni. E spiega.
"E invece, no. Perché se non possiamo essere felici, per lo stesso motivo non possiamo essere infelici, non trova?"
Semplice, chiaro, lineare, sembra una lezione di filosofia dei tempi del liceo. Ma lei al liceo non c'è mai stata, sono sicuro, e questo pensiero le deve essere costato mesi di riflessioni, prima della rivelazione fulminante. Rivelazione che prosegue, dopo un attimo di pausa in cui ho cercato di manifestare, con la massima sincerità, il mio apprezzamento per una soluzione così elegante.
"Vede che è d'accordo anche lei? Io però mi sono detta, allora: - Teresa (Teresa è il mio nome, sa), ma se non si può essere felici, e nemmeno infelici, allora cosa siamo?- un bel dubbio, sa, ci ho pensato davvero tanto."
Fantastica, veramente fantastica. Devo ricordarmi di andare ogni tanto ad infastidire i vecchietti nei parchi con domande sulla felicità.
"E cosa si è risposta, alla fine?"
"Oh, niente, ero stanca, ä tutta la mattina che ci penso a questa cosa; allora mi sono messa a fare il cruciverba, e poi è arrivato lei, che è stato così gentile da fare quattro chiacchere con una vecchietta come me. Ora pero è un po' tardi, e devo tornare a casa, per preparare qualcosa da mangiare ai miei nipotini; due vanno già a scuola, glielo ho detto?"
Maledetta vecchina mi ha fregato. E anche bene, devo ammettere. Niente filosofia, allora, niente lezioni sgorgate dall'esperienza di una vita, ma solo le riflessioni di una mattina vuota, e quattro chiacchere per tirare mezzogiorno E io mi ero istupidito ad ascoltarla. E mentre si alza la saluto e la ringrazio io, di aver chiaccherato con me.
"E' stato veramente un piacere, mi creda" e lo penso.
"Ma non l'ho aiutata a finire il cruciverba, purtroppo."
Si volta e mi sorride.
"Non fa niente, non fa niente. Sapesse quante cose, nella vita, non vanno mai a finire come si vorrebbe." Mi saluta di nuovo e si allontana.
Non le ho nemmeno fatto una foto.
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