FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DARK NIGHT

Marco Crimi & Guido Scarabelli




Niente da fare. No fame, no sete. Finito di contare.
Rio de Janeiro, notte. Le ventidue; tutto è tranquillo, non un ubriaco, né un incidente nella mia zona. Il mio compagno mi ha lasciato da mezz'ora.
La città è molto bella di sera, anche se c'è un caldo terribile, l'afa avvolge ogni cosa; le luci brillano festose, la gente è allegra, le insegne luminose ravvivano gli angoli bui con i loro raggi multicolori, i palazzi si confondono col cielo oscuro. Vago per le vie stanco e annoiato. Cerco di stare in mezzo al divertimento, ma tutto si riversa nel grande caos che imperversa nella mia mente. Mi fermo a un bar, scendo dalla macchina e mi cade il distintivo, lo prendo e alzandomi vedo una luna malvagia: ho paura.
Il mio turno è quasi finito. Già da lontano si sente la musica martellante del juke-box; l'odore nauseante del fumo e le voci che si sovrappongono mi fanno girare la testa; decido comunque di entrare, la mia testa scoppia e penso che bevendo un caffè riuscirò a rilassarmi. Passano cinque minuti.
Mi appare davanti stanco e affannato un bambino, non l'ho mai visto prima ma pare che lui mi conosca. E' sporco e vestito male, dev'essere molto povero, probabilmente viene dal centro sociale dietro l'angolo. Affannato farfuglia qualcosa: "Giù alla fabbrica ho visto un uomo che forzava il cancello, andiamo a vedere!" Deve avere non più di sei anni e la storia che mi ha raccontato sembra una tipica balla da film.
Non gli credo, ma insiste tanto che alla fine decido di andarci. Ora mi trovo alla fabbrica, lui è rimasto al bar; controllo il cancello principale: è aperto, ma non c'è segno di scasso. Decido di entrare: il portone è socchiuso, comincio a credere che il bambino abbia ragione, estraggo la pistola ed entro nel capannone. Questo luogo non mi piace, è enorme e umido, nella penombra ci sono delle casse che sembrano ammuffite e in un angolo una gru al chiarore sinistro della luna appare quasi come un gigantesco mostro.
Da una finestra, in alto, entra di continuo dell'aria gelida che mi fa venire i brividi. In fondo, negli uffici, vedo delle luci intermittenti e sento dei rumori. Mi avvicino e vedo una persona nella penombra, la sua torcia mi acceca. Mi butto su un lato per evitare la luce, lo vedo che cerca di fuggire con dei documenti in mano, sparo un colpo di avvertimento; ed egli si nasconde dietro un mucchio di casse vicino al portone. Sento i battiti del mio cuore che rimbombano dentro di me, il ladro risponde al mio sparo, è agitato, non ha una buona mira.
Volano una raffica di pallottole ma nessuno riesce ad avere la meglio; mi rimangono pochi colpi, non spariamo più a raffica e un mio colpo lo ferisce alla spalla. Il ladro si avvicina al portone, ora riesco a vederlo alla luce della luna. Prendo bene la mira, quand'ecco che appare una piccola figura davanti al ladro: ma ora mai è troppo tardi, il colpo è già partito, sento un urlo; per un attimo è tutto silenzio, vedo il ladro allibito e una figura esanime stesa a terra, il ladro corre fuori e sparisce nella notte, mi avvicino al portone, mi tremano le gambe; mi blocco. Riconosco nel cadavere il volto del bambino, cado a terra stordito e il suo sangue mi sporca la giacca. Sono fermo, immobile, non riesco più a pensare a niente, sono terrorizzato; mi alzo e mi allontano in macchina, non riesco a pensare ad altro, ripercorro le strade della città che ora appare a miei occhi buia e abbandonata, i bar sono chiusi, le insegne luminose sono cambiate e nella mia mente c'è solo una parola: "Assassino".
Mi fermo a un semaforo e vedo uscire della gente da un cinema: una famiglia mi passa di fianco, i genitori parlano contenti, i bambini scherzano tra loro, penso alla felicità che ho tolto a quel bambino.
Ho le lacrime agli occhi, poggio la testa sul volante, non so quanto tempo passi, sento un clacson suonare ripetutamente dietro di me, mi muovo.
Continuo a vagare e arrivo in una zona che non conosco. Non ci sono macchine né negozi, vedo solo povertà e fame, ci sono molte persone che sembrano vagare senza meta, tra questi spicca un bambino: è anche lui molto povero e assomiglia a quello che ho ucciso.
Scendo dalla macchina e mi avvicino a lui: mi gira la testa, le immagini mi si confondono davanti, allungo una mano verso di lui ma incredibilmente la mia mano passa attraverso il suo esile corpo mentre un brivido ghiacciato mi attraversa. Mi sveglio: ho nuovamente le lacrime agli occhi, sono in un vicolo cieco dentro la mia macchina, sento che la testa sta per scoppiare, mi appoggio al volante.
Torno nella mia zona, passo davanti a un parco deserto, mi giro per guardarlo ancora una volta, ho le allucinazioni: vedo tanti bambini che giocano e si divertono e il sole che irradia, guardo la strada e tutto è buio: le uniche luci sono quelle della mia auto.
Sono di nuovo qui davanti al cadavere esanime, mi sento molto abbattuto; vorrei che fosse tutto un incubo!
C'è una traccia di sangue secco intorno al suo petto. Ho le lacrime agli occhi, e mi sembra di vederlo muoversi, ma purtroppo non è vero. Non so cosa fare, mi sento depresso, mi continua a pulsare il pensiero di avergli tolto la vita. Sto male. Riaffiorano i ricordi di mio figlio, di quando si drogava, di quando è scappato.Solo poco tempo fa ero riuscito a dimenticarlo ma ora ho ucciso un ragazzo e non ne posso più della vita, ho ricevuto troppe disgrazie. Adesso conterò fino a tre e questo incubo svanirà, uno... due... tre BANG!
Niente da fare. No fame, no sete. Finito di contare.



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