FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA MACCHIA BIANCA

Daniele Biglia




Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha carezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi. Ne ho terrore. perché loro erano lì, e ridevano, quando successe IL FATTO.
Nacqui in una soffitta. Era un ambiente scuro e polveroso. I mobili accatastati ovunque e un buio inquietante furono una delle prime, spaventose cose che vidi. Ma niente avevo da temere, niente da cui difendermi, poiché un caldo e morbido corpo mi sfiorava amorevolmente e una lingua mi lavava dolcemente. Era mia madre. Voleva bene a me e a mio fratello e forse fu una delle pochissime cose che amai nella mia vita.
Il tempo trascorse tranquillo, poi alla mia seconda settimana di vita, successe IL FATTO.
Al cantare del gallo, una porta si aprì. Ne penetrò la luce rosea del primo mattino e una dolce brezza mi accarezzò il muso. Due ombre, due enormi e tenebrose ombre, entrarono nella stanza, camminando pesantemente. Il rumore dei loro stivali mi paralizzò. Invano cercai la protezione di mia madre, poiché non la trovai. Mi strinsi in un cantuccio assieme a mio fratello, anche lui tremante come me. Poi i due mostri si arrestarono. Furono attimi di estremo terrore. Il mio cuoricino, quello di mio fratello e il loro insistente, forte respiro. Poi una figura familiare balzò rapida nella soffitta, schivando abilmente i piedi delle due creature. In controluce e con gli occhi ancora incerti non riuscii subito a comprendere chi o che cosa fosse. Poi, quando si accovacciò accanto a noi riconobbi il calore di mia madre. Ma fu inutile. Una, poi due strane cose, simili a zampe si protesero verso di noi, spalancate e minacciose. Una afferrò mia madre, una si strinse su di me, avvolgendomi bruscamente. Soffocavo, non resistevo, sentivo che non avrei sopportato la stretta. Poi fui sbattuto in una sacca dura e fredda e vidi confusamente, sentii un miagolio disperato ed una macchia bianca volare dibattendosi, e strani versi, terribili e scuri. Poi creature simili alle precedenti ma più piccole mi estrassero dalla sacca e mi accarezzarono violentemente. Nella luce confusa vidi volti maligni, piccoli e grandi, emettere quei terribili suoni. Più tardi nella mia vita scoprii che si chiamavano risate. Prima di perdere i sensi vidi un'ombra nera graffiare le mani che mi percuotevano, afferrandomi con la bocca come faceva mia madre, e mi sentii portare giù a perdifiato per una scala, con alle spalle strilli e urla rabbiose.
Al mio risveglio soffitta e ombra nera erano sparite e con loro le creature maligne. Ero in un prato, il primo che avessi mai visto. Era sconfinato. La vita vi pullulava e i colori brillanti mostravano ai miei piccoli occhi, che si aprivano al mondo, uno spettacolo incomparabile. Per alcuni istanti mi dimenticai ciò che di orribile mi era accaduto prima. Poi, il mondo tornò nero nella mia mente e tremai, infreddolito e affamato.
Alle mie spalle si avvicinò qualcosa, con dei passi pesanti, come le creature maligne che mi avevano quasi ucciso. Ed infatti era proprio una di quelle cose... gli uomini. Aveva peli sul volto e una espressione insolita. Per la seconda volta, credetti fosse arrivata la fine, invece... lui mi sollevò e mi prese fra le sue braccia. E finalmente trovai la sicurezza che avevo perduto, smisi di tremare e di miagolare, mentre osservavo quell'uomo, che aveva perduto la sua violenza, che sembrava disposto a darmi una seconda occasione di vita. Fu la mia ancora di salvezza.
Il vecchio viveva in una piccola capanna ai limiti della foresta e allevava amorevolmente ogni sorta di animali. E per me iniziò un periodo felice. Abitai per molti mesi nella fattoria e crebbi in forza e intelligenza. Il mio amico più fidato fu un vecchio cane, ormai da tempo fedele al suo padrone. Era un animale di grande saggezza. Grazie a lui conobbi gli uomini, i loro comportamenti e le loro abitudini. Mi insegnò cosa fare se ne incontravo qualcuno, e mi spiegò che non tutti erano buoni. Spesso se ne trovavano di malvagi, senza scrupoli. Il vecchio animale mi spiegò che gli uomini, oltre a non provare pietà per gli animali, non si rispettavano nemmeno tra di loro e si uccidevano in guerre sanguinose. Imparai ad amarli e a disprezzarli. E così tra natura, giochi e lezioni del mio maestro di vita, i mesi passarono e con loro se ne andarono tutti i ricordi del mio infelice passato.
Poi un giorno, la mia mente cominciò a ricordare i momenti disgraziati della mia infanzia, ma non ancora in modo chiaro. Sentivo solo che c'era qualcosa che mi mancava. E non erano certo le cure affettuose, perché le ricevevo dal mio buon padrone. Piuttosto mi mancava il calore e il morbido corpo di qualcuno che mi sfiorava, ma non riuscivo a ricordare. Per molto tempo mi comportai come si comporta un gatto alla fine dei suoi giorni. Stavo tutto il tempo accovacciato, anche di notte, con gli occhi semichiusi.
Provavo sensazioni di malinconia, rifiutavo la presenza di tutti e perdevo le mie speranze. Accadde poi un giorno che ricordai tutto in un solo momento.
Il cielo si era oscurato già da quella mattina e in modo impressionante le nubi continuarono ad ammassarsi per tutta la giornata. Ero seduto al coperto, con la mente attanagliata da confusi rumori e colori, in un turbinare insopportabile. Il vecchio era in casa e il cane stava dormendo. Guardai il cielo e lo scoprii più cupo di quanto avrei potuto immaginare. D'improvviso mi si irrigidì il corpo e l'ondata di ricordi cominciò a prendere forma. Sudavo, il mio cuoricino si confondeva coi rombi di temporale lontani; la tensione aumentò, ansimavo, tutto si faceva più chiaro e la testa mi faceva male. Poi, un fulmine esplose in fragore assordante, la luce mi abbagliò e la pioggia si riversò violenta sul suolo. Io balzai indietro e lanciai un miagolio straziante. E nel mio verso riascoltai il miagolio disperato, rividi la macchia bianca volare nel cielo. E ricordai. Mia madre. Corsi all'impazzata, come un gatto non avrebbe mai potuto correre in condizioni normali, mi infradiciai, rotolai per terra e per un momento rimasi fermo, per ordinare i miei pensieri e decidere cosa fare. Quello che avevo in testa era troppo grande per il mio cervello animale. Scappai veloce al riparo della capanna, balzai su un davanzale e penetrai nella casa. Di fronte al camino, stava il vecchio, addormentato sulla sua poltrona. La sua pace non era stata turbata nemmeno dal violento temporale. Saltai tra le sue braccia e mi strusciai dolcemente. Era il mio modo di dire addio. Fuori aveva smesso di piovere e io uscii. Cominciai a correre, deciso a scoprire tutto sul mio passato. Il cucciolo era cresciuto e ritornava per capire e vendicarsi.
* * *

Penetrai con un balzo nel cortile della fattoria. Anche se ero nato da quelle parti, non riconobbi nemmeno un particolare del cortile. Vicino ad una pianta erano accucciati alcuni grossi gatti. Mi avvicinai e chiesi loro notizie su una gatta bianca che viveva in quella fattoria (del resto anche io sapevo così poco). Ma i gatti cominciavano a ridere e mi cacciarono via. Deluso per questo primo insuccesso mi avviai alla ricerca di animali più gentili. Passai tra due assi bucate, strisciai in uno stretto cunicolo e sbucai senza volerlo nella grande stalla della fattoria. Ma qui come dappertutto l'odore umano impregnava l'aria rendendomi più nervoso che mai. Cautamente mi avvicinai ad un paio di grossi bovini che stavano ruminando, placidi. La mole dei due animali non era certo rassicurante ma mi feci coraggio e domandai loro notizie della gatta bianca. Fecero finta di non ascoltarmi e io, per non cercare guai, uscii dalla stalla deciso a non rientrarci mai più. Immerso in quegli odori tremendi e nel mezzo del cortile assolato non riuscivo a ricordare nulla del mio passato. Poi un colpo di brezza giunse a me portando ricordi e profumi lontani. Mi diressi rapido e furtivo verso una vecchia costruzione che pareva abbandonata. Entrai in un antro scuro e vidi una lunga scala che terminava in uno stretto buco nel soffitto. Fui investito da una brezza insistente, proveniente proprio dal buco e che per me significò un'ondata di ricordi, sensazioni e paure. Il mio corpo partì all'impazzata guidato dalla mano del ricordo. Dopo aver superato la scala scricchiolante mi ritrovai in un angusto locale, polveroso e pieno di mobili accatastati. Per la prima volta mi liberai dall'odore degli umani e riscoprii un clima familiare, meraviglioso ed armonico. Ma venne anche la nostalgia. Mi mossi a passettini e mi diressi poi, sempre più deciso, verso una cassettina di legno, ricolma di paglia. Sentii un inconfondibile odore e in preda al panico e alla felicità cominciai a spostare la paglia alla ricerca di qualcosa che avevo perso molto tempo prima. I ricordi mi attanagliavano e quando giunsi al punto in cui speravo di aver risolto i miei problemi trovai qualcosa che mi fece rabbrividire e girai lo sguardo dall'altra parte. Il corpo di mio fratello giaceva scheletrico nella paglia. Ancora lo rividi tremare. Era stato abbandonato ed era morto di stenti. Fuori il vento cresceva e il tempo andava peggiorando. Poi senza alcun preavviso un colpo di vento penetrò con una forza spaventosa nel locale e la finestra cedette all'impeto del temporale. Ancora come prima fu un tuono e risvegliarmi. Scesi in fretta le scale, ma caddi e svenni.
Mi sono risvegliato poco tempo fa; ora i bambini se ne sono andati e io ho trovato il coraggio di muovermi. Guardo la finestra squarciata e i pezzi di legno per terra. Poi un colpetto di vento butta fuori dalla finestra un panno bianco, miracolosamente. Il velo bianco. La macchia bianca. Vola nel cielo, si divincola e cade. Come a voler trovare un'ultima vana speranza si contorce nella sua agonia. Ora capisco. Tutto è perduto. Mia madre è morta.



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