FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TANTA PAURA PER NIENTE
Massimo Pianigiani
Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora,passando, mi ha accarezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi.
Purtroppo la signora non si è mai accorta degli scherzi, a volte anche mortali, che i tre bambini mi hanno inflitto negli anni passati. Mortali perché io, essendo un gatto, ho sette vite, ma ormai me ne sono rimaste solamente quattro, e non ho nessuna intenzione di perire a causa di tre marmocchi.
La sera, dopo aver cenato, i bambini sono saliti in camera presto, stanchi per il lungo viaggio. Avendomi visto nel pomeriggio al loro arrivo, stavano già complottando altri scherzi. Sono stato ad origliare alla finestra per molto tempo,anche se non riuscivo a capire tutto ciò che dicevano, fino a quando si sono accorti della mia presenza e hanno chiuso le persiane, impedendomi di sentire i loro discorsi.
Durante le notti ho avuto molti incubi; ma quello che ho fatto l'altra notte è stato sicuramente il peggiore. Infatti si trattava del ricordo dell'ultimo scherzo mortale, l'unico che mi ricordo ancora bene.
Erano le vacanze natalizie e dopo Natale, come tutti ben sanno, specialmente i bambini, c'è Capodanno, un giorno che viene festeggiato con i petardi. Stavo dormendo nel giardino, quando, verso le undici e trenta, mezz'ora prima dell'ultima ora dell'anno, cominciarono i botti.
Saltai sul davanzale della finestra e mi infilai in casa. Corsi subito sotto il divano e mi ci nascosi. Nel frattempo arrivarono i tre bambini. Capii subito che mi cercavano. Sgattaiolai il più indietro possibile, cercando di non far rumore e di non fiatare. Ma ormai quello era un mio nascondiglio abituale, e presto guardarono anche lì sotto. Il più grande dei tre mi tirò fuori afferrandomi per una zampa e mi strinse tra le sue mani. Subito chiamò gli altri due e insieme uscirono dalla casa. Io miagolavo in preda al panico, sperando che la padrona mi sentisse e mi salvasse ancora una volta. Ma niente. Mi portarono nel giardino e lì mi rinchiuserono in un recinto, che circondarono con delle file di petardi, tutti collegati ad una stessa miccia, e poi scapparono. La miccia non era molto lunga e, non avendo tempo da perdere, cominciai subito a scavare. L'idea era di creare un "tunnel" che sbucasse dall'altra parte prima che i petardi scoppiassero. Ero quasi alla fine quando mi accorsi che la miccia era ormai finita. Continuai a scavare, ma ormai era troppo tardi. Tutti i petardi scoppiarono in un immenso boato, accecandomi per un istante, e il mio povero cuore cedette. Poi il buio, e dal quel momento al giorno dopo non ricordo più nulla.
Ripensandoci non riesco ancora a capire perché non ho mai reagito, forse per paura che la padrona si arrabbiasse con me. Già,la padrona. Che strano. Ogni volta che i bambini mi combinano qualche scherzo non c'è mai. E poi ogni volta che mi passa vicina mi guarda quella strana cicatrice che ho sulla pancia con uno sguardo indescrivibile, quasi maligno. So che mi vuol bene, ma a volte penso che mi nasconda qualcosa.
Alle dodici in punto scesi nella sala da pranzo, dove sia la signora che i suoi nipotini stavano per iniziare a mangiare. Appena mi videro, i tre bambini si misero a ridere. Io avevo il mio posto a tavola e, non per vantarmene, ero trattato come un signore. Appena i bambini mi videro sedermi al tavolo, si guardarono stupefatti e chiesero alla loro nonna se mi poteva far mangiare in un angolo del pavimento. Lei acconsentì. Io rimasi allibito. Non riuscivo a credere a ciò che avevo sentito. Mi sembrava quasi che fossero d'accordo. La cameriera mi spostò la ciotola e la mise vicino al camino.
Una settimana dopo, due giorni prima della loro partenza, i tre bambini organizzarono un nuovo "omicidio". Io li sentii e, a notte fonda, quando la padrona dormiva, cercai di scappare, ma i tre nipotini mi braccarono e, con una rete da pescatore, mi catturarono. Erano tre bambini, ma in loro c'era qualcosa di diabolico, quasi fossero guidati da una mente superiore. E quella rete, si, l'avevo già vista, nella camera della mia padrona, che la custodiva gelosamente perché era un ricordo del marito defunto. Ma come avevano fatto a prenderla se la padrona teneva la camera chiusa a chiave?
Mi legarono con una corda e mi misero in un sacco. Quando mi tirarono fuori mi trovavo in un luogo tetro. Dal suolo si alzavano densi fumi di umidità e nell'aria c'era un forte odore di morte; non era un cimitero, perché non si vedeva ombra di tombe, ma probabilmente non era neanche un campo da calcio. Poi mi accorsi di essere legato ad un albero, una quercia secolare, dalla corteccia ruvida ed umida che mi graffiava la schiena. Ad un tratto sentii un rumore, forse il motore di una ruspa. Non mi sbagliavo. Due fari mi abbagliarono e i miei occhi gialli luccicarono nella notte. Ma alla guida della ruspa non c'era nessuno dei bambini(era impensabile che dei bambini dai cinque ai nove anni sapessero guidare una ruspa di quelle dimensioni), ma non riuscivo a capire chi fosse. Riconobbi solo un luccichio di orecchini: probabilmente era una donna. La ruspa avanzava e con il suo braccio stava per inforcarmi. Il tempo incalzava. Con i denti cercai di liberarmi, ma ancora una volta non feci in tempo. Sentii un forte dolore che dall'addome mi saliva fino alla testa; poi ancora il buio... e un'altra delle mie sette vite se ne era andata.
La sera dopo riuscii a tornare a casa. La signora mi prese in braccio e mi strinse forte, emettendo sottili grida di gioia. Ero contento di trovare finalmente qualcuno che mi voleva bene. Ma alle sue orecchie vidi degli orecchini che, luccicando alla luce della lampade, mi ricordarono terribilmente quelli della sera prima. La signora mi accarezzò la cicatrice ed io, in preda al panico, sgattaiolai fuori dalla sue braccia, graffiandole una mano, e scappai in giardino, rifugiandomi sull'albero più alto. Stetti lì delle ore a riflettere. Come poteva la mia cara e vecchia padrona volermi morto? Probabilmente gli orecchini erano solo una coincidenza. Sta di fatto che io avevo paura.
Finalmente i tre bambini partirono e ricominciai a passare le giornate accanto alla mia padrona, che mi sembrava sempre più strana e sempre più interessata alla mia cicatrice.
In cinque mesi non mi capitò più nulla, fino al ritorno dei tre nipotini, che sarebbero restati per tutte le vacanze estive, fino alla ripresa delle lezioni.
Io mi allontanavo ogni giorno dalla casa e facevo ritorno solo per mangiare. Dormivo addirittura fuori, in giardino, per paura di qualche altro scherzo. Ma tutte le mie precauzioni non servirono a nulla, perché mi trovarono ugualmente un punto debole.
Come tutte le sere tornai a casa per l'ora di cena, cercando come al solito di fare meno rumore possibile. Trovai la mia ciotola nell'angolo del soggiorno e mangiai tutto. Poi uscii. Nel giro di pochi minuti cominciai a sentirmi male ed a barcollare. Caddi. Vicino a me sentivo il rumore e vedevo i fari delle auto che passavano. Ad un tratto una si fermò. Scese una ragazza che in breve tempo mi raccolse e mi portò da un veterinario. Mi misero su un lettino. Di tutto quello che dicevano riuscii a capire solamente una cosa: ero stato avvelenato. Purtroppo non c'era più niente da fare, perché il veleno mi era già entrato in circolo. Di nuovo il buio.
Un'altra vita era andata.
Esattamente ventiquattro ore dopo mi ritrovai nel mio giardino e, rabbrividendo, entrai in casa. Corsi in salotto e mi sdraiai sul divano a pensare. Tutto era successo così rapidamente che non ero neanche riuscito a capire chi poteva essere l'assassino. Sicuramente non potevano essere stati i tre bambini; solo agli adulti è permesso fare acquisto di veleni. Comunque avevo a mia disposizione solamente due vite, e non avevo intenzione di perderne un'altra.
Il primo obiettivo per la mia sicurezza era quello di far sparire i bambini dalla circolazione. Ma come? Prima provai con dei piccoli scherzi, che non ebbero nessun esito; poi cercai di spaventarli, ma anche questo non servì a niente; infine, esasperato,passai ad un'arma che non avrei mai voluto usare: la violenza.
In breve tempo i tre bambini si riempirono di graffi, croste, cicatrici ed infezioni, fino al giorno in cui i loro genitori, venuti a conoscenza dell'accaduto, decisero di portarli via e di non farli più tornare.
Io ero soddisfatto ma allo stesso tempo terrorizzato all'idea del male che avevo fatto e di quello che la mia padrona pensava di me.
Per circa un mese stetti lontano da casa, cibandomi di quello che trovavo e facendo nuove amicizie. Ma ebbi anche il tempo di collegare alcuni particolari dei miei omicidi ad una probabile "mente". La rete, gli orecchini, il veleno e la cicatrice mi conducevano purtroppo ad una sola persona: la mia padrona.
Decisi di tornare a casa e due giorni dopo arrivai. Nonostante fossi stanco, corsi subito a cercare la signora: la trovai nel soggiorno, seduta sulla sua sedia a dondolo, che guardava la televisione. Si accorse subito della mia presenza e la spense. Ora eravamo faccia a faccia, come in un duello in un film del Farwest. Il cuore mi batteva forte. Lei continuava a fissarmi. Con la testa indicai la cicatrice che avevo sotto la pancia: lei si mise a piangere e intanto parlava, e mi diceva che tutto quello che era accaduto era colpa mia e non sua. Io, a causa del mio colore nero, avevo provocato la morte di suo marito attraversandogli la strada prima che si recasse al lavoro; io le avevo portato via i nipotini; Io l'avevo fatta diventare cattiva.
Avevo ragione. Era stata la mia vecchia e cara padrona ad ideare tutto e, non avendo il coraggio di uccidermi, aveva delegato i suoi nipotini a farlo.
Ad un tratto si alzò, corse,per quel che poteva, in cucina,prese un coltello e tornò da me. Puntandomelo contro, minacciò di uccidermi. Io cominciai a scappare per la casa, seguito dalla signora; alla fine arrivai in cantina e, senza saperlo, mi misi in trappola da solo. Mi accorsi che non ero mai stato in questo posto prima. Il buio era completo e, mentre cercavo un nascondiglio, urtai contro un grosso contenitore, probabilmente di benzina, a giudicare dall'odore, che si sparse per tutta la stanza. La vecchia era ormai arrivata e mentre mi cercava continuava a parlare; diceva che se mi avesse ucciso il malocchio sarebbe finito. Accese un fiammifero per riuscire a trovarmi; sfortunatamente la fiamma mi illuminò, ed io, con un balzo, sgattaiolai sotto le gambe della signora e scappai. Stavo ancora salendo le scale quando la padrona lasciò cadere il fiammifero per terra. In una frazione di secondo la benzina prese fuoco e la cantina scoppiò insieme alla signora, in un immenso boato. Io correvo come un dannato, cercando di mettermi al riparo. In brevissimo tempo tutta la casa saltò per aria, ed io ero lì a guardare, fermo, immobile, mentre la mia padrona bruciava. Ero contento. Finalmente ero libero e non correvo più nessun rischio.
Ancora oggi, quando ripenso a questa avventura, mi sforzo di credere che sia stato solo un brutto sogno. Solo il motivo mi è certo: la superstizione.
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