FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA STATUA IN FONDO AL POZZO
Fabrizio Venerandi
Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha carezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo.
Sono stato a guardarli passare, senza muovermi. Sceso alla strada mattonata di rosso, i bambini carrambollandosene via con i loro sensi strani, con tutti i suoni sfasati.
Ho girato la testa voluttuoso per avere una sicurezza visiva del mio udito.
Poi sono saltato verso il pozzo della villa abbandonata, lasciandomi convincere dall'odore grasso delle piante enormi, incurabili e nascoste di quel sconosciuto giardino, sciocco sopravissuto murato di una nobiltà oramai del tutto decaduta e cittadina.
Nel pozzo c'era il mio di bambino, quello che avevo imprigionato dieci anni prima. Finii sul bordo tondo e mi gettai di sotto, come uno straccio.
Il fondo del pozzo.
Il buio d'umido altera comunque i desideri, ed io ora rido coma una pazza. I miei baffi sono splendide antenne aliene, e davanti ai miei occhi ecco il bambino da me tanto amato la mia malattia.
E' legato grasso alla parete rugginosa, mi fissa come se avesse gli occhi chiusi. "Lasciami andare -piagnucola- ti prego lasciami andare". Le braghette corte, la maglietta senza maniche annerita dal fango. Le braccia bianchiccie legate alla pietra.
Mi poso beata inebriata di fronte a lui.
"Lasciami andare, te ne prego!" miagola licenzioso, azzardando un sorriso complice.
La cosa sta andando avanti da parecchio tempo ed ultimamente mi annoia. Sono indecisa, poi mi ci butto ancora e lo graffio e lo graffio ancora, restando i suoi urli febbrili accesi nel rimbombo del pozzo. Poi lo graffio ancora ed in fondo mi bagno di sudore. Alla fine lo graffio stanca dei suoi gemiti smetto.
Sono finita, vorrei soltanto ucciderlo ammazzarlo, come dieci anni prima.
"Lasciami tornare a giocare con gli altri bambini!" continua.
Finalmente parlai. "Hai la barba sciocco: sei quasi trentenne" lo apostrofai. Lui smise di fare qualsiasi cosa: lo sapeva benissimo. Si mise a piangere seccamente. Ripensai ai bambini che avevo visto poco prima. "Io li odio tutti, io odio tutti quelli come voi. Vi dovrei proteggere -è vero- ma io vi odio. Perché dovrei battermi, sopravvivere per queste, queste bestie starnazzanti che siete? Amazzarvi tutti dovrei! Potessi! Mi tocca, mi è dato in destino solo di farti soffrire, ed è una cosa che mi devasta, mi lascia senza senso. Mi annoia senza il privilegio di fare uno sbadiglio. Perlomeno - perlomeno voglio dire- so di essere nel giusto, di essere una tra quelle che stanno facendo il loro dovere" dissi.
Lui si mise a ridere a crepapelle, senza forse avere capito il mio discorso.
Tornato serio "ma smettila!" mi disse. Girò la testa verso destra e mi apparve cambiato, in quel profilo spaventoso. Era cadaverico. Era morto, ed io l'avevo ucciso.
"Tu -m'apostrofò- tu sai bene come stanno le cose. Quando sono cascato in questo posto, avevo le ossa spezzate, non riuscivo a rialzarmi, piangevo solamente, e tutti mi cercavano nei posto sbagliati. Pochi avrebbero mai indovinato che ero entrato nella villa per stare con te. Erano settimane che ti guardavo saltellare, muoverti sicura, sculettare serena del tuo sorriso serafico. Ed io ti seguivo, entravo nella tua casa, mi facevo conoscere dai vicini, rendevo il mio viso riconoscibile, trascurabile. Conoscevo le tue bambine, mi vezzeggiavo con tuo marito. Tu lo sapevi, ti piaceva e mi lasciavi fare. Non c'era niente di male -intendiamoci- niente di male. Poi quel giorno ti seguii fino al bordo del pozzo: di questo pozzo e forse scivolai, forse tu ridendo mi ci buttasti dentro, ora non ricordo. Comunque mi ritrovai piangente con le ossa spezzate, senza potermi rialzare. Mi guardavo le braccine piegate, palpandomi con le labbra le dita fredde e tu mi stavi davanti. 'Salvami, salvami!' io ti dicevo e tu avresti potuto, potuto salvarmi. Ti sei avvicinata e con la lingua hai lappato le mie ferite, ricucendo la pelle, incollandola alla pietra. Mi hai riattaccato le ossa tutte storte, ora scricchiolano. Mi hai lisciato e leccato, ed io docile diventavo la tua vittima, morivo, diventavo il tuo nascondiglio. Adesso però, ed è questo il senso del mio discorso bisogna finirla. Per la prima volta chiuderò gli occhi e la bocca, non mi sposterò più. Mi lascerò andare via. I miei tre figli non pensano più a me, ed i miei compagni di gioco ora sono degli uomini d'ufficio. Io, io sono restato uno scherzo, è tempo che muoia del tutto. Mi spiace, o ne soffro, o forse non mi interessa per nulla. Ecco come stanno le cose".
Lui era tornato ad essere la statua in fondo al pozzo, quel bambino caduto accidentalmente dieci anni prima e mai più ritrovato. Restai a vederlo spegnersi, afflosciarsi luminoso, poi ridursi racchiudersi, ridacchiare, fino a diventare una piccola lucertola scattante. Gli saltai addosso interdetta, ma quella oramai si era infilata in una fessura del muro.
Miagolai e sbattacchiai il fumo per un poco, poi -spazientita- lentamente risalii. Consapevole degli eventi tornai sul muretto per aspettare che tornasse la vecchia con i miei tre assassini.
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