FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NON DIRE GATTO FINCHE' NON L'HAI NEL SACCO

Valeria Tosi




Ho paura dei bambini.
Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha accarezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi.
Ho paura dei bambini, quando arrivano le vacanze. Con la fine della scuola gli si mette a ribollire in testa un'idea perniciosa, un'indiscutibile certezza: libertà é disubbidire ai grandi.
Questa suprema sintesi traspare gioiosa dalle loro faccette sudate: l'estate esiste per essere goduta d'un fiato, come una gazzosa gelata, esiste per tutte quelle irresistibili cosacce proibite, che io sintetizzo alla voce esperimenti, sempre più o meno schifosi, mai senza rischi mortali per le malcapitate vittime.
Così ho cercato di restare alla larga finché ho potuto, finché cioè non mi hanno scovato nella nicchia fra le cataste di legna, rapidi e felpati molto più di me. Mentre il biondino, il più piccolo, si preoccupava di non lasciarmi scappare, i gemelli, rossi, lentigginosi e magrolini, decidevano ridacchiando quale prova mi sarebbe toccata.
Io mi vedevo davanti la corsa dei ragni zoppi, tre innocui zampalunga prima mutilati, quindi incitati a correre con pungenti rametti di pino. Cercavo poi di non pensare alle cavolaie, prigioniere nel retino, immobilizzate con una secchiata d'acqua, quindi finite a pennellate di smalto da unghie. Sembravano decorazioni scheggiate di un Capodimonte precipitato dalla credenza.
I gemelli sono fuggiti e ricomparsi dopo un attimo con un secchiello, un canovaccio stinto e un vecchio piatto sbeccato. Mi sono reso conto d'intuito che volevano fare merenda sul prato, ma quel che mi terrorizzava era il contenuto del secchiello, interamente destinato a me.
Perché non posso parlare? Perché non capiscono dai miagolii disperati che mi rifiuto di mangiare lucertole dalla coda mozzata, lombrichi sezionati e orrende falene pelose? Non sono un peluche, tantomeno una cavia per esperimenti dissennati e necrofili. Perché non accettano la mia gatteria pura? Non mi sottometto ai loro giochi in nome di un divertimento tanto crudele.
Sono un essere fiero e dignitoso, pigro e libero, voglio vivere solo secondo i miei naturali bisogni. Sono pigro perché non rinuncerò mai alle mie abitudini borghesi per abbandonarmi alla vita selvatica, rischiosa, malsana e stupidamente sprezzante delle comodità domestiche; libero quando mi sento nutrito e ben curato e lascio spaziare pensiero e sentimento senza costrizione, alla ricerca di vibrazioni più intense.
Ammetto di essere un po' prostituta, per usare un termine convenzionale, anche se a me sembra di esercitare solo la più antica forma di commercio: il baratto. Perché dovrei negare un po' di fusa e qualche smanceria, se con questo sforzo minimo posso ottenere in cambio cibo degno di tal nome, dedizione e premure?
La mia vita comincia e finisce qui. Mi basta godere di tutta la bellezza che ho dentro ed intorno a me: dei pomeriggi d'agosto, immobili e bollenti, come delle nevose serate invernali, sonnolente e ovattate dietro ai vetri appannati del salotto della signora.
Alla fine ce l'ho fatta a ribellarmi. Sono un po' dispiaciuto di essermi dovuto servire di qualche unghiata, certo é però che si meritavano una lezione.
Hanno capito che il rifiuto tenace che oppongo ad ogni contatto mi rende alla lunga una preda noiosa e poco appetibile.
Così sono rimasto nel mio splendido isolamento cercando di non scompormi troppo ogni volta che le loro scorribande diventavano per me fonte di evidente fastidio.
Le loro estati qui sono minute parentesi nel fluire pigro delle nostre stagioni. Io e la signora conviviamo pacificamente, senza reciproche invasioni in territori dai confini ben difesi.
Ma alle tre pesti questo non sta bene, ed eccoli lì a irrompere nelle nostre certezze, a scardinare principi e consuetudini, convinti che le novità portino divertimento, che l'anarchia elevata a regola di vita renda tutti più liberi.
Balle! Ti puoi sentire libero solo se il mondo che ti é intorno soggiace a leggi ferree e immutabili. Tutta la nostra libertà é costruita su una funzione, seppur minimale, su un ruolo che ci compete, ci veste come pelle, ci accompagna per la vita.
I sogni sono degli stolti. E tutti gli Icaro senza coscienza di questo mondo sono testimonianze palpabili della sconfitta che portano dentro.
La signora se n'é andata un pomeriggio di settembre, pochi giorni dopo esserci liberati dei suoi nipoti, nella cucina invasa dai vapori caramellosi di marmellata.
Aveva dedicato la mattina a raccogliere gli ultimi frutti di quel pruno un po' tardivo, e subito si era messa a pesarli, lavarli, a preparare zucchero e cannella, per la rituale, interminabile bollitura.
Fuori era troppo ventoso per i miei gusti. E oltretutto mi annoiavo. Non c'era un topolino, una talpetta, un uccelletto qualsiasi da infastidire. Così mi sono messo a gironzolare per casa con movenze molto estetiche e con l'espressione che mi viene meglio, come di un asceta colto da rapimento mistico. Volevo un po' di attenzione, ma soprattutto ambivo a quelle tre fette di polpettone che intravvedevo sul piatto nel forno. Ogni tanto il suo sguardo mi incrociava e lei sorrideva.
Poi ha preso la vecchia scaletta a tre gradini, quella su cui mi affilo le unghia, e si é arrampicata per recuperare alcuni barattoli dal ripiano più alto della dispensa. E' stato un attimo: l'ho vista sbilanciarsi e precipitare a terra con un tonfo sordo. Aveva una buccia di prugna attaccata sulla suola di una delle ciabatte lise, ecco perché é scivolata. E scivolando ha battuto la testa sulla cassetta dell'acqua minerale.
Che cosa potevo fare? Non ho l'autorevolezza e la credibilità di un cane che si mette ad abbaiare disperatamente in cerca di aiuto.
Il fato ha voluto che di lì a poco entrasse la postina, abituata a consegnare personalmente ogni missiva, quando la buona conoscenza del destinatario glielo permetteva.
Ricordo di aver cominciato a miagolare senza tregua, per lo sconforto, il disorientamento e l'angoscia per ciò che sarebbe stato di me. Mi ero affezionato a lei, alla nostra vita abitudinaria, alla libertà senza rischi che mi concedevo. Ora invece ero costretto ad affrontare il dolore, ma con la lucidità di chi deve prendere una decisione capitale, senza ritorno, e in fretta.
Come sempre mi hanno battuto in sveltezza: sono arrivati i medici, il parroco, e poi i vicini, qualche parente, per ultimi gli addetti alle pompe funebri. Con tutta quella calca mi era difficile spostami da una stanza all'altra, figurarsi uscire di casa. Non volevo rimanere li, l'avevo vista morire, perché non lasciavano che mi risparmiassi quei penosi disbrighi sanitario-spiritualburocratici che agli uomini la morte impone?
Quanto erano nauseanti le frasi di circostanza e tutto quel pietismo ipocrita che arrivava a coinvolgere anche me: "Le faceva tanta compagnia, guarda com'é smarrito, sembra quasi che abbia capito cosa é successo". Cavolo se avevo capito, c'ero io con lei che cadeva, mica loro! "E adesso chi penserà a lui? Abituato com'é a stare in casa, non riuscirà a sopravvivere all'aperto, ora che andiamo verso il freddo. Proviamo a dirlo alla Wanda, in fondo stava con sua madre, e poi anche i suoi bambini gli volevano bene".
No, i bambini no! Oddio, meglio da solo nel bosco d'inverno che con i bambini!
Ancora una volta i miei riflessi poco allenati mi hanno tradito: sono stato braccato, ficcato in macchina in uno scatolone bucherellato (che umiliazione!), sballottato come un pupazzo. Quando ho riaperto gli occhi mi veniva ancora da vomitare e traballavo sulle zampe. Io detesto viaggiare.
Sono stati i loro gridolini, le loro maledette risatine isteriche, a riportarmi alla realtà, a farmi presagire la tragedia incombente.
E' un bel po' che sono qui, tra pochi giorni é Natale. Ma io guardo già all'estate, quando torneremo nella casa della signora. E lì farò la mia grandiosa uscita di scena.
Non mi avranno più.
Sono stati capaci solo di umiliarmi e degradarmi a fenomeno da baraccone. Mi fanno fare il numero dell'acrobata senza rete, mi tingono con i gessetti per poi strigliarmi in una tinozza di acqua saponata, mi appendono campanellini e mollettine alla coda. L'insulto peggiore é però il nome che mi hanno dato e che tutti considerano così tenero "si vede che il rapporto col gatto li rassicura e li tranquillizza". Sono ciechi, ciechi insensibili e ignoranti!
Con tutti i gatti dei cartoni animati, quale hanno paragonato a me? Silvestro? No! Romeo, Felix, Tom, Lucifero, Brivido Cosmico? Magari!
Io sono Cialda, il gatto di Pippo.
Cialda! Vi rendete conto? Non é un nome Cialda, é solo un suono idiota.
Non dategli retta, non commuovetevi, non lasciatevi avvicinare, quando sono soli e sembrano affettuosi. Dovete averne paura, solo la paura può tenervi lontano abbastanza da loro.
Qualunque cosa vi succeda, qualunque cosa, non fidatevi mai dei bambini.



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