FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SOGNI RANDAGI

Claudio Mauri




Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha carezzato con un sorriso. E' sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi. Ho preso la rincorsa e sono salito su di un albero del giardino osservandoli mentre si allontanavano. Finalmente qualche giorno di tranquillità: partivano per le vacanze di pasqua.
Sugli alberi mi sento al sicuro. Ricordo la pianta d'alto fusto che dominava il giardino di un condominio dove sono vissuto per molti anni. è stato il mio primo rifugio da quando, piccolo gatto, una mano ruvida mi abbandonò in quello spazio sconosciuto in una gelida serata invernale. Spaventato e infreddolito mi arrampicai su quel grande tronco miagolando al cielo la mia disperazione. La neve cominciò a scendere copiosamente. Ricordo la solitudine, il gelo che penetrava nelle ossa e gli alberi di natale che apparivano nel ritaglio luminoso di qualche finestra.Sarei sicuramente morto se, la mattina seguente, non mi fosse venuta in soccorso una signora, la dolce e svanita vecchietta che abitava al terzo piano. Dopo avermi rifocillato, mi trovò un rifugio in un angolo della soffitta. Così quell'inverno tremendo passò.
Per anni, dal grande albero, ho osservato la vita del condominio. A primavera inoltrata le finestre si aprivano sui segreti di tante vite; nessuno aveva paura di essere spiato da un gatto e io, con i miei occhi penetranti, osservavo lo strano gioco di destini paralleli ma incomunicabili, piccoli e grandi drammi, meschinità quotidiane, momenti di riso o di pianto. Vivevo della carità del condominio, i miei pasti dipendevano dall'umore incostante di chi mi soccorreva. Con una sensibilità acuita dalla fame intuivo i moti dell'animo di chi mi avrebbe aiutato o respinto con un calcio.
Anch'io ho una storia da raccontare. Una storia nata in una tiepida mattinata di giugno, quando l'aria sembrava di cristallo e le cose si disegnavano nitide e colorate nello spazio. La paura e l'insicurezza albergavano ancora nel mio animo, come il buio della notte che mi accompagnava nei giri solitari per le tegole dei tetti. Non ero mai entrato nella casa di una persona, ma quel giorno accadde il miracolo. Al secondo piano era venuta ad abitare una nuova persona. I rami dell'albero arrivavano quasi a lambire il balconcino del suo appartamento; incuriosito mi protesi per guardare, la finestra s'aprì e i nostri sguardi si incrociarono. Fu un amore a prima vista. La nuova inquilina era una stupenda e giovane donna che mi accolse con un sorriso luminoso. Mi chiamò con una voce dolce invitandomi a saltare dal ramo sul balconcino. Esitai un poco, con quel diffidente ritegno che hanno i vagabondi, poi spiccai il balzo. Mi trattò come il più caro degli amici, offrendomi del cibo prelibato e non i soliti avanzi. Facendo le fusa mi strofinai alle sue candide gambe e lei rise compiaciuta per la morbida carezza. Da quel giorno il mio destino cambiò, divenni un ospite fisso dell'appartamento e la mia vita randagia ebbe fine. Il tempo ora scorreva pigramente senza un sussulto, come un grande e calmo fiume. Ormai guardavo l'inverno come un vecchio nemico inoffensivo dai vetri della finestra, sprofondato nel morbido tepore della cucina. Senza più il morso continuo della fame e la paura dell'imprevisto, passavo interi pomeriggi sonnecchiando su di un morbido cuscino, cullato dal ticchettio dell'orologio o dal dolce e ovattato fragore della pioggia che cadeva nel giardino. Ogni tanto sentivo la sua voce e la sua mano calda mi accarezzava, alzavo la testa e il mio sguardo si rifletteva nei suoi occhi stupendi e scintillanti da gatta. Avrei voluto parlare, dirle che l'adoravo, ma la mia voce non era altro che un flebile miagolio.
Un giorno di marzo più di tutti gli altri è impresso nella mia memoria. Lei aveva appena fatto la doccia; venne in sala coperta solo dall'accappatoio e si abbandonò sulla poltrona con un'espressione felice e rilassata. I capelli ancora umidi le pendevano sulle spalle semiscoperte e gli occhi, appena velati di stanchezza, avevano la delicata luminosità del giardino. Era bellissima. Subito le saltai in grembo e, nel far questo, le sue gambe snelle e tiepide si scoprirono quasi completamente. Lei, sorpresa da questa mia improvvisa effusione, rise contenta. Preso da un improvviso impeto di passione volevo comunicarle tutta la mia gioia e il mio amore; con il muso cominciai a farle delle carezze giocose e impetuose sulla pelle vellutata delle cosce. Lei rabbrividì e ridendo disse lusingata: "Ma cosa fai stupido"? Se fossi stato un uomo l'avrei stretta fra le braccia, ma non mi fermai e le mie carezze si fecero più audaci; l'accappatoio si era completamente scoperto lasciando libere le morbide rotondità che confluivano nel disegno nitido del pube. Sentii il suo respiro farsi affannoso e il suo corpo abbandonarsi ancor di più sul divano. Ormai a ogni mia carezza rispondeva un sospiro sempre più intenso. Ero inebriato dalla sua bellezza, dal suo profumo intenso, dal tepore del corpo che eccitava i miei sensi.
Il campanello trillò e il suono fu come l'offesa improvvisa di un pugnale. Lei, come se fosse stata sorpresa da qualcuno, si alzò di scatto facendomi cadere. Con lo sguardo perso si ricompose e si avviò verso la porta. La mia rabbia e la mia delusione erano grandi, ma il disappunto aumentò quando vidi entrare un uomo nell'appartamento. Il suo sguardo non mi piaceva e mi rifugiai sotto il tavolo.
Cominciarono a parlare, dapprima pacatamente e poi in tono sempre più animato. Lui parlava di qualcosa che tra loro non poteva più continuare e che doveva finire. Lei dapprima usò un tono supplichevole, poi, al colmo di un'emozione che non sapeva più trattenere, alzò la mano per schiaffeggiarlo ma poi la ritrasse e scoppiò a piangere. Gli voltò le spalle e, tra un singulto e l'altro, disse: "Non ti voglio più vedere"!
L'uomo si allontanò a grandi passi e sentii sbattere la porta. Il mio cuore batteva forte ma non mi persi d'animo. Uscii dal tavolo e le corsi incontro miagolando, per consolarla, per soccorrerla. Lei alzò il viso e mi fissò con uno sguardo carico d'odio; con un gesto improvviso e violento mi lanciò un pesante portacenere urlando: "Vattene via bestiaccia"!Il portacenere mi colpì di striscio alla testa andando ad infrangersi contro la parete; terrorizzato percorsi a grandi balzi la camera, mi infilai nello spiraglio aperto della finestra e saltai sul grande albero del giardino, arrampicandomi verso l'alto fino a quando ebbi fiato in gola. Mi fermai, lanciando uno sguardo alla finestra luminosa che avevo lasciato e che ora mi pareva lontanissima. Era diventato buio. Una pioggia gelida mi stava bagnando e brividi di freddo e paura mi scuotevano la schiena. Un sottile rivolo di sangue mi scendeva dalla testa, ma non sentivo nemmeno il dolore.
Dal ramo più alto, saltai sulle tegole del tetto ritrovando la via dei solai e un rifugio di fortuna. Acquattato in un angolo freddo e umido della soffitta, tra l'odore di muffa e di cose putrefatte, mi addormentai sognando un altro dei miei sogni impossibili.
La mattina dopo aveva smesso di piovere. Tornai sull'albero e osservai le persone che uscivano per recarsi al lavoro, fagotti scuri e oppressi che si proiettavano nella strada senza nemmeno guardare il cielo azzurro di quella nuova giornata. Sentii una voce angosciata che chiamava: "micio, micio"! Era lei. I nostri sguardi si incrociarono per l'ultima volta e ricordo ancora la sua espressione smarrita. Spaventato fuggii. Fuggii lontano oltre il giardino del condominio, attraversando cortili sconosciuti, strade trafficate. Sperduto e con il cuore in gola, più volte rischiai di essere investito. La città era un'apparizione mostruosa, un labirinto infernale dove mi aggiravo affamato e ferito. Trovai una strada costeggiata da un lungo e interminabile muro; mi arrampicai e di fronte a me si aprì un largo spazio di quiete, un grande giardino dove giocavano tre bambini con i berretti bianchi e, in fondo, una maestosa e antica villa. Mi fermai assaporando quella calma, mentre i battiti del cuore rallentavano e la paura svaniva. Il sole era alto e il cielo di un azzurro stupendo. La primavera era vicina, sentivo il suo profumo nell'aria. Invaso da una gioia improvvisa per la mia libertà mi rotolai a lungo nell'erba.
La padrona della villa mi accolse con affetto e da quel giorno vivo nel suo grande giardino. Più volte mi ha invitato a entrare in casa ma io non ne ho mai avuto il coraggio. Perché non so, forse ho paura dei bambini.



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