FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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STORIA TRISTE, ANZI TRISTISSIMA
Enzo Rospo
Niente da fare, no fame, no sete, finito di contare.
Provare a cantare.
dammi il tuo cuore bambola
tiepida la notte è tiepida
vieni tra le mie braccia amore
dimmi finalmente di si...
di..si...si...si... sss
La voce sgangherata si spegne gradatamente in un sibilo da cane stanco mentre con occhi ormai fissi e lacrimosi osserva, accovacciato sull'argine, l'acqua nera del fiume notturno che scorre sotto.
Pare ipnotizzato dal riflesso ondoso dei lampioni opachi, tristi come forche in attesa del pendaglio, che illuminano di luce spettrale i viali deserti lungo il fiume.
-Vita ruvida e inutile, ossa stanche e troppe panche, voglia di sparire
Provare a fischiare.
Fiii.......fiuuuuu...fiu...fiu...fiuuuuuu
Gli occhi gonfi paiono fissare l'acqua fetida che scorre sempre uguale mischiata alla sua vita inciampata senza rimedio nei solchi insidiosi di rimozioni inefficaci.
Con gesto inconsapevole la mano va sulla bottiglia al suo fianco, la porta alla bocca, due lunghe sorsate di vino aspro, poi il rivolo rossastro che dalle labbra scende senza opposizione lungo il mento e di lì sulla giacca troppo stretta e troppo stazzonata
-O Dio dei marciapiedi e dei vini mentitori, cosa c'è da sapere oppure da godere, cosa vale la fatica di contare?
Meglio cantare
Me ne andrò senza di te
sul treno lungo della tristezza
amore mio dannato amor
dannato amor......dannato....
amor....
Tace.
Lentamente la figura informe scivola di lato, reclina sempre più il tronco trascinato dal peso della testa piena di pensieri doloranti oppure vuota di pensieri doloranti. Chi può sapere cosa c'è nella testa di un barbone ubriaco?
Infine la testa pienovuota tocca il marciapiede di ghiaccio nero di Parigi-Lungosenna, oppure Londra-Tamigi, o Budapest-Danubio
Nessuno nei pressi a provar pena, ma nemmeno disprezzo o meraviglia. Nessun impiegato del catasto o studente di matematica.
Nessun giudice ad inorridire o prete a benedire.
Poi comincia a piovere, lenta acquerugiola dal cielo nero, nella notte nera, sulla città nera, pioggia sottile, acqua per pidocchi.
William Scelsi Ray, grande poeta e romanziere, o meglio ciò che resta di lui, sporco, vergognosamente ubriaco, incosciente, giace riverso sull'argine di un fiume in una grande e civile città d'Europa.
Solo, sotto una pioggia per pidocchi, senza neppure un cane zoppo che gli lecchi una mano.
Eppure pochi anni prima quest'uomo aveva letto una poesia nell'aula magna dell'Accademia.
Sole frammento
di padre
caldo fragore
che evapori
oceani e fiumi umani
trova un minuto di tenebra
Ieri è comparsa
la prima ruga sul mio cuore.....
Applausi ridenti di eccitate studentesse, scambio compiaciuto di sguardi tra esimi professori in grigio e blu, ma tutti ignari d'applaudire l'esordio di una tragedia.
Da qualche tempo William Ray covava un buco nero minaccioso tra le pieghe del suo animo gentile.
I medici sentenziarono con orgoglio e soddisfazione professionale
-Depressione, caro Maestro, passerà, presto passerà.-
E invece il buco nero seguitò a risucchiare gioia e poesia.
Un giorno, invitato al Circolo della Stampa per una lettura Ray, a lungo negatosi, salì sul podio, tacque per due interminabili minuti poi paonazzo in volto esclamò:
vi temo e vi aborro
tristi lumache sbavanti
inchiostro nero
sulle pagine bianche
del mio oblio!
La platea rimase interdetta ed un debolissimo applauso sottolineò lo sconcerto per quello che ai più apparve un insulto gratuito.
Da allora fu paventato estro bizzarro, agognato terrore di cerimonie pubbliche e convegni. Sempre meno declamò versi sempre più cupi, rozzi, sconnessi, infine solo elenchi di insulti violenti.
In casa sofferenza per la moglie devota, porte chiuse su fantasmi incombenti, vestaglie da camera svolazzanti per furibonde lotte e private battaglie in endecasillabi sciolti.
La figlia sempre all'estero impegnatissima in pretesti estenuanti.
Poi un giorno la moglie devota strabuzza gli occhi mentre beve il caffè.
Ictus e muore.
Ray riapre le porte e va per caffè, ma indossa sempre il cappotto, anche in agosto e stringe un patto di ferro con bottiglie piatte e acqua di fuoco. Beve e canticchia poesiole insulse.
Tutti conoscono William Ray nei caffè del quartiere universitario.
Gli studenti gli riempiono la bottiglia piatta in cambio delle sue declamazioni in piedi sui tavoli. Invettive candide e risate ciniche.
Eppure, a volte, dagli oscuri recessi dell'inconscio, il suo crudele guardiano del pudore lascia trapelare sprazzi dell'antica poesia solare, frammenti malinconici e trasognati, tracce lasciate su tovagliolini di carta dimenticati nel buio dei cassetti.
Era il tuo sguardo puro
luminoso e vero
ridente di pupille mattiniere
quando lo rubò il cielo
per farne mille primavere.....
Un giorno il Maestro scomparve col suo cappotto. Nessuno lo cercò.
L'anima deve obbedire all'istinto primordiale che esige che la dipartita avvenga in un contesto di intimità e concentrazione.
Salì su di un treno per una località lontana dove nessuno lo conosceva.
Fu sobrio e determinato per tutto il tragitto, come un indiano che si rechi a Benares per il suo ultimo viaggio.
Scese alla stazione metallica avvolto dal grigio e dal freddo, riempì la bottiglia piatta al primo spaccio e bevendo e rimuginando si diresse al fiume.
Non chiese indicazioni. S'è mai vista l'Agonia chiedere per strada informazioni? Come un animale sentì nell'aria l'odore grigiastro del fiume e vi giunse che era ormai sera.
La mattina dopo nel chiarore perlaceo dell'alba invernale, gli spazzini che ramazzavano i marciapiedi bagnati, sui quali si riflettevano le luci ancora accese delle forche vuote, lo trovarono sull'argine.
Lo scossero a lungo (sonno duro il randagio!), ma il poeta se n'era ito durante la notte, come un cane zoppo, senza neppure la carezza di un barbone.
Alla morgue in una tasca del cappotto intriso di pioggia e vino cattivo trovarono un tovagliolino di carta sgualcito vergato in matita dalla mano malferma:
Niente da fare
no fame, no sete
finito di contare.
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