FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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QUASI UMANO

Marco Passarello



Un omaggio al Buon Dottore

"Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare."
"Come sarebbe finito di contare? Chi ti ha detto che hai finito? Devi andare avanti finché non ti addormenti! Hai capito?"
Il robot guardò mitemente il professore con i suoi grandi, quasi infantili occhi azzurri, e accennò una timida protesta: "Conto in fretta, signore. Arrivato al limite. Ancora una pecora e succede overflow." Pausa. "Se vuole, io può contare pecore con numeri transfiniti. O ricominciare da capo."
Il professore aveva seguito la spiegazione con malcelata impazienza, misurando a grandi passi il ristretto spazio del laboratorio segreto che aveva ricavato nel proprio garage, zigzagando tra il disordine delle apparecchiature accatastate. "E allora ricomincia!", gridò. "Anzi, no, lascia stare. E' inutile! Non serve a niente!". Diede un violento scappellotto al robot, che si mosse appena.
"Sì, bravo, prenditela con lui. Una cosa molto intelligente da fare", disse la donna che, seduta sull'unico angolo del bancone non ingombro di strumenti, osservava la scena. "E' un robot: fa quello che gli si dice di fare. Se può. E se non lo fa, vuol dire che non può."
"Non può perché qualcuno gli ha ordinato di non farlo!" sibilò il professore. "Io i robot li conosco troppo bene, sono anni che ci lavoro. Questo bastardo mi nasconde qualcosa, lo sento. Ma si rifiuta di dirmi cosa. Prbabilmente sta morendo di fame, sete e sonno, ma non lo lascia trasparire. Avranno preso le loro precauzioni, gli avranno ordinato di non lasciar capire per nessuna ragione la sua vera natura."
"O forse ti sei inventato tutto. Io a questa storia del robot umanoide in tutto e per tutto non ho mai creduto molto. Mi spieghi a cosa diavolo serve un robot che ha fame, sete e sonno? Mi par di capire che i robot vengono utilizzati proprio perché non hanno questo tipo di problemi."
"Serve a un mucchio di cose", rispose il professore, cercando di dominarsi. Smise di passeggiare in tondo, abbandonò il cipiglio feroce, e proseguì in tono quasi didattico: "Per esempio serve a fare da cavia in un mucchio di spiacevoli situazioni cui un essere umano non si sottoporrebbe volentieri. Per non parlare del fatto che gli esseri umani stanno di malavoglia in compagnia dei robot comuni. Sono troppo meccanici, troppo... disumani, ecco la parola. La gente non si fida. Mentre forse si fiderebbe di un robot che si stanca, che è in grado di apprezzare un buon pranzo, e che magari deve assentarsi per pisciare... D'altronde, guarda questo esemplare!" Passò le mani tra i capelli del robot, con un gesto tra l'affettuoso e il possessivo. Il robot rimase inerte. "Se non sapessi che è un robot, se non mi avessi aiutato a tirarlo fuori dalla sua cassa e a metterlo in funzione, lo distingueresti da un essere umano? Sembra vero."
"Parla come un troglodita."
"Solo perché è un prototipo, evidentemente non hanno inserito tutte le schede del linguaggio. Ma per il resto è del tutto umano."
"D'accordo, ha l'aspetto più umano di un uomo vero. Basta questo per dire che funziona come un essere umano in tutto e per tutto? `L'abito non fa il monacò, diceva mia nonna, e secondo me questo non è altro che un robot come tutti gli altri camuffato da uomo."
"Tu non sai un bel nulla. Prima che me ne andassi dalla U.S. Robots ho fatto in tempo a dare un'occhiata ai loro piani di sviluppo...
"Prima che ti cacciassero, vuoi dire...
Il professore ebbe uno scatto, poi si controllò. "Me ne sarei andato comunque. Mi ero accorto da un mucchio di tempo che mi volevano emarginare. Ma avevo preso delle precauzioni. Li ho spiati, e ho scoperto questo progetto segreto dei robot-umani, che mi avevano tenuto nascosto. Mi sono procurato i dati preliminari...
"Magari è proprio per quello che ti hanno cacciato. Colpa della tua paranoia. Fossi rimasto al tuo posto, saresti ancora uno scienziato rispettato. Adesso sei un ladro..."
Ora il professore non faceva nessun tentativo di nascondere l'ira che montava. "Non sono un ladro! Non ho rubato nulla. Restituirò questo mucchio di ferraglia quanto prima. Appena avrò scoperto quello che voglio scoprire, lo rimetterò nella sua cassa, tornerà al suo posto e nessuno si accorgerà di niente. Come potevo lasciar correre così un'occasione come questa? Un robot sperimentale finito per errore in un carico di robot di serie, dimenticato nel magazzino dell'aeroporto. Dell'aeroporto dove lavora mia moglie. Solo il destino può avermi dato un'opportunità simile!"
"Opportunità per cosa? Non hai il tempo necessario per analizzare il cervello positronico. Se non rimettiamo a posto il robot, entro due giorni spediranno la cassa vuota, e si accorgeranno della sparizione. Risaliranno a te. E ti metteranno in galera."
"Due giorni bastano! Ho copiato lo schema del cervello, posso studiarlo con calma. Ma se non ho nemmeno un indizio di quali funzioni corporee è in grado di mimare, ci metterò anni a capire come funziona. Mi basta un indizio, un solo piccolo indizio, e potrò dedurre il principio di funzionamento, e brevettarlo prima che lo facciano loro. E per poterlo utilizzare dovranno pagare, pagare per tutte le umiliazioni che ho subito!" Il professore aveva ripreso a camminare, gesticolava, era fuori di sé. Ma questo stupido aborto robotico rifiuta di collaborare. E anche tu! Ricordati che ci sei dentro fino al collo, sei mia complice, e se arrestano me tu farai la stessa fine! Pensaci bene!" Si diresse a grandi passi verso l'uscita.
La porta sbattè violentemente. Quando l'urto cessò di echeggiare nel piccolo laboratorio casalingo, la donna si avvicinò al robot, che era rimasto seduto con aria assente come se quello scoppio d'ira non lo riguardasse minimamente. "C'è chi dice che voi robot siete esseri intelligenti come tutti gli altri, e meritereste di avere gli stessi diritti degli esseri umani. Io non saprei, non mi pronuncio. Ma se un giorno dovessero darti i diritti civili, ascolta il mio consiglio. Non sposarti mai. Mai!"
Il robot sembrava addirittura triste. "Penso bisogna dirlo", disse infine.
"Dirlo che cosa?"
"Dirlo di me. Dirlo al professore".
"Dirglielo? E perché mai?"
"Lui sa che c'è qualcosa. Ordina di dirglielo. Difficile tacere. Sto male."
La donna si fece improvvisamente seria. "Oh, ma tu non devi dirgli niente. Hai visto che uomo cattivo è. Se scoprisse che conosco qual è la tua vera funzione, e che sono stata io a far sparire il tuo libretto di istruzioni prima che lui lo vedesse, sarebbe terribile! Potrebbe farmi del male, molto male! E tu devi impedire che agli esseri umani sia fatto del male, vero? E' scritto nel tuo cervello."
"Sì."
La donna si era avvicinata moltissimo al robot, e ora gli parlava bisbigliando. "Stai tranquillo, questa storia non andrà avanti ancora per molto. Tra poco sarà costretto a rimetterti nella tua cassa e a riportarti in magazzino, non può rischiare che il furto venga scoperto... e se invece decidesse di tenerti, potrei denunciarlo io, così me lo leverei di torno una volta per sempre..."
"Perché non subito?" Il robot sembrava sforzarsi di parlare in maniera corretta, come se tenesse molto ad essere ascoltato. "Perché non denunciarlo subito?"
"Subito? Oh... Potrebbe essere la cosa più giusta da fare. Ma allora dovrei subito restituirti alla U.S. Robots. E rinunciare ai tuoi servigi. E non ne ho nessuna voglia. Perché, sai, quando ho trovato il tuo libretto di istruzioni sul fondo della cassa, e ho letto che sei un modello sperimentale in grado di imitare una sola delle funzioni fisiologiche umane - la più interessante, se vuoi il mio parere - ho capito subito che avevo bisogno di te. Che ne avrei avuto sempre. Anche adesso." La donna ora stringeva appassionatamente il braccio del robot, che alle sue parole si era alzato in piedi, aveva perso la sua aria smarrita e sembrava finalmente a suo agio, come chi sta svolgendo l'unica attività che gli è congeniale.
"Devo accompagnarla in camera, signora?" disse il robot con voce profonda. La donna si guardò intorno maliziosamente, fermandosi sul bancone del laboratorio.
"No", rispose con un sorriso. "Facciamolo qui. Lui non tornerà tanto presto."



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