FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA BRUTTA GIORNATA
Massimo Vassallo
"Iddio ebbe appetito. Prese la lista e ordinò aringhe con le rape, formaggio due o tre fette di pane casereccio e mezzolitro. Fu sazio e di buon umore. Chiese il conto e assieme gli portarono una grappa della casa. Uscì che non era proprio brillo ma quasi. Intorno a lui tutto il creato fremeva di contentezza per come si erano messe le cose quel giorno. Iddio si guardò intorno soddisfatto, ruttò con energia e si predispose al suo solito, gravoso lavoro. L'universo tacque in ascolto: si era agli albori del mondo, tutto era incerto e sospeso".
Un giorno i sapientoni avrebbero detto che "in principio era il Caos... o il Kaos, Dio, Tat, l'Essenza, la Materia, l'Assoluto". Insomma, in principio c'era stata una certa confusione, questo Lui non avrebbe potuto negarlo. Da qualche tempo però le cose avevano preso a marciare bene, come la storia del vino. Dio sperò che almeno si sarebbe scritto dell'energia che aveva profuso nel pigiare l'uva. Decise che vi avrebbe provveduto, mentre il Rosé dei Colli Celesti agiva birichino sulla sua memoria. Dio riprese a cazzeggiare per i giardini dell'Eden, leggero, quanto lo può essere il passo di una piuma che cammina, e con le idee confuse circa le piume e il progetto di farle muovere autonomamente.
Aveva più da fare del solito, ma ne era contento. Se l'era voluta Lui, ricordò. Le cose erano più tranquille, quando a dominare l'infinito era stato il Grande Nero. Noiose, in effetti: lo spazio non esisteva, mancando qualcuno che lo concepisse. Il tempo era incerto, e anche sospeso. Il Grande Nero "era". Tranquillo, immoto, denso. All'epoca, Dio era nell'essenza delle cose, e non ne dubitava affatto; l'unica manifestazione del Grande Nero, il solo essere organico e senziente. Non ne era particolarmente divertito, come si può immaginare. Ogni tanto rideva, tanto per fare qualcosa. Il suono gli riempiva rombando la bocca e non usciva, perché il Grande Nero era dappertutto, solido e pastoso, tranne che dentro Dio.
Un giorno a Dio venne un pensiero: "Qui devo darmi una mossa". Potrà sembrare che non fosse degno della Sua maesta', o appropriato alle circostanze, o proporzionato al suo effettivo impatto su quanto di storico seguì, ma tant'è. All'incirca in quel periodo Dio creò lo spazio, e il tempo prese a scorrere. Di questo passo, Dio fece molti e notevoli progressi: si divertì a sbatacchiare qua e là le galassie, creò Adamo ed Eva, gli extraterrestri sui dischi volanti, e, soprattutto, potè finalmente assaggiare una crostata di albicocche. "Non ti sembra che sia ora di occupare meno spazio?", disse con fare cerimonioso al Grande Nero. L'altro non rispose, si agitò un po' innervosito distruggendo alcune galassie, e nicchiò. "Niente di personale", aggiunse Dio dopo un miliardo di anni, mutandolo in un piatto di coteche con lenticchie. Rimasto solo, scese sulla Terra a mangiarsi anche una torta. Fu la volta che scomparvero i dinosauri. Da allora prestò più attenzione a come si muoveva, anche se, tempo dopo, inciampo' nella cometa di Halley, che all'epoca era Sua, e fece sprofondare Atlantide.
Provò a nascere umano, ma non lo lasciarono in pace. Fu infatti costretto a portare la Sua croce fino in fondo, e gli uomini ce lo inchiodarono anche sopra. Tentò di "fare il cattivo", conquistando nazioni con la forza delle armi; la prima volta si tolse qualche sfizio, ma alla fine lo sforacchiarono per bene (anche se trovò commovente l'orazione di quel tale, Marcantonio) e la seconda lo confinarono su un isolotto dove non succedeva assolutamente niente, un'esperienza persino peggiore. Tornò in quella che stimò come una forma più accettabile. Non gli andò bene, perché gli altri canguri lo calpestarono per tutto il tempo. E così via. Perché di Lui si potevano dire molte cose, tranne che non fosse cocciuto.
Durante la passeggiata nei giardini dell'Eden, Dio stava raccogliendo le idee per la giornata di lavoro: "C'è quel bizzoso vulcano vicino a Napoli - ricordò - e la seccatura dei mammuth, che si lamentano per il freddo e minacciano di restare in piedi fino al congelamento se non faccio qualcosa alla svelta...". Stava pensando a tutto questo, quando si accorse che i piccoli di ghepardo giocavano con quelli di aragosta, come del resto ogni cucciolo di ogni specie faceva con gli altri. Osservò l'assenza dei piccoli di uomo, e qui lo colse l'intuizione che la faccenda del "crescete e moltiplicatevi" andava per le lunghe. Si depresse un pochino, e scordò i primi due casi cui voleva dedicarsi, con le conseguenze che si conoscono.
Poi incrociò i Suoi pupilli. Adamo ed Eva caracollavano indolenti tra distese di fragole, alberi di pere, piante di datteri e ruscelli di vino, ingozzandosi come maiali e perlopiù ignorandosi a vicenda.
"Buongiorno!", li salutò Dio.
"Ngiovno" - "Ueilà", risposero loro.
"Come va?" - chiese Lui, emettendo un affettuoso peto che fece schizzare di lato un paio di costellazioni -
"Eh, insomma... si tira avanti" mormorò Eva, abbassando gli occhi sull'adipe che la ricopriva. "Bene, bene, avvivedevci", biascicò Adamo, la bocca piena di latte e miele.
"Devo rendere più gradevole l'idea della riproduzione, assolutamente", pensò Dio. Inventare l'erotismo avrebbe risolto il problema? Si mise all'opera. Distillò una goccia di Chanel numero 5, una di Roquefort Extra, aggiunse altri muscoli, fiato, peli, un bel po' di fegato, lingue più lunghe e sensibili, altra argilla, poi impastò e applicò nei punti giusti il composto alla coppia, che nel frattempo stava digerendo, addormentata sotto un melo. Aspettò finché i due si furono svegliati, ma niente, si accorse di aver esagerato con l'argilla: Adamo si specchiò nel laghetto di vodka e rischiò di annegare tanto si piaceva, mentre Eva si esibì in un triplo carpiato e pretese un abbonamento a "Vogue".
Dio a quel punto ne ebbe abbastanza.
Alla fine della giornata, dopo un consulto col serpente, aveva deciso il da farsi. Ingollò due grappe, una staffa col bicchierino, fiutò una presa di perbacco e prese da parte Eva:
"Cara, portami un frutto da quell'albero" ruttò convinto, indicando il melo sotto cui Adamo fletteva i bicipiti.
"Che cos'è?" chiese lei.
"Quello, o costola di quel deficen... ahem, quello è l'albero della concupiscenza".
"E io che ci guadagno?"
"L'abbonamento a Vogue" rispose Lui, pronto.
Un attimo dopo Eva gli porgeva la mela.
"Adesso mangia".
"Mmm... preferisco l'albero delle Saint Honoré", commentò lei dopo qualche morso. E se ne andò.
A quel punto Dio acchiappo' il serpente, un triste, annoiato, solitario rettile che stava tra i rami del melo:
"E allora?! Non è mica successo niente!", lo accusò.
"Sssire, cioè, Maesta', caz... voglio dire, Signore" - sibilò il serpente - gli è che vi siete confuso. Questo non è l'albero della concupiscenza... è quello della conoscenza".
Dio scoreggiò a lungo, disperato, borbottando tra sé:
"Con tutto quello che ho da fare, era chiaro che prima poi...".
Alla fine riacchiappo' il serpente, stirandolo di mezzo metro, e gli intimò di trovare un modo per fare figliare Adamo ed Eva.
"Un sistema ci sarebbe - argomentò il reietto - Dato che noi siamo gli unici a sapere che vi siete, ehm, "confuso", fatela passare come se fosse colpa loro...".
"Spiegati meglio" disse Dio, interessato.
"Il punto è, Sssignore, che Eva ha mangiato il frutto della conoscenza, e adesso sa distinguere le prese per il culo. Non riuscirete a farle mangiare anche l'altra mela se non sarà lei stessa a volerlo. Ma resta una possibilità: accusarli di aver ignorato il divieto e castigarli di conseguenza. Rendete loro la vita tanto dura che si debbano spezzare il sudore, dolorare colla schiena e partorire col lavoro... qualcosa del genere. Avete presente i portuali? Vedrete che risultati".
"Ma, mi ameranno ancora?", si informò Dio, preoccupato.
"Oh, beh, non si può fare la frittata...".
"Tu credi?", chiese Dio, perplesso.
"In che senso?", rimandò l'altro.
Il dialogo a questo punto diventa confuso. Comunque, il serpente convinse senza troppa fatica Dio a esiliare la coppia sulla Terra, e lo aiutò a mettere a punto quella scusa comprensibilmente contorta che poi si chiamò religione. Da quel giorno, il creato smise di fremere per la contentezza e tutto restò in eterno incerto e sospeso. Burp.
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