FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BRIVIDI
Umberto Gargiulo
Paolo! Rientra, per favore, urlava nonna Carmela. Lui sarebbe pure rientrato. Stare su un cornicione al settimo piano e soffrire le vertigini non è il massimo della vita. Solo che c'era un problema. Nonna Carmela era morta da un mese d'infarto e l'aveva vista coi suoi occhi quando l'avevano chiusa nella bara.
L'avevo vista coi miei occhi, gli stessi che ora vedono la nonna urlare; a cosa credere?
Certo la situazione era comunque difficile anche non pensando alla nonna.
Al settimo piano con le vertigini ci ero arrivato non per colpa mia.
Passeggiavo per le vie della mia città nella mattina di un giorno primaverile; era uno di quei giorni in cui l'aria è tersa, tanto che la vista arriva ad orizzonti molto più lontani che non in altri periodi dell'anno, condizione questa abbastanza rara per questa città, sembrava mi trovassi in uno di quei paesini di montagna in cui la prima cosa che ti colpisce è proprio la luminosità dell'aria.
Avevo deciso, quella mattina, di ripresentarmi dal prof... per cercare di programmare insieme il lavoro per la tesi, tentativi che facevo da più di un anno ormai, ma arrivato nella facoltà, un brivido mi corse sulla schiena, capii che quel possibile incontro non sarebbe stato salutare per il mio equilibrio psichico già abbastanza scosso dai problemi del mondo.
Pensai allora di passeggiare un poco e perdere il tempo che separava il progetto di lavoro fallito dal mio pranzare.
Arrivato che fui in una piazza mi accomodai su di una panchina guardando un'antica chiesa di cui non conoscevo il periodo di costruzione né tantomeno lo stile architettonico con cui era stata costruita. Nel momento preciso in cui la direzione dei miei occhi passavano dal portale in legno al rosone con tutti i vetri colorati, insospettatamente, una ragazza si sedette al mio fianco.
Girando un poco la testa, cercai con lo sguardo i suoi occhi, quando li trovai un altro deciso brivido passò giusto in mezzo alla mia schiena. Questa volta però, pensai, che il sintomo era indiscutibilmente positivo.
A questo punto feci una cosa che non avevo mai fatto in vita mia: facendo fare un giro di 90° al mio busto tentai di conoscerla. Le offrii una sigaretta che accettò, poi ne presi una io, accendemmo.
Dopo la prima boccata iniziai a parlare e quando la sigaretta bruciò completamente il proprio tabacco avevamo già capito di esserci simpatici. La invitai in un bar e prendemmo entrambi un aperitivo abbastanza alcolico, evidentemente avevamo bisogno di scaldarci.
Prendemmo a passeggiare raccontandoci la vita, naturalmente dicevamo più quel che avremmo voluto fare piuttosto che quello che avevamo fatto veramente. Quando le spiegai, parlando degli studi, la lettura dei filosofi greci secondo la contrapposizione dell'essere e del divenire, della visione del tempo come fatto circolare con passato e futuro irrimediabilmente presenti nel presente, che fu tanto cara a N., tanto da farlo impazzire, quando finii di dirle questo, la ragazza mi sembrò cotta di me, non molto, ma almeno nella misura in cui bastava per poter fare l'amore, insieme; il problema era solo dove, a 25 anni ero ospitato da due persone che si dichiaravano miei parenti, padre e madre, per essere precisi.
Il problema lo risolse lei invitandomi a pranzo a casa sua.
Viveva sola, si era separata da un giovinotto che di mestiere faceva il fotografo e che volendo far carriera si era trasferito in una città più effimera sperando di poter vivere con un lavoro completamente inutile dal punto di vista pragmatico.
Durante il pranzo, mangiammo del polpettone avanzato e del formaggio dolce, sciorinai tutte le parole significanti che avevo accumulato nei magazzini della mia memoria, falsando completamente l'immagine della mia identità. Identità che, naturalmente, non avevo mai capito bene quale fosse.
In tutti i modi, venne il momento in cui prendemmo il caffè, che fra l'altro mi fa male, sul divano.
Accesi una sigaretta, dopo aver posata la tazzina vuota su un mobile, e mettendole il braccio sulle spalle, in silenzio, feci assaporare alla sua bocca il sapore di fumo di cui la mia era intrisa.
Il bacio non sembrò disgustarla eccessivamente se è vero, ed è vero, che mi abbracciò violentemente, contorcendosi in spasimi di piacere. Questo era l'inizio, dopo che avrebbe fatto? Pensai un poco preoccupato; poteva essere una di quelle a cui piace picchiare durante gli orgasmi.
Ma i miei timori erano infondati e fumando la sigaretta post-coito lei mi sembrò pure abbastanza soddisfatta dalla mia prestazione.
Fu quando spensi la sigaretta che la storia diventò strana: la ragazza impallidiva, diventò cerea, ma senza avere un'espressione di dolore.
A me sembrò di vederla in una nuova luce, la vidi subire una sorta di metamorfosi, diventava una specie di vampira, oppure lupa mannara, forse era il diavolo. Un nuovo brivido mi fece pensare che il giudizio su quello che mi era venuto quando l'avevo vista sulla panchina era stato un grosso errore di valutazione.
Prima che potesse mordermi sul collo per succhiarmi il sangue, o che potesse dilaniarmi le carni con gli artigli delle sue mani indossai velocemente i miei panni e senza darle il bacetto d'addio scappai da quella alcova satanica.
Ma dove? Non mi orientavo più, non vedevo la porta per uscire. Presi la porta-finestra che dava sul balcone più per prendere l'aria che mi mancava che per trovare la via della salvezza. Il balcone, di lato, si affacciava sul tetto di un altro palazzo; ecco la strada della salvezza, due al massimo tre passi sul cornicione, piccolo salto e la libertà era presa. Seeeh, una parola, maledissi la pigrizia, perché cazzo non facevo uno sport, magari il salto in lungo che ora mi sarebbe stato utile.
Ero lì a far decidere la mia indecisione quando sentii mia nonna Paolo, che fai là fuori. Come che faccio qua fuori? Tu che fai là dentro? Anzi, che fai tout cour? Che non dovresti neppure essere figuriamoci fare. Pensai tutto questo con un pizzico di autocompiacimento, talvolta ero capace di un'ironia non comune. Ma la situazione non era di quelle che permettono soste riflessive. Adesso ero sicuro, la diavolessa mi tentava con le sembianze di una persona a me cara, ma questo aggiunse ciò che mancava per farmi compiere lo scavalcamento della ringhiera.
Sul cornicione e con le vertigini che mi presero appena mi resi conto che la distanza che avrei dovuto superare sembrava molto più grande, mi bloccai chiudendo gli occhi per poi riaprirli sperando, con la vista, di tenere più saldi i pensieri ma quegli stronzi giravano, stretti stretti alla vertigine; richiusi gli occhi e pensai che nella graduatoria dei miei assiomi quello che così mirabilmente N., Z. e H. avevano chiarito, l'idea, cioè, della contrapposizione tra uomo e donna come bene e male, era balzato decisamente nelle prime posizioni.
Paolo! Rientra, per favore, nonna Carmela insisteva.
Ritorna nella bara, le gridai, tu non sei tu!
Ero cotto: iniziai a promettere buoni propositi, se mi salvo studierò per la tesi, mi dissi con un filo di voce.
Ed il Santo dei fuori corso deve essere stato ad illuminarmi, a darmi la forza. Quando la voce di nonna Carmela riprese la litania Paolo! Rientra, per favore, Paolo! Rientra, per favore, mi salì la rabbia adrenalinica che mi portò al di là del vuoto, sull'altro palazzo, in salvo.
A casa non riuscivo a ricordare logicamente ciò che mi era accaduto, come se avessi ancora le vertigini si affollavano in testa il prof., i brividi alla schiena, le donne, la nonna.
Non riuscivo a riordinare la fabula, anche forzando la mia volontà non sarei stato capace di raccontare nulla di quello che mi era accaduto.
Quando accesi radio e TV, sdraiato sul letto nella mia stanza, pensai che avrei dovuto lavorare decisamente per la tesi, forse ai laureati certe cose non accadono.
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