FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GLI DEI DELLA CARNE

Francesco Grasso




L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette; poi, usando un brandello di garza, lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo ricordava di aver estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Nè di così sinistro.

Sulla faccia piatta, una minuscola iscrizione, un nome: ISHTAR. Immobile, l'enigmatico oggetto stretto tra le dita, Isabella si interrogò a lungo sul significato di quel ritrovamento. Le domande roteavano nella sua mente come carri in una giostra, riflessi nel luccichìo di quella reliquia blasfema. Di cos'era fatta? Troppo lucente per essere acciaio, valutò, troppo pesante per essere piombo. Argento? Forse... Come poteva esser finita nel corpo dell'uomo? Anche ammesso che fosse davvero un proiettile, non c'erano lacerazioni nei tessuti, nessuna traccia di ferite d'arma da fuoco... Isabella scosse la testa. No, l'unica spiegazione era che fosse stato inserito durante un'operazione chirurgica... Scorgendo la cicatrice appena visibile sulla pelle scura dell'addome, appena più in basso della sua incisione, ella indovinò un'appendicectomia. Carezzò col dito quell'antica ferita, e stabilì che l'intervento doveva essere avvenuto in età giovanile; otto, forse dieci anni prima.
Dieci anni. Non c'erano altre possibilità. Il defunto aveva vissuto dieci anni ospitando nel suo ventre un frammento di metallo. Gli uncini lo avevano ancorato ai tessuti interni, e i fasci muscolari intorno lo avevano celato al tatto dell'ignaro ospite. Una collocazione studiata, che lasciava intendere una precisa volontà. Era stato quell'oggetto a causare la peritonite che, alla fine, aveva causato il decesso? Isabella aggrottò le ciglia. Improbabile: la lesione della parete intestinale si trovava almeno dieci centimetri più a destra. L'oggetto senza nome non ne aveva responsabilità; al contrario, osservò sconcertata, esso era stato impiantato nella carne dell'uomo con abilità, in modo che non procurasse danno ai tessuti circostanti. Ella stessa aveva dovuto lavorare a lungo per riuscire a estrarlo.
Restava da capire chi e perché... Domande moleste, che suggerivano risposte inquietanti.
Si deterse il sudore dalla fronte. Nel corridoio, oltre le vetrate scure e i pannelli insonorizzati del reparto di Patologia, una pendola scandì le ventitré. Indolente, serena, la clinica affrontava con tranquillità la sua fredda notte luminosa, ignara dei mostri che attendevano appena fuori dal cerchio delle luci.
Nella mente confusa di Isabella, un pensiero lottò per raggiungere la superficie del cosciente. Era una congettura irrazionale, angosciante, qualcosa che veniva da profondità oscure che la donna non sapeva di celare nel suo animo, qualcosa che la fece rabbrividire. Stringendo i denti, lei lo scacciò in fretta: aveva un lavoro da finire, e doveva farlo serbando la lucidità. Depose con cura il misterioso frammento in una vaschetta sterile; provò una bizzarra riluttanza a staccarlo dalle dita, quasi temesse che l'oggetto, appena fuori dalla sua vista, sarebbe fuggito svanendo nell'aria. Poi tornò al corpo che attendeva nudo e scomposto sul tavolo operatorio.
Fece scattare i divaricatori, richiuse lo squarcio all'inguine e ricucì in frette le labbra dell'incisione, usando l'ago e il filo grossolano delle autopsie.
Dopo una breve riflessione, decise che era necessario ispezionare il torace. Affondò il bisturi tra i pettorali del cadavere, e lavorò fino a portare alla luce lo sterno. Il sangue era ormai quasi del tutto coagulato, ma i tessuti non avevano ancora raggiunto il rigor mortis: al tocco delle sue dita, la carne del defunto era morbida e serbava ancora un vago tepore, quasi la vita avesse voluto lasciare un ultimo ricordo di sé in quel corpo da cui troppo presto si era separata.
Il biancore dell'osso brillò con vivacità sul rosso dei tessuti e sul nocciola brunito della pelle. Isabella lasciò andare lo strumento, si deterse il sudore dalla fronte e accese il seghetto circolare. Il ronzìo del motore elettrico echeggiò sinistro nella sala deserta.
Abbassò con decisione il disco d'acciaio. La lama si fece strada velocemente, incidendo dall'alto verso il basso, staccando schegge d'osso, squarciando lo sterno e aprendo in due la cassa toracica. Isabella spense il seghetto, inserì i divaricatori e tese le molle. La cartilagine resistette ancora un istante, poi cedette. Il suono sgradevole dei tessuti che si laceravano non la distolse dalla sua concentrazione. Quando le due metà dello sterno furono ben separate, la donna impugnò nuovamente il bisturi e cominciò a incidere la pleura.
La membrana venne via come la buccia di un frutto troppo maturo; con una pipetta aspirò il siero e gli umori che trasudavano lenti dalla porosa parete polmonare.
Il cuore era intatto. Isabella lo sfiorò con le dita, saggiandone le pareti robuste: era leggermente dilatato, ma per il resto aveva un aspetto normale: una massa carnosa rossa e turgida, che aveva contato forse un miliardo di battiti, e avrebbe potuto contarne altrettanti prima di fermarsi, se il destino non avesse decretato altrimenti.
Poi lo vide. Era lì, sotto il polmone sinistro, quasi in corrispondenza del diaframma. I tessuti muscolari lo avevano avvolto, inglobandolo nella massa carnosa, ma la diversa consistenza lo identificava al tatto. Isabella sentì le sue pulsazioni salire di ritmo, il respiro farsi ansante. Lavorò alacremente, dapprima di bisturi, poi, in preda a frenesia, con le stesse dita, strappando caparbiamente brani di carne finché, finalmente, l'oggetto fu alla luce.
Lo esaminò. Questa volta, stranamente, non se ne sentì turbata; al contrario, pur inquietandosene, non riuscì a non restarne ammirata. Ciò che aveva trovato era in foggia di due serpenti dalle spire intrecciate; un piccolo gioiello, pochi grammi di argento lavorato in una squisita fattura. Sulla base, spiccava l'iscrizione ISHTAR.
Sentì, prepotente, il bisogno di sedersi. Pose la seconda reliquia accanto alla prima, si tolse i guanti e si fregò le palpebre. Cosa stava succedendo? Si sentiva preda d'un senso di irrealtà, che l'attirava a sé e la stordiva come una sirena in un vortice di nebbia. Quale logica folle poteva giustificare i suoi ritrovamenti? Il corpo di un uomo era stato usato come... come uno scrigno, una teca per le gioie di un macabro collezionista... Chi, e perché?
Ma se queste domande l'inquietavano, altre l'angosciavano. Come mai, si chiedeva, non riusciva a provare disgusto? Perché continuava a sentirsi più affascinata che orripilata? Con un brivido si rese conto che il suo desiderio più grande, in quel momento, era ridurre in brani il cadavere per proseguire quella blasfema caccia al tesoro...
Il pensiero respinto tentò di nuovo di affacciarsi sulla soglia della sua coscienza. Era più forte, adesso. Ma ciò che le sussurrava alle orecchie era ancora una voce senza senso, assurda, inaccettabile: Isabella lo ricacciò di nuovo nell'abisso dell'inconscio e ne sprangò la porta.
Il suo io razionale le suggerì invece un'azione più prosaica, e lei fu lieta di obbedirgli. Ricucito in fretta il torace del cadavere e copertolo con un lenzuolo, Isabella spense le luci e uscì dalla sala delle autopsie. Pochi minuti per cambiarsi e per gettarsi acqua fredda sul viso; poi, i due reperti in tasca, si diresse all'archivio di Radiologia. Lo trovò deserto. Nessun interno di quel reparto era assegnato ai turni di notte. Ciò la favoriva, visto quel che aveva in mente.
Le sue chiavi aprirono agevolmente lo schedario. Trovò quasi subito la cartella da cui, lo ricordava bene, il collega di Radiologia aveva tratto le lastre del cadavere che ella aveva appena sezionato. La custodia scura conteneva altro materiale. Isabella si accomodò alla scrivania dell'archivio, accese la lampada e cominciò a esaminarlo.
Un rumore improvviso la fece sobbalzare, ma era solo la pendola che scandiva il primo rintocco del nuovo giorno. Isabella si accorse di avere i nervi a fior di pelle. E ne aveva motivo, pensò: le radiografie che aveva tra le mani non appartenevano a un unico paziente: in quelle lastre c'erano uomini, donne, bambini; alcuni erano degenti, altri in osservazione, altri ancora pazienti dimessi, qualcuno destinato all'obitorio... Tutti, però, avevano qualcosa in comune: piccole macchie oscure, compatte, sinistre, ornavano i loro organi interni.
-Mio dio... -mormorò, mentre nella sua mente prendeva forma un disegno inquietante -Non può essere vero... -Ma le lastre tra le sue dita erano solide, concrete. E, con la loro stessa esistenza, dimostravano che tra i chirurghi della clinica si nascondeva un folle, un criminale con sogni d'artista, un malsano virtuoso del bisturi che dava sfogo alla sua pazzia sul corpo di pazienti inermi.
Da quanto tempo? Impossibile saperlo. Con un brivido, Isabella pensò alle decine, alle centinaia di persone che ogni anno giungevano al nosocomio per farsi operare... Quanti di costoro tornavano alle loro case con una reliquia d'argento nella carne?
Il sudore divenne di ghiaccio. Anche lei aveva subito un intervento, due anni prima. Un banale problema di calcoli, che non le aveva imposto più di una settimana di degenza. E se...
Il dubbio le artigliò l'anima. Persino il suo corpo era stato violato? Doveva sapere. A qualunque costo, doveva assicurarsene. Senza esitazione, accese il generatore, preparò il proiettore e si slacciò il camice. Il reggiseno si chiudeva sulla sua schiena, pudicamente, con un gancetto metallico. Isabella lo sganciò; l'indumento intimo ricadde accanto al vestito.
La lastra di piombo era fredda contro la sua pelle nuda. La donna, trattenendo il respiro, premette l'interruttore. Poi contò gli interminabili secondi perché la stampa della lastra impressionata fosse completa: non osava pensare a cosa avrebbe fatto se...
Un lampo, un ricordo. Isabella sussultò, pensando a quelle strane mattine, in cui aveva aperto gli occhi scoprendo segni misteriosi sul suo corpo. Erano tracce allarmanti, segni di cui non ricordava l'origine, che non riusciva in alcun modo a spiegarsi: strane escoriazioni ai seni, ematomi violacei sulle gambe e sulle braccia, un polso slogato, o una caviglia lussata... Come se nella notte qualcuno avesse preso a prestito le sue membra, e contro la sua volontà le avesse usate per oscuri atti selvaggi. Sconcertante. A volte Isabella immaginava di condividere la sua pelle e la sua carne con un secondo essere, un ospite discreto, che aspettava il suo sonno per prendere il controllo.
-No! -gridò Isabella dentro di sé. Questi erano suoi incubi personali, una patologia forse inconsueta, ma che nulla aveva a che vedere con il misterioso chirurgo delle reliquie d'argento. Non doveva lasciar spazio all'immaginazione: doveva solo farsi coraggio e, attraverso la lastra, senza averne paura, guardarsi dentro. Lentamente, inesorabilmente, sollevò lo sguardo.
-Isabella? Cosa stai facendo?
La donna sobbalzò. Giuliani, il collega radiologo, era sulla porta, e la fissava sorpreso. Isabella si rese conto di essere quasi nuda e, arrossendo, si accomodò velocemente il camice.
-Hai dimenticato questo. -disse l'uomo in tono neutro, raccogliendo da terra il reggiseno e porgendolo alla collega.
Senza una parola, sospesa tra l'imbarazzo e la collera per l'intrusione, Isabella afferrò l'indumento e lo mise in tasca. Nel movimento, le sue dite toccarono i due monili d'argento. D'impulso, la donna li tirò fuori e li esibì a Giuliani. -Guarda.
-Ah! -commentò l'altro, senza il minimo stupore -Vedo che hai recuperato l'Axoloth e il Janghuar Minore. Molto bene...
Isabella indietreggiò, orripilata da quella brutale conferma dei suoi sospetti. Che il radiologo fosse coinvolto nella macchinazione le sembrava quasi scontato, ma che non tentasse nemmeno di negare, che confessasse con tale naturalezza le proprie colpe, quasi parlasse del tempo, era qualcosa che la scioccava. Si illudeva di ridurla al silenzio? Isabella strinse i pugni. Stupido. Nulla le avrebbe impedito di denunciarlo.
-Voi, maledetti... -ringhiò la donna -Avete messo qualcosa anche dentro di me, vero?
L'altro sussultò. Ma fu solo un istante. I suoi lineamenti tornarono subito a distendersi.
-Isabella, Isabella... -disse piano, avvicinandosi a lei -C'è davvero qualcosa nascosto dentro di te, ma forse non è quello che pensi.
-Stammi lontano! -strillò la donna -Stammi lontano, o comincio a gridare.
-Non hai nulla da temere. Guarda pure la tua radiografia, se questo può rassicurarti.
Lei obbedì. La lastra era nitida, e non lasciava adito a dubbi. Nessun segno scuro: il suo corpo era intatto. Il sollievo le fece scorrere di nuovo il sangue nelle vene.
-Che significa tutto questo? -intimò, mentre un nuovo coraggio dava forza alla sua voce -Chi altri è coinvolto? Siete un'associazione segreta? Una setta satanica?
L'uomo scosse la testa. Nei suoi occhi c'era un'ombra di tristezza, e fu questo, sopra ogni altra cosa, a inquietarla.
-Qui non c'è malignità, Isabella. -disse -C'è solo arte. E l'arte non ha bisogno di alibi, né di giustificazioni.
-Arte? Di cosa parli?
Giuliani allargò le braccia e sorrise. -Che i piccoli artisti di questa Terra plasmino l'umile creta, se vogliono, o mescolino i vili colori sulla tela grezza. Noi siamo superiori a costoro. Noi mettiamo alla prova il nostro talento sulla tavolozza più nobile che Dio ci abbia concesso: il corpo umano. Esso nelle nostre mani è l'argilla, è materia primigenia da plasmare, è la bozza da squarciare e ridipingere in migliori e più arditi modelli. Noi siamo onnipotenti, Isabella, siamo i nuovi dei della carne.
La cosa più raccapricciante, nelle parole dell'uomo, era il suo tono gioioso, eccitato. La donna, stordita, si lasciò cadere su una seggiola. La stanza le vorticava intorno; dentro di lei, le voci risalivano inesorabili le pareti dell'abisso, per bussare ancora una volta alla porta dei suoi pensieri.
-Voi non siete divinità. -ansimò, quasi incapace di trovare le parole -Siete soltanto dei criminali, che giocano con le vite di coloro che invece dovrebbero curare.
-Curare? -Giuliani agitò una mano, come a scacciare un insetto molesto. -Non abbiamo nessun obbligo nei confronti di esseri tanto inferiori. Noi rappresentiamo la Potenza, la Volontà e l'Arte, e ciò ci eleva al di sopra della plebaglia. Offrire la propria carne in olocausto ai nostri ferri, per quei miserabili, è soltanto un onore.
-Tu sei pazzo!
Giuliani sorrise di nuovo. Poi prese la cartella che Isabella aveva sottratto dallo schedario, l'aprì e ne trasse un foglio dattiloscritto. -Se l'eccentricità è propria degli artisti, la follia è retaggio solo dei più grandi maestri, dei precursori, dei geni immortali... -l'uomo la fissò negli occhi -Io non sono pazzo, Isabella. Purtroppo. Io non sono che un radiologo, un mediocre chirurgo e un misero artista, appena capace di intravedere, o forse soltanto di intuire, la luce del genio che è tra noi. La follia risiede in questo genio, nel nostro maestro, nel vate che ci ha aperto gli occhi sulla Verità. E la follia, nel suo caso, prende l'aspetto dei sensi di colpa, di una falsa e ipocrita coscienza di cui non riesce a liberarsi. La follia porta il nostro maestro a un conflitto interiore, a una perdita di consapevolezza, addirittura a un rinnegare il proprio essere. Il maestro a volte dimentica, o tenta di cancellare, il proprio credo e la propria visione. Ma questa è più forte dei tabù, delle stupide convenzioni sociali, e presto o tardi torna alla luce.
Giuliani le porse il foglio. Su carta intestata della Clinica, vi erano riportati i dati sugli interventi chirurgici che i pazienti radiografati avevano subìto. In fondo a ogni riga, il nome del medico che aveva eseguito l'operazione. Isabella lesse, e visse per rimpiangere di averlo fatto. Il nome era sempre lo stesso: il suo.
Le voci infransero le barriere e invasero urlanti la sua mente. E le parlarono. Rivelandole segreti, narrandogli storie che ella aveva tentato di cancellare, di chiudere dietro una porta illudendosi di poterle dimenticare. Le raccontarono di una studentessa di medicina, una ragazza non bella né popolare, tenuta in disparte quando non derisa, ignorata quando non vittima di scherzi crudeli, una donna che aveva visto fuggire gli anni della giovinezza senza averli goduti, che al contrario li aveva vissuti nutrendosi di torti subìti, di silenzio e solitudine. Le raccontarono del medico in cui questa donna si era trasformata, il chirurgo che viveva la sua professione come una vendetta. Le rammentarono il senso di onnipotenza che aveva provato la prima volta che il suo bisturi aveva deciso della vita e della morte di un altro essere umano. Le raccontarono del vero piacere della carne, non quello squallido, banale, legato all'animalesco atto riproduttivo, che del resto lei non aveva mai saggiato, ma del piacere che un essere superiore poteva gustare modellando la carne viva e palpitante di un altro uomo...
E le narrarono infine della sua decisione di lasciare una firma sulle sue opere migliori, un indelebile segno della sua mano, qualcosa di prezioso, di unico e di arcano, che innalzasse quei fantocci ambulanti di muscoli e d'ossa al rango di autentiche opere d'arte. Il nome di Ishtar, la dea babilonese del fuoco e della carne.
Isabella abbassò gli occhi. Le era così difficile accettare la verità... Lo era sempre stato, innumerevoli volte. Era il suo destino.
-Andiamo. -l'incitò Giuliani -E tardi, e domani ci aspetta il lavoro.
-Si -mormorò Isabella. -Avrò un'operazione. Un bambino con una malformazione ventricolare...
-Hai di nuovo il tuo Axoloth. -osservò l'uomo.
Lei annuì, pensosa.



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